13 marzo 2020

È possibile dire qualcosa d’intelligente sul coronavirus?

di Giorgio Salzano
Nel giro di poche settimane l’Italia si è trasformata da un paese in cui si erano presentati alcuni casi di covid19 – volgarmente chiamato coronavirus o, come dicono gli ignoranti che cercano di fare i sofisticati, coronavairus – in un paese tutto in quarantena. Difficile capire come sia potuto accadere. Ovviamente non manca chi grida “governo ladro”. Forse ha ragione, forse effettivamente il governo non ha saputo fare all’inizio il necessario per circoscrivere l’epidemia. Non sono in condizione di giudicare, Ma mi chiedo, oltre al discutibile fare, gli “intelligenti” hanno qualcosa d’intelligente da dire?

Avremo imparato qualcosa quando il contagio sarà passato? C’è da dubitarne. Viviamo in una società in cui la cultura dominante scoraggia la riflessione intellettuale e promuove la reazione sentimentale. E il sentimento, di fronte alle epidemie, è primariamente la paura, o meglio sarebbe dire il panico, una paura cioè che non ha una fonte ben determinata. Soprattutto quando l’epidemia insorge in una società che si credeva di aver sconfitto le epidemie, come quelle ben più terribili della peste, del vaiolo, del colera. E poi si abbatte su di noi questo tsunami virale! Il Presidente della Repubblica democristiano fa un molto ragionevole discorso alla nazione, in cui invita a non lasciarsi prendere dal panico, ma come un qualunque laico non ci dice perché, quale fiducia o fede (ugualmente in latino fides) ci possa sottrarre ad esso.

Varie cose mi vengono in mente, ma non le posso dire tutte in un volta. Ci sarebbe da riflettere sulle epidemie, o se per questo i terremoti, come cose che ci stanno a ricordare la fragilità umana; ma temo che una simile riflessione, nella cultura odierna che ha escluso la fides dal discorso pubblico, porterebbe solo alla leopardiana “natura matrigna”. Il che già sarebbe qualcosa, di contro allo sciocco ottimismo ecologico, che vede la natura come un sistema autoregolantesi di cui l’uomo con il suo intervento distrugge l’armonia. Peccato che questo sistema autoregolantesi non sia favorevole all’uomo, perciò destinato, in assenza di un suo intervento in esso, a soccombere. Che è poi quello che alcuni anti-umanisti oggi esplicitamente desiderano: la scomparsa dell’umanità.

Ma su di questo di più un’altra volta. Non so se sia una cosa intelligente, ma sedendomi qua a buttar giù due parole, mi è venuto in mente il Decamerone di Boccaccio, con i suoi giovani che per sfuggire alla peste che devastava Firenze si ritiravano in una villa di campagna. Al pensiero dei giovani di Boccaccio, che passano il tempo nel loro ritiro a raccontare storie, ha fatto immediatamente seguito il pensiero della storia raccontata in un libro di Robert Shekley che lessi da ragazzo, di cui non ricordo il titolo ma che mi colpì molto e che mi sembra che faccia al caso nostro.
Il nocciolo della trama, che solo ricordo, era questo: un uomo vince la lotteria per un viaggio intergalattico; ma questo solleva un problema, egli esce così dal proprio habitat naturale, nel quale, poiché chi mangia è destinato a essere mangiato, egli ha il suo naturale mangiatore; ma mangiare ed essere mangiato è la legge dell’universo, e bisogna allora che in esso sorga anche per lui da qualche parte un mangiatore.

Non ricordo, come ho detto, come si sviluppi la storia o come finisca, ma sembra una parabola della nostra situazione odierna. Quando pensiamo di esserci sottratti, grazie al potere della nostra tecnologia, agli implacabili cicli naturali, ecco che sorge un “mangiatore”. E questo ci terrorizza.
Ma non vogliamo sentirci dire (parlo ovviamente per le società di cultura laica, l’Italia come l’Europa e in parte anche l’America) che l’unico modo di sottrarci a quei cicli è mangiare il pane dell’immortalità. Mentre quelli che lo dovrebbero sapere si trattengono dal proclamarlo, pavidamente allineandosi senza discutere ai decreti dell’autorità civile che proibiscono gli assembramenti. Come se non fosse assolutamente possibile organizzare le celebrazioni domenicali senza mettere a rischio la salute dei fedeli. Magari, che so, con un incremento del numero delle messe, e un servizio di uscieri che supervisioni il disporsi dei fedeli in chiesa.


 

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