02 giugno 2020

Esperti e magistrati


di Giorgio Salzano
Ci sono un paio di cose di attualità delle quali mi piacerebbe parlare. Ma sono incerto. Una riguarda i così detti “esperti”; l’altra lo scandalo, di cui non si capisce la novità, del condizionamento politico della giustizia. A pensarci bene, entrambi hanno in comune l’assoluta mancanza di razionalità che caratterizza la nostra società, manifesta nel fatto che non sembriamo neanche renderci conto del problema.

Chissà, forse qualcuno si è accorto che gli esperti non dicono tutti la stessa cosa su questa catastrofe a nome coronavirus che ha investito il mondo intero. Eppure che diamine, sono tutti scienziati, e la scienza dovrebbe essere il terreno della certezza, delle conclusioni cogenti alle quali nessuno si può sottrarre. E invece no, lo vediamo anche in particolare quando si parla di ecologia, i pareri divergono, e un scienziato contraddice un altro. Se è così, vuol dire che l’osservazione si presta a conclusioni non univoche, nelle quali sono in gioco fattori diversi dalla scienza. Ma su questo tornerò un’altra volta.
Mi soffermo dunque sullo scandalo che porta il nome di ANM, associazione nazionale magistrati. Alcuni richiedono adesso l’abolizione al suo interno delle correnti. Io richiederei l’abolizione dell’associazione. Che fosse essa il luogo dove si decide dall’assegnazione delle posizioni più delicate, come quelli delle procure chiave, è cosa nota da tempo. Tralascio qua la questione spinosa dell’unità delle carriere di procuratori e giudici, di cui non si capisce la ragione data l’assoluta diversità del ruolo che essi svolgono. E mi soffermo sulla questione ANM: quello che io non capisco è che cosa ci stia a fare questa associazione, non doveva essere il Consiglio Superiore della Magistratura l’organo di governo del potere giudiziario? C’era bisogno che i magistrati si associassero? Non dovrebbero essi essere singolarmente responsabili soltanto di fronte alla legge (con i diversi gradi di giudizio che permettono di correggere errori e abusi)?

Ma è qua il problema, che rischia di trasformare l’ANM, da associazione di uomini di legge in una sorta di associazione, mi si conceda l’espressione forte, mafiosa – se chiamiamo “mafia” una consorteria che agisce al fine di controllare al di fuori della legge attività anche di per sé legali. In questo caso l’attività legale da controllare è la stessa applicazione della legge. Ed è fatta necessariamente al di fuori della legge, data la concezione di ciò che è legge che viene correntemente insegnata nelle scuole di giurisprudenza, che ha implicazioni che normalmente sfuggono quando parliamo correntemente di legalità. 
Riconosciamo qua la somiglianza con la questione degli esperti scientifici. Pensiamo infatti ai giuristi come a esperti del diritto, che, data la legge, si dovrebbero saper pronunciare univocamente sui fatti a cui essa si applica, senza che intervengano cioè considerazioni di interesse personale che distorcano il giudizio. Ora, quando questi interessi siano di carattere pecuniario o di scambio di favori la deviazione dal diritto è per noi evidente, ed è giuridicamente sanzionata. Ma di solito non teniamo conto del fatto che quegli interessi possano essere anche di carattere ideologico, e perciò le notizie di interferenza della politica nella magistratura sono accolte con clamore: abbastanza ipocritamente, poiché la concezione corrente della legge rende quell’interferenza pressoché inevitabile. Come i fattori extrascientifici che entrano nella valutazione che gli esperti danno dei fatti del caso.

Quello che può colpire quando si studia giurisprudenza – e che comunque colpì me profondamente – è la disgiunzione di giustizia e legge: per cui ci si dice che sono legge quelle disposizioni che vengono approvate nei modi dovuti da certi organi dello stato, da noi in primis il parlamento, e che con questa loro definizione procedurale il concetto di giustizia non ha nulla a che fare. In altre parole, l’unico diritto esistente è il diritto positivo, e se di giustizia vogliamo parlare, questo appartiene a un momento pregiuridico, chiamiamolo pure politico. L’applicazione delle leggi richiede però la loro interpretazione. E chi le interpreta non può non farlo che alla luce di una qualche sua idea … di giustizia. Che resta però fuori della discussione giuridica, mentre determina schieramenti associativi.

C’è stato un momento agli inizi dell’Ottocento in cui la discussione razionale delle idee veniva chiamata “ideologia”. Ma poi la parola ha preso a seguito dell’uso che ne fece Marx il connotato di vano e interessato blaterare. Il che ha anche significato che di idee come giustizia non sappiamo più come ragionare. Si insegna ancora nelle facoltà di giurisprudenza una disciplina fossile chiamata filosofia del diritto, ma questa sta di solito per l’applicazione al diritto di riflessioni filosofiche nate altrove, non specificamente sul diritto: o meglio, sulle relazioni sociali, alle quali inerisce un’idea come quella espressa dalla parola latina jus, la giustizia che proclamata d’autorità diventa lex, legge. Potremmo restituire con una simile riflessione all’interpretazione delle leggi uno sfondo comune di riflessione razionale, che lo sottrarrebbe agli arbitri associativi.


 

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