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11 ottobre 2019

La Maglia azzurra della Vergine Maria

 di Francesco Filipazzi
Sta destando scalpore e malumore la scelta di far giocare la Nazionale italiana con una maglia verde, contro la Grecia e contro l'Armenia. Si tratta di una terza maglia disegnata dalla Puma, per motivi di marketing. Sulla maglia non è presente alcun tricolore, ma uno scudetto con la scritta "Italia".
La scelta è opinabile, ma i soldi son soldi e lo sponsor decide.
In questi casi è giusto ricordare che la Maglia della Nazionale italiana è azzurra per motivi non banali. Il colore fu infatti scelto in onore della Casa Savoia, la quale a sua volta aveva lo aveva adottato in onore della Beata Sempre Vergine Maria, cui era devota.
Probabilmente ricordarlo, in questi tempi in cui a Roma si venera la "madre terra" (minuscolo) al posto della Madre celeste, è anacronistico, ma è giusto sapere, ancora una volta, cosa viene buttato via per qualche soldo in più.




 

17 luglio 2018

Non chiamatela "Futbolstrojka"

di Matteo Donadoni
In attesa della ripresa dei campionati di calcio – cioè del football vero – la gente si è sollazzata con una pantomima chiamata “Campionato Mondiale di Calcio” o qualcosa del genere. La manifestazione quest’anno si è tenuta nella Russia di Putin, come tutti sanno. È stata l’unica cosa positiva dell’evento.
In Russia. Il calcio in Russia arriva alla fine dell'800 portato, of course, da Inglesi e Scozzesi a Pietroburgo e a Mosca e subito viene accolto con entusiasmo. Però con la Rivoluzione bolscevica nasce l'Unione Sovietica e il gioco arrivato dall'Inghilterra è visto con sospetto: per il Partito Comunista lo sport dovrebbe essere praticato per il proprio benessere fisico, non in maniera competitiva e quindi individualistica, come usano i reazionari. Il calcio, inoltre, paga la considerazione che alcuni membri di spicco del governo hanno riguardo a dribbling e finte, gesti tecnici considerati ingannevoli e dunque poco comunisti.
Oggi però in tribuna non c’è Stalin a vedere partite surreali fra ferrovieri ed esercito, ma Putin, che abbiamo visto allargare le braccia davanti al re saudita Salman nella partita d’esordio come a dire: “e che ci debbo fare se non sapete giocare?”. Il presidente russo è stato il vero vincitore del mondiale, che è cominciato con il suo discorso censurato dalle tv occidentali ed è finito sempre con lui sotto l’ombrello mentre il “presidente per caso” Macron e la presidente della Croazia si infradiciavano sotto il temporale moscovita. Lo zar non si bagna neanche se piove. I giovani direbbero: “l’importanza di essere un Bomber”.
Per il resto, la solita solfa dei mondiali di calcio, manifestazione ormai totalmente priva di senso. Con la fine degli stati nazionali, queste formazioni appiccicaticce fra ragazzi che mal si sopportano fra loro lasciano il tempo che trovano, anzi, lasciano spazio a una domanda talmente ovvia e sacrosanta che è un peccato formularla: “Ma se tanto son tutti mescolati lo stesso, che cosa giochiamo a fare divisi per nazionali?”. La solita solfa: mentre noti che il Panama gioca inspiegabilmente senza cappello chiedendoti chi ha sparato a Mertens, come al solito la Germania ha perso in Russia. Il resto si è svolto nella sostanziale insignificanza calcistica di Neymar - come ben illustrato da Eric Cantona, un uomo da cui potrebbe imparare qualcosa il ragazzino con il piatto di spaghetti in testa – che fa il paio con quella decennale di Lionel Messi, che quando serve non c’è. Il fatto più importante, al netto della separazione della politica dal football, con la compagine “diversamente svizzera” che gongolava per l’eliminazione della Serbia (?), è che la Knattspyrnusambandið‏ (federazione Islandese) ha reso noto che il 99,6 % degli Islandesi ha seguito la propria nazionale in tv, gli altri erano in Russia. Così, mentre l’allenatore dell’Islanda, Heimir Hallgrímsson, che di professione è dentista, ha dovuto chiedere un permesso per andare in Russia, Messi si faceva parare un rigore da un regista (cinematografico) Hannes Þór Halldórsson, che fa il portiere della nazionale per hobby. La cosa mi convince sempre di più che i comunisti su una cosa avevano ragione: “lo sport non è una professione”. Abolire il football professionistico: vadano a lavorare e giochino per amore.

Sul fondo della bottiglia che ti sei scolato per cercare di “normalizzare” l’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juventus (che molti juventini non vogliono e ne vedremo delle belle) ti ritrovi che la Francia invece ha vinto, inspiegabilmente, senza avere uno straccio di gioco, così, un po’ di fondoschiena- ha battuto gli Wallabies solo grazie a un rimbalzo fortunato sul tiro di Pogba - un po’ di rimessa e con una squadra “diversamente francese”, bontà sua, contro una Croazia, ultima nazione in campo, che onestamente ha giocato meglio. Dispiace per l’allenatore Dalic e il suo rosario in mano. Dispiace dover sentir parlare di vittoria della società aperta multietnica della propaganda “macronita”, che nella cruda realtà significa invece festeggiamenti da bravi cristiani: 870 feriti, 2 morti, migliaia di veicoli bruciati, migliaia di negozi devastati. Ovviamente da parte di tutti quegli ex africani valore aggiunto, figli di africani veri che mezzo secolo fa bruciavano la bandiera francese in nome della libertà nominale dal colonialismo. Questi francesini oggi bruciano le macchine in nome forse di se stessi o più probabilmente dell’intelligenza che fu, senza nemmeno esserne consapevoli.
Fanno festa, so’ ragazzi.

Tranquilli, fra poco ricominciano i campionati.

 

14 luglio 2018

Stop alle sexy tifose?

di Giuliano Guzzo
Sono grandicello ormai eppure ho fifa, fifa della Fifa. La Federazione internazionale di calcio, infatti, chiederà alle emittenti televisive e alla troupe televisive di ridurre le riprese di tifose attraenti durante le partite in quanto, tenetevi forte, considerate di carattere sessista. Ma se è sessista solo inquadrare belle donne, cosa sarà mai ammirarle? E fare complimenti? E chiedere ad una di loro di uscire? Sono spacciato, lo sento. E in attesa di conoscere la lista dei miei capi d’imputazione, presumo chilometrica, mi dichiaro complice.

Anzi, colpevole. Colpevolissimo. Irriducibile. Da patibolo: eccomi. Della mannaia del politicamente corretto non ho infatti fifa come della Fifa, che tra tante belle giocate teme che il pubblico a casa veda qualche bella tifosa. Troppo, per la Shari’a di un Occidente stanco e isterico, che ha eletto l’uomo bianco e non omosessuale, burlone e non islamofilo a nemico giurato. Il punto è che sono uno, come diceva Jerry Calà in una memorabile scena di Vacanze in America (grazie anche di questo, Carlo Vanzina), ancora affezionato alla cara vecchia…ops, scusate. Bussano energicamente alla mia porta. Mi chiamano. E’ stato bello.

da GiulianoGuzzo.com


 

12 giugno 2018

Dio, palla e famiglia. La favola del Celtic

di Matteo Donadoni
da Riscossa Cristiana
Non è vero che il calcio divide le famiglie. Il tifo divide. Il calcio unisce. Chi ama il football, inteso nel senso più britannico possibile del termine, magari sbraita e si ubriaca, esulta e insulta, ma avrà sempre un’occasione di condivisione finché il pallone (progresso permettendo) continuerà a rimanere rotondo: la partita. Perché: «Football is nothing without fans». Anche per questo motivo, se una sera organizzi un incontro per parlarne con Paolo Gulisano, profondo conoscitore del football, a casa di Alessandro Gnocchi (mettendolo a conoscenza del meeting pallonaro solo a organizzazione fatta), non può che uscirne una bella serata in cui si parla più che altro di Dio, di storia delle Isole Britanniche e ciclismo, tutto davanti a una partita di pallacanestro in Tv, la versione italiana del gioco che più si avvicina quello che dovrebbe essere sulla carta il basket.
L’occasione dell’incontro invece non riguarda il basket, e nemmeno l’importantissima notizia che il coscritto Frank Lampard da pochi minuti è diventato il nuovo allenatore del glorioso Derby County e la prossima stagione siederà sulla panchina che fu del mito Clough, ma il romanzo Il prodigio di Lisbona (Elledici, 2017), scritto appunto da Gulisano, che all’attività di medico affianca un impegno culturale di saggista e scrittore.

INNANZITUTTO IL LIBRO «Questo libro non parla solo di calcio, è un romanzo». In primo luogo è l’intreccio delle storie di vari personaggi, alcuni inventati come Peter Smyth (così il suo giornale e il suo direttore: Peter prima della guerra era un giornalista e tornerà a esserlo in seguito) e altri realmente esistiti, caratterizzati tutti da una profonda umanità e una sincera fede cattolica. La storia è un’istantanea di un periodo storico in cui risuona l’eco dei drammatici eventi della guerra, della guerra civile e del primo dopoguerra in quell’Italia provvisoria che diverrà definitiva.
Un altro personaggio frutto dell’immaginazione di Gulisano è «Antonio Azzoni, studente al penultimo anno di Medicina nel 1943, figlio di un farmacista, il quale aiuta e salva la vita a Peter Smyth, aviatore scozzese fatto prigioniero dagli italiani alla fine del 1941 e “ospite” del campo di concentramento di Fossoli di Carpi. Il campo è realmente esistito e dopo la fuga dei prigionieri britannici divenne un campo di concentramento per ebrei e antifascisti». Se è vero, però, che figura di Antonio e della famiglia Azzoni è inventata, è tristemente vero anche che esponenti delle brigate partigiane comuniste uccisero tanti innocenti durante la guerra (e anche dopo): «Il farmacista viene ucciso con tutta la famiglia, compreso il povero cane – il male è sempre paranoico -, eccetto Antonio, che in quel momento è a Milano».

PERCHÉ IL CELTIC. Il mondo celtico in ogni sua declinazione è una delle grandi passioni del dottor Gulisano, che, per la cronaca, del celta ha anche l’aspetto imponente per quanto bonario, e a me, piccolo legionario romanista, fa sempre un certo effetto. Ma i tempi cupi di Brenno son passati appena prima di quelli dei Cesari, quindi ascolto la lezione, perché c’è dell’altro oltre il cimitero. C’è il Paradiso, c’è quel prato dietro il cimitero di Glasgow, su cui venne costruito il Celtic Park, detto appunto “The Paradise”.
«Football is nothing without fans» è la scritta posta sul basamento di una delle quattro statue erette all’ingresso del Celtic Park, lo stadio dei biancoverdi di Glasgow, nella fattispecie quella del leggendario ‘Jock’ Stein (1922–1985) – all’anagrafe John – uno dei più importanti allenatori di tutti i tempi. «Il mitico Jock fu il primo allenatore – quindi il Celtic il primo Club – a vincere un triplete». Al dottore, interista da sempre, si illuminano gli occhi quando parla di quest’uomo straordinario. Carriera importante quella di Stein, il quale mantenne il ruolo di allenatore per tredici anni (fino al 1978), periodo in cui vinse dieci campionati, di cui ben nove consecutivi dal 1966 al 1974, sette Coppe di Scozia e sei Coppe di Lega, ma soprattutto la Coppa dei Campioni nel 1967, occasione nella quale il Celtic si guadagnò il soprannome di “Lisbon Lions”.
Il mio interlocutore sembra sapere tutto del football d’oltremanica, ed è certamente dotato di un’aneddotica vigorosa: «Il buon Jock in seguito portò la nazionale Scozzese ai Mondiali del 1982. E addirittura vi morì, in campo. Si può dire che morì di calcio». Infatti mantenne l’incarico fino alla morte, che lo colse a Cardiff il 10 settembre 1985, a causa di un attacco cardiaco che lo colpì mentre assisteva alla partita contro il Galles, valevole per la qualificazione ai Mondiali del 1986. «E chi era il secondo? Il suo secondo era quell’Alex Ferguson destinato a un futuro altrettanto brillante e a diventare Sir, il quale si rese conto del malore del commissario tecnico, consigliandolo di farsi visitare subito. Stein, insistette invece per rimanere a guidare i suoi, così, al termine dell’incontro era ormai tardi».

LEZIONE DI STORIA. Questo romanzo è anche un’affascinante favola sportiva, in cui una squadra di calcio, nata in Scozia con lo scopo di aiutare i poveri delle misere periferie di Glasgow, che nel 1967 conquista il titolo di Campione d’Europa. Ma per capire che cosa significhi tutto questo è necessario conoscere il background storico di quello che fu l’Impero Britannico, perlomeno per quanto concerne Gran Bretagna e Irlanda. Il dottor Gulisano è anche uno storico in grado di chiarire le molte lacune di storia britannica del sottoscritto, soprattutto la fumosa questione dei giacobiti. Ma, per quanto la storia non sia altro che una serie chirurgica di rapporti causa-effetto, in questa sede conviene abbreviare la lunga lezione, limitandoci al necessario. «Nel 1845-46 in Irlanda si verificò una grande carestia, la famosa “The Great Famine” a causa delle politiche economiche britanniche, che depredavano i beni agricoli irlandesi (tranne le patate) e la concomitanza di un improvviso incremento demografico e l’apparire di una patologia delle patate causata da un fungo, la peronospora della patata e del pomodoro, che raggiunse il paese nell’autunno del 1845, distruggendo un terzo circa del raccolto della stagione e l’intero raccolto del 1846. Agli Irlandesi non rimase altro che emigrare. Emigrarono in tutti i Paesi di lingua anglosassone. Ma i più poveri, quelli che non potevano permettersi il biglietto del piroscafo per la nuova Zelanda o l’America, ripiegarono sulla vicina Scozia. Glasgow, dalla metà dell’Ottocento, aveva infatti accolto decine di migliaia di irlandesi che cercavano lavoro, sfuggendo alla miseria che imperversava sulla loro terra, e lì ricoprivano i ruoli più poveri: minatori, muratori, operai nelle fabbriche di una delle più grandi città industriali del Regno. Inoltre vivevano in tuguri, in quartieri-ghetto, discriminati per la propria fede cattolica. Solo la Chiesa Cattolica fece qualcosa per loro, attraverso la presenza di sacerdoti e religiosi, che con grandi sacrifici diedero vita a strutture parrocchiali, a chiese e a scuole».
Così, il 6 novembre del 1887 venne fondato in uno dei più poveri quartieri di Glasgow, in Scozia, il “Celtic Foot Ball Club”. Il Club, destinato in seguito a diventare uno dei più prestigiosi al mondo, nacque come una sorta di «squadra dell’oratorio», per iniziativa non di un parroco, come credevo, ma di un religioso, il frate marista (Societas Mariae) fratello Walfrid, originario della Contea irlandese di Sligo.
«L’iniziativa di fra Walfrid era a scopo caritativo perché i proventi delle partite della nuova squadra sarebbero serviti per finanziare la “The Poor Children’s Dinner Table”, un’organizzazione a sostegno dei cattolici della città, e perciò destinati ai poveri, in particolare ai bambini che pativano la fame nei quartieri più diseredati della città». Il nome Celtic fu scelto per richiamare le comuni radici storico-culturali di origine celtica delle popolazioni scozzesi e irlandesi (gli Scoti sono originari dell’Isola di Smeraldo). «Erano stati presi in considerazione altri nomi, come per esempio “Hibernian”, nome peraltro di un altro club scozzese, l’“Hibernian FC” di Edimburgo, la prima importante società calcistica formata da immigranti irlandesi cattolici, da cui il nome come il corrispondente latino di Irlanda. Per questo motivo il Celtic venne etichettato come “la squadra dei cattolici”, ma in realtà fin dai primi tempi l’appartenenza al team non era preclusa a nessuno, indipendentemente dalla propria confessione religiosa, a differenza di quanto accadeva presso i rivali “Rangers”, la squadra dei protestanti unionisti, che praticò per oltre un secolo la discriminazione religiosa nei confronti di giocatori cattolici. Basta pensare che il governo britannico promulgò solo nel 1829 l’“Atto di emancipazione”, con il quale i cattolici ebbero per la prima volta diritto di votare e, dai tempi di Maria Stuarda, di sedere stabilmente in parlamento e di occupare quasi tutti gli uffici civili e militari dello stato».

LEZIONE DI CALCIO La partita. Paolo Gulisano non è solo uno dei massimi esperti di Celtic Football Club in Italia, amico del presidente Ian Bankier e dell’allenatore Brendan Rodgers (che in confidenza ha definito Mario Balotelli semplicemente “untrainable”, figurarsi se può essere il capitano dell’Italia), è anche, lo ripetiamo, un conoscitore del gioco del football.
Così parliamo della finale. Dell’Inter dei campioni. La Grande Inter del Mago Herrera sfida in una partita “secca” degli scozzesi sconosciuti: 11 giocatori del vivaio, 11 ragazzi nati entro un raggio di 30 miglia dal Celtic Park. Per loro stessa ammissione, gli scozzesi erano un po’ intimoriti da questi italiani in blu e nero, giocatori ben più noti di loro, all’entrata in campo avevano l’impressione che si stesse profilando un disastro. E il disastro in questo caso si chiama “rigore al settimo minuto”: «Ci venne assegnato un rigore peraltro molto generoso su Cappellini, realizzato da Mazzola che spiazzò Simpson. Ma da quel momento in poi l’Inter andò sempre più spegnendosi, mentre il Celtic prendeva coraggio, fino a dar vita nel secondo tempo ad un vero e proprio assedio». I ragazzi dei quartieri poveri di Glasgow ci mettono l’anima, hanno dalla loro la corsa sulle fasce, tipica del calcio britannico, unita ad un tipo di gioco rasoterra per l’epoca – per ogni epoca – rivoluzionario. Mentre l’Inter scende in campo con il libero classico, i bianco-verdi del protestante profeta dei cattolici (per questo sempre ritenuto una sorta di traditore dai calvinisti) Jock Stein schiera uno spregiudicato e innovativo 4-2-4 con terzini cosiddetti di spinta, fra cui Tommy Gemmell che farà impazzire la difesa nerazzurra segnando un gol e prendendo una traversa da fuori, e due attaccanti esterni, Lennox e Jimmy Johnstone, straordinario esterno dotato di un dribbling elegante, un George Best ante litteram. A centrocampo due giocatori dai polmoni poderosi: Auld e Murdoch, in grado, da soli, di tenere la mediana.

Dopo alcuni tentativi falliti fra cui una parata sulla linea di Sarti, il gol del pareggio arriva su azione manovrata del Celtic, Craig da destra passa al limite a Gemmell, che con bordata pazzesca infila il pallone all’incrocio dei pali. Il secondo tempo vede il Celtic Glasgow sempre in avanti e l’Inter che non passa la metà campo: un monologo scozzese. Così, fra una staffilata al volo da fuori e l’altra, i ragazzi di Stein “The Bould Bhoys”, i ragazzi audaci, trovano il vantaggio con una deviazione acida di Chalmers, la vittoria e la gloria. A noi il football piace così, attacco e fegato. Le meline a centrocampo le lasciamo agli smidollati che fanno calcoli sui minuti che mancano e su chi gioca peggio.

«Nel 1967 il Celtic divenne il primo club britannico a vincere la Coppa dei Campioni, fino a quel momento rimasta al caldo dei paesi del sud: Italia, Portogallo e Spagna. Non solo, nello stesso anno vinse praticamente ogni competizione alla quale partecipò (record in assoluto per una squadra scozzese): Scottish Premier League, Scottish Cup, Scottish League Cup e Glasgow Cup. È l’unico club scozzese ad aver raggiunto la finale di Coppa dei Campioni e il solo in Europa ad averlo fatto con soli giocatori provenienti dal vivaio». Inoltre, ad oggi, è l’unico club scozzese ad avere sempre militato nella massima serie dalla sua fondazione nel 1890-91. L’allenatore dei Leoni di Lisbona ha riassunto in modo esaustivo il modo di giocare e di vincere del Celtic di quegli anni: «We did it by playing football. Pure, beautiful, inventive football». E così noi crediamo che dovrebbe essere il vero football.

Alla fine di tutto lo spettacolo, dopo cinque stagioni ricche di successi (3 scudetti, 2 Coppe Campioni, 2 Intercontinentali) si chiude così l’epoca della Grande Inter. Finisce il calcio di Helenio Herrera.
Finisce con una pacifica invasione di campo. «La vittoria del Celtic fu la festa di un popolo. Il riscatto di un popolo. Il giusto riconoscimento per la passione di quei tanti tifosi giunti a Lisbona con ogni mezzo possibile, compreso l’autostop». D’altra parte Football, anzi “Feetball” come lo pronunciano loro, is nothing without fans.

 

03 giugno 2018

Dio preferisce la premier

IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE di 

di MatteoDonadoni
Nel giorno in cui il Fulham ha battuto 0-1 l’Aston Villa nella finale playoff di Championship, venendo ufficialmente promosso in Premier League, a Kiev è andata in scena quella che verrà ricordata come la finale delle lacrime. Piangevano tutti come vitelli. Salah è uscito in lacrime per essere caduto malamente a seguito di in un fallo scomposto (che in Italia definirebbero “di mestiere” se fatto da un difensore bianconero preso a caso) di Sergio Ramos non visto dall’arbitro. Lacrime copiose anche per il difensore madridista Carvajal, che, come nella finale 2016 contro l’Atletico Madrid, ha vinto una Champions in infermeria. Per terminare col più vitello di tutti, Loris Karius, portiere del Liverpool dal pianto inestinguibile, che, dopo aver regalato la tredicesima coppa ai Blancos con due papere - di cui la prima francamente imbarazzante anche per la squadra della parrocchia -, ha camminato da solo, consolato da nessuno. O perlomeno da nessun compagno di squadra.
Tre vitelli, dunque, ai quali tutto sommato è andata meglio rispetto a quelli che, almeno stando al quotidiano egiziano Al Masry al Youm, la famiglia di Mohamed Salah avrebbe sacrificato prima della finale per infondere al Messi d’Egitto la forza necessaria. Questo sacrificio, devo dire, non è stato assolutamente vano. Infatti ci ha dato la certezza olimpica che sacrificare vittime al falso Dio non funziona mai, e, soprattutto, se di fronte hai un Sergio Ramos capitano cattolico, ne esci con le ossa rotte, ma non ditelo a Bergoglio, non crede che Dio sia cattolico, anche per questo nel referendum irlandese la Chiesa ha brillato per assenza. Nessuna mobilitazione, nessun intervento da Roma, nessun aiuto dei vescovi europei. Così, l’ultimo Paese del nostro continente ad avere resistito contro la morte di Stato torna alla pratica barbara dei sacrifici umani, conquistandosi il diritto di uccidere i propri figli. Rimpiangiamo il sacrificio dei vitelli, perché, fra l’altro, il rito islamico ha fatto incazzare gli animalisti, cosa sempre divertente.
Prima dell’infortunio di Salah gli inglesi si erano dimostrati molto aggressivi, d’altra parte avrebbero potuto spuntarla solo con un’intensità di gioco altissima per tutti i novanta minuti. Così non è stato. Un po’ per il contraccolpo psicologico, un po’ perché il Real, nonostante la serata no di toni Kroos (tre passaggi sbagliati) è la squadra più forte nel complesso, il Liverpool ha finito per abbassare il proprio baricentro, rendendo impossibile il gegenpressing di Klopp. La prodezza del panchinaro d’oro Gareth Bale, col relativo passaggio al 3-5-2, ha solo messo la parola fine sul referto sportivo. L’unica emozione successiva è stata il palo colpito con tiro da fuori da Mané. Il resto è crollo emotivo endemico.
Meno male che almeno il tecnico del Liverpool, Jürgen Klopp ha festeggiato ubriacandosi e cantando tutta la notte con i tifosi dei Reds. Festeggiare una sconfitta è di gran lunga molto più cattolico del preoccuparsi nevrastenico per l’andamento dei titoli in borsa come fanno certi catto-comunisti nostrani (principale problema italiano).
Così, mentre ci prepariamo a gustarci un campionato mondiale di football nel Paese delle matrioške, ci troviamo con un golpe politico soft imbastito apparentemente in fretta e furia per salvare i nostri risparmi e soprattutto per consentirci di vedere tutte le partite in chiaro senza esser disturbati da noiose dichiarazioni politiche, ma in verità già orchestrato da più di venti giorni, buttati a mare a bella posta per impedire il voto a luglio. Un voto che sarebbe stato certamente l’inizio vero della Terza Repubblica.
Grazie a Dio l’Italia in questo frangente storico è fuori dai mondiali di calcio come una bambola di legno uscita male dalle mani di un falegname uralico ubriaco in pieno inverno. Così gli Italiani sotto l’ombrellone avranno la possibilità di dedicarsi una buona volta a discutere di ciò che più importante per il futuro della nazione e non della nazionale.
Magari di fronte ad un match di football esaltante e una birra gelata. O una vodka. Vashe zrodovye!

 

19 maggio 2018

Dio preferisce la premier


IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE



di Matteo Donadoni
LIONE. Finale di Europa League. Termina dunque qui l’epopea dei tifosi dell’Atalanta sul divano. Dopo anni di difficoltà l’OM fa sul serio [1], lo fa per 20 minuti circa, poi la pochezza tecnica della sua punta Germain, l’infortunio tecnico di Zambo Anguissa che causa il vantaggio spagnolo e soprattutto l’infortunio muscolare a Payet, spostano la bilancia della fortuna inesorabilmente in favore dell’Atleti, che si ritrova praticamente la partita vinta, dato che il Marsiglia si squaglia come un cornetto sul molo. Come al solito il Colchoneros ottengono il massimo con il minimo sforzo. Inizio a pensare che questo paradosso del calcio sia in realtà un assioma: chi rompe il gioco vince.
A volte sembra karma. Chi d’infortunio ferisce, di infortunio perisce. Tutti i commentatori sportivi più informati attendevano Dimitri Payet, che definiscono “libero offensivo”, ma che io ricordo più che altro come il macellaio di Ronaldo nella finale di Euro2016. Per la quarta volta consecutiva, anche quest’anno, infatti, il trequartista nato nell’isola di Reunion è di nuovo il giocatore ad aver creato più occasioni da gol nei cinque principali campionati europei: Chances created: 113,
Assists: 12 ( SQUAWKA ANALYSIS ). Addirittura più di giocatori come De Bruyne, Insigne, Özil e Eriksen. I dati dicevano anche che l’Olympique Marseille è la squadra che tira di più in Ligue 1 e quella che segna di più su calcio piazzato (10 gol). Forse perché l’Atletico gioca in Spagna.
D’altra parte Rudi Garcia ha tentato di fare con Payet come a Roma il primo anno della sua gestione con Francesco Totti. Solo che Payet, per quanto forte, non è Totti.
Nonostante la bellezza dei dribbling di Ocampos e la tenacia di Sarr, entrambi giocatori notevoli, di questa finale rimane l’inconcepibile solidità dell’Atletico, oltre che l’inconsistenza intellettuale nonché calcistica degli scout (tipo i geniacci dell’Olympique Lyonnais) che scartano un giovanissimo Antoine Griezmann perché gracilino.
Se avesse vinto l’Europa League, Garcia avrebbe potuto considerarsi il padre dell’introduzione della “touche” nel football, ma ha perso.

Ma la scorsa settimana era stata assegnata la Coppa Italia.

ROMA. Per parlare della finale di Coppa Italia dobbiamo discutere la finale di Coupe de France, palcoscenico della storia e delle aspirazioni del Les Herbiers, piccola squadra di terza divisione francese - il massimo livello che la squadra è riuscita a raggiungere in tutta la sua storia. Oggi è la squadra francese che più ci sta simpatica. Per due ragioni. Una storica: all’alba del 3 febbraio del 1794 la colonna infernale guidata dal generale François-Pierre Amey entrò nella regione del Bocage e diede fuoco alla città di Les Herbiers. Sconfitta l’armata cattolica vandeana, l’esercito rivoluzionario volle incenerire i propri avversari: doveva. Infatti, la città venne distrutta insieme al castello dell’Entenduère, oggi ridotto a poche rovine abbandonate e ricoperte dalla vegetazione. Insomma, la solita prassi dei progressisti. La seconda ragione è che la squadra di calcio è stata fondata nel 1920 da un parroco - come il glorioso Celtic Glasgow, che quest’anno vince il settimo scudetto consecutivo e ci congratuliamo.

Dunque, per quanto sia stata travagliata la stagione del Les Herbiers - e per dire quanto basta ricordare che l’attuale tecnico, Stephane Masala, non ha neanche il patentino per allenare e il club deve pagare una multa di 1170 euro ogni partita - la squadra è arrivata in finale contro il ricco e blasonato PSG dei parigini, che loro chiamano “Les Parigots”. Avrebbe potuto essere una storia degna del football britannico, ma, essendo che è francese, i ragazzi del Les Herbiers hanno concluso banalmente, perdendo o-2 contro quella che sulla carta è la squadra più forte d’Europa.
Tutto sommato un risultato migliore di quello dell’onesto Milan contro la Juventus, che si aggiudica il trofeo per la quarta volta consecutiva, stabilendo un nuovo record, grazie a ben due papere di Donnarumma e un autogol di Kalinic.

Già, la scorsa settimana era stata assegnata la Coppa Italia. Infatti la chicca di fine anno ce la regala l’allenatore più permaloso della penisola, Massimiliano Allegri, il teorico della partita brutta, “anzi, se possibile, ancora più brutta”. Cito testuale perché si farebbe fatica a credermi: “E’ ora di far capire ai corsi, a i nuovi allenatori, a questi ragazzotti che ‘crescano’, che il calcio non è solo fatto di teoria, ma anche di pratica. Io fortunatamente son cresciuto con Galeone <sic!> che mi ha spiegato la molta semplicità nel spiegare le cose. Invece, io qui sento, Dio Santo, come se in una partita di calcio bisognerebbe mandare missili sulla Luna. E questo credo che sia molto un po’ una roba… da chi non conosce il calcio”. Esposto il teorema filosofico profondo per la formazione degli allenatori del futuro, Allegri, per quanto sconsolato per questa sua battaglia persa, prosegue la lezione per chi non conosce il calcio con un esempio pratico, altrimenti “si riduce il calcio… nel calcio ci sono mille imponderabili e mille imprevisti come il Monopoli, nel Monopoli c’è un pacchettino di imprevisti e nel calcio c’è un pacco di imprevisti. Quindi bisogna saper gestir le cose… c’ho un’idea completamente diversa, purtroppo forse è sbagliata la mia perché sento ‘parlà’ tutti allo stesso modo… quindi…”
Come dicevano i filosofi antichi: IPSE DIXIT - 9 maggio 2018.
Per concludere ribadendo un grosso #NototheModernFootball, ricordiamo l’ennesimo ritiro di Gianluigi Buffon. Tabaccaio in lacrime.


[1] Margarita Louis Dreyfus ha ceduto le quote dell’Olympique Marsiglia all’americano Frank McCourt, imprenditore dal passato turbolento , già proprietario dei Los Angeles Dodgers (franchigia di baseball della MLB), dalla cessione dei quali ha ricavato circa 2,15 miliardi di dollari (sic!).
 

28 aprile 2018

Dio preferisce la premier

IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE


LIVERPOOL. C’è chi dice che Salah abbia un piatto di couscous al posto del cuore, per fare una partita così contro la sua ex squadra. Poi c’è chi dice che Salah abbia un kebab al posto del cuore, per fare una partita così contro la sua ex squadra. Qualcuno, fornito di ben altro spessore intellettuale, o almeno storiografico, fa notare che l'esito della sfida tra Mohamed e Jesus è rappresentativo della crisi dell'Occidente. Di sicuro, per essersi scusato dopo il gol pazzesco all’incrocio dei pali, Salah ha dimostrato di non essere un insensibile, ma onestamente ne avremmo fatto a meno. L’attaccante è lì per segnare, non per elargire consolatorie menzogne gusto menta alle vecchine after eight.
L’pool-Roma è stata tutt’altro che una menzogna, è stata una doccia di gelida realtà sul calcio italiano.
Il povero Di Francesco non ha saputo nemmeno da che parte girarsi fino al 5-0, quando, con gli occhi spiritati di chi ha visto il fantasma di Cesare, ha deciso di cambiare modulo. Tardi.
Il centrocampo dei Reds era blindato, mentre Florenzi e Kolarov si abbassavano troppo, lo abbiamo capito tutti. Ma il fatto è che probabilmente il Liverpool si trova oggi nel miglior momento di forma possibile e Klopp, che è probabilmente il miglior allenatore in circolazione, «ha dimostrato di sapersi evolvere trasformando una squadra che sembrava monodimensionale, con caratteristiche quasi unicamente di transizione, in una compagine molto più completa di quanto il miglior commentatore avrebbe potuto prevedere. Anche se magari gli altri top club hanno giocatori più forti e qualità nel palleggio superiori, forse nessun’altra squadra raggiunge la versatilità del Liverpool nel saper interpretare (bene) così tante fasi di gioco» (Azzolini). La Roma ha dalla sua una partita di ritorno in che le offre la possibilità di fare (di nuovo) la storia e il futuro. Il futuro solo per chi ha la capacità di ragionamento, quindi non riguarda quei tifosi che si lamentano per la cessione di Salah (per altro imposta dal fair play finanziario) compensata dall’acquisto di Patrick Schick. Il quale, per la cronaca, è costato 5 milioni per il prestito, 9 per l'obbligo di riscatto (a giugno 2018), 8 milioni di bonus. Altri 20 entro il 2020. Per cui chi dice che Schick è costato quanto Salah (42 milioni subito più 8 di bonus) è un incompetente.
Ora, sorvolando sul fatto che l’AsRoma èfra le prime 4 squadre in Europa senza l’egiziano, e stendendo un pietoso silenzio sui soliti "fucking idiots", di questa partita ci rimane una certezza e domanda vecchia di quasi mezzo secolo: la certezza è che la Roma deve guardare il lato positivo: sarà dura andare ai rigori. La vecchia domanda, invece è: non sarà che Dio preferisce il Liverpool?

MONACO DI BAVIERA. Il Bayern Munich ha perso solamente tre gare interne in Champions League dal 2013: 2014: vs Real Madrid, 2017: vs Real Madrid, 2018: vs Real Madrid. Ho quasi detto tutto.
Quasi perché è doveroso ricordare che il povero Bayern di Heynckes era stato colpito da una serie di infortuni importanti (Neuer, Alaba, Vidal, Coman) a cui si è aggiunto in avvio di partita quello di Arjen Robben, l’uomo dai muscoli di cristallo. La strategia del vecchio comandante tedesco avrebbe anche potuto rivelarsi vincente con Robben e Ribery liberi sulle fasce grazie a un modulo 4-1-4-1 da vertigine verticale, il cui obiettivo principale sarebbe stato quello di raggiungere Lewandowski, solitario terminale avanzato. Però, l’infortunio dell’olandese abbinato alla contromossa spietata di Zidane, che ha scelto a sorpresa lo schieramento speculare, ha vanificato tutto. Infatti il gol di Kimmich è arrivato nel momento in cui il Real aveva tatticamente già preso possesso della partita. Come ha scritto Fabio Barcellona: «il Real Madrid riporta il calcio al suo stato primordiale, in cui, semplicemente, la squadra più forte vince. È un’idea semplice ma che può avere un impatto enorme sullo sviluppo futuro di questo sport». Inizio a pensare che sia vero.
Nel frattempo che i Blancos passano in vantaggio, Heynckes perde un altro giocatore per infortunio, cioè Boateng. Sono abbastanza sicuro che potranno trovarsi tutti a casa di Buffon per guardare la finale mangiando patatine.
Di questa partita restano una domanda e una certezza: che giocatore è Marcelo? Un supereroe prestato al football che a volte sembra un surfista anglo-hawaiano scanzonato e spettinato, raccattato all’ultimo minuto perché ne mancava uno, o un pescatore illegale di gamberi di fiume a mani nude che per copertura fa il terzino più spettinato e più forte del mondo? Rimane la certezza che il suo “stop a tenere” di suola potrebbe essere trasmesso in loop su maxischermo in ogni convento della cattolicità. Costituisce probabilmente la prova calcistica dell’esistenza di Dio.

LONDRA. Finisce 1-1 all’Emirates Stadium di Londra. Con un Arsenal che si conferma essere la squadra più bella della competizione, ma anche la più frivola. Non sapendo approfittare delle numerose occasioni in superiorità numerica per via dell’espulsione di Vrsaljko (aveva già preso il primo cartellino giallo dopo 1 minuto), i Gunners di Sua Maestà rimangono bloccati dall’Atletico Madrid, solita formazione brutta e tenace degli ultimi anni. This is football. Decide un errore difensivo sciocco e inspiegabile di Koscielny, la cui figuraccia è quasi pari a quella del vescovo di Liverpool. Ora, servirà l’impresa a Madrid. Questa partita non ci lascia certezze, perché l’unica certezza del caso la conoscevamo già: Oblak è la ragione sportiva per cui Handanovic non gioca mai in nazionale.
 

14 aprile 2018

Dio preferisce la Premier

IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE

di Matteo Donadoni
SYWELL. Il fatto più curioso di una delle settimane più pazze del calcio del Vecchio Continente è accaduto a Sywell, nel cuore (o nel pozzo?) dell’Inghilterra. Il Sywell FC, club dilettantistico inglese, si è scusato su Twitter con i propri tifosi per il match cancellato lo scorso weekend. Il motivo? Il pullman della squadra è finito ad Hundon, mentre i tifosi, che già si erano sobbarcati il viaggio, erano andati a Hendon, dove in realtà si sarebbe dovuta giocare la partita.

ROMA. La notte del “Fracaso total en Europa” come titola Marca, la notte in cui il Barcellona “se derrumba” presentandosi all’Olimpico con la maglia della Lazio. Quella di martedì sera è stata la notte in cui tutti gli amanti del football hanno potuto sperare finalmente nella fine del “guardiolismo”, nel senso più deleterio, e cioè del calcio tutto pedanterie e fiocchetti gialli, e, con essa, il ritorno degli spettacoli circensi nel luogo che a loro compete, sotto i tendoni. Dico gli amanti dl football non a caso, e certamente non solo per risentimento personale, lo dico perché il football è sostanzialmente un “passing game”, ma non SOLAMENTE un “passing game”. Per inciso: i dati dicono che mai come in questa partita la percentuale di passaggi riusciti ai Blaugrana è stata così bassa, ovvero il 76%, ben dieci punti sotto il minimo stagionale in Champions League che era dell’86% contro lo Sporting. Ad ogni modo l’icona triste di questo declino - che poi è una delle cose che ci hanno fatto godere - è un Andres Iniesta vecchio e sbiadito, sostituito e spaesato, appeso alla panchina come uno scimpanzé con l’Alzheimer. Lo spettacolo di una Roma, invece, che, contro ogni ragionevole pronostico, sconfigge i marziani è una sorpresa per tutti, ma un’impresa costruita sul cuore e sull’umiltà. Sul cuore dei capitolini, che sembravano ora eroi classici, ora gladiatori invasati (nota bene: hanno segnato gli stessi che avevano fatto autorete all’andata) e sull’umiltà di un Di Francesco che ha costruito un impianto tattico (3-4-3) fatto di gegenpressing altissimo sul portatore di palla e chiusura delle fasce laterali, in grado non solo di sconfiggere gli avversari, ma di dominarli pressoché per novanta minuti. A proposito di gegenpressing, questa la reazione di Jürgen Klopp: «Ero sulle scale quando qualcuno me l'ha detto. Lì per lì ho pensato che fosse uno scherzo. Non che io non rispettassi la Roma, loro sono una squadra fantastica, ma non me lo aspettavo». Come strascico dell’esultanza composta dell’Uomo di Naxos (che verrà ricordato come volto della partita), la nottata è proseguita nel segno del proverbiale equilibrio emotivo mediterraneo. Bagordi, schiamazzi e perfino il presidente Pallotta a mollo nella fontana di Piazza del Popolo con la tutta camicia e tutta la sobrietà. Pazzesco.
L’alba successiva è spuntata su una certezza. I marziani non esistono.
PS: a Pallotta il tuffo è costato 230 mila euro per il restauro fontana del Pantheon. Più la multa.

MANCHESTER. L’altra metà del sogno è scesa in campo in Inghilterra. A differenza di Di Francesco che non ha parlato dei tre rigori non dati (e uno concesso controvoglia) nei due match contro il Barcellona, Guardiola ha pensato bene di dare di matto, facendosi espellere dall’arbitro spagnolo, che, ad essere onesti, ha annullato un gol validissimo al City. Fatto sta che il guardiolismo ha perso in casa 1-2, abbandonando definitivamente la competizione.

MADRID. Ma le eccessive lamentele di Guardiola saranno sembrate retoriche dopo la follia di Madrid. Infatti, mentre si consumava il dramma (per gli spettatori) dello 0-0 a Monaco di Baviera, la Juventus, arrivata ad un passo dall’impresa di portare ai supplementari il Real, rovina tutto con un fallaccio di Benatia che travolge da dietro Lucas Vazquez al ’93 (non al ’97 come ha scritto la GazzettadelloSport, chissà perché), mentre si accinge ad accompagnare il pallone di testa in porta da due passi. Rigore. Apriti cielo. Buffon espulso per proteste e spintoni all’arbitro (di cui i giornali italiani non hanno mostrato i fermo immagine, chissà perché) e siluro di Ronaldo. Peccato, perché i Bianconeri avevano giocato veramente una partita di cuore coraggio e corsa meritando il vantaggio. La vittoria per 1-3 al Bernabeu sarebbe bastata a giustificare un’eliminazione decorosa. Invece, come la Roma aveva unito l’Italia, la Juventus l’ha divisa di nuovo. Andrea Agnelli insieme a Gianluigi Buffon ha pensato bene, anziché licenziare Benatia, di abbandonare il decoro per dare spazio al decorativo, rovinando così la serata sportiva a tutti. In Tv è andato in onda infatti uno spettacolino pietoso in cui, nell’ordine, Agnelli dava del “vanesio” incompetente a Collina, per invocare quella tecnologia VAR che aveva bollato come “pallanuoto” pochi mesi fa; e poi veniva definito, a freddo, dopo un’ora, “animale con un bidone dell’immondizia al posto del cuore” il povero arbitro inglese Michael Oliver, da parte del quarantenne Buffon, arrivato ormai all’ennesimo lacrimevole annuncio di ritiro in favore di camera, che fra un paio di settimane si rimangerà. Vedere la rabbia incontenibile del capitano bianconero dispiace umanamente, ma d’altra parte non lo possiamo perdonare, fosse solo per coerenza: pochi anni fa lo stesso portiere infatti beffeggiava (sempre in televisione) con aria da galantone superiore i tifosi milanisti per via della vicenda Muntari, sostenendo, grosso modo, il teorema per cui solo i perdenti si lamentano dell’arbitraggio.
Tutta questa pantomima, fra l’altro, per un rigore netto che un arbitro inglese, a conti fatti il meno peggio di questo turno di Champions, ha avuto il coraggio di dare solo e unicamente perché ERA RIGORE. Punto.

EUROPA LEAGUE. Il gol più bello della settimana l’ha realizzato certamente Ruben Neves del Wolverhampton, squadra di Championship, il campionato più bello del mondo, ma niente male anche il cucchiaio di Aaron Ramsey e i gol di Payet e Immobile all’incrocio dei pali nella seconda competizione continentale, evento in cui questa si è dimostrata definitivamente essere la settimana delle rimonte clamorose e delle quasi rimonte clamorosamente fallite. Suicidio in stile neoclassico per 4-1 della Lazio, che era passata in vantaggio a Salisburgo, e per il quale a me, romanista, sono servite 4 grappe, per riprendermi. Onestamente dispiace. Rimonta facile ed esagerata, ma per nulla scontata, dell’Olympique di Marsiglia sul Lipsia. Fallita rimonta del CSKA a Mosca contro i ragazzi di Wenguer, che, vista la malparata iniziale, ha fatto i cambi come un Allegri qualunque, mettendo 5 difensori - e il bello è che ha pure pagato. Il portiere dello Sporting Lisbona, invece, Rui Patricio, cui hanno costruito una statua a Leiria per la sua parata su Griezmann durante la finale dello scorso europeo, si è ripetuto sempre su Griezmann, ma stavolta non è bastato: vittoria 1-0 sull’Atletico di Simeone, che però passa il turno.
Ad ogni buon conto questo turno spettacolare ha fatto in modo che in finale di Champions League ci sarà una squadra a sorpresa, visto che le semifinali saranno Bayern Monaco vs Real Madrid e Liverpool vs Roma, una delle quali si ritroverà per forza di sorteggio a Kiev a fine maggio. Lo stesso vale per l’Europa League con Olympique de Marseille vs Salzburg e Arsenal vs Atletico Madrid.

 

08 aprile 2018

Dio preferisce la Premier

Il football del Vecchio continenente come piace alla Tradizione

di Matteo Donadoni
NORTHWICH. Il 1874Nortwich Football Club è il club inglese che quest'anno si è visto rinviare 23 partite per maltempo. La squadra, che milita nella North West Counties League Premier Division, in Inghilterra, si trova ora a dover giocare 23 partite in 40 giorni, una cosa fuori dal mondo per quel che riguarda il mondo del pallone. Lo ha annunciato con un Tweet la stessa società:
1874 Northwich @1874Northwich Monday, Wednesday, Thursday, Saturday, Monday, Wednesday, Thursday, Saturday, Monday, Thursday, Saturday, Monday, Wednesday, Thursday, Saturday, Monday, Tuesday, Thursday, Saturday, Monday, Wednesday, Thursday, Saturday.…
Le date sono: 26/3, 28/3, 29/3, 31/3, 2/4, 4/4, 5/4, 7/4. 9/4, 12/4, 14/4, 16/4, 18/4, 19/4, 21/4, 23/4, 24/4, 26/4, 28/4, 30/4, 2/5, 3/5, 5/5.

TORINO. I Bianchi di Madrid (in maglia da pic-nic) strapazzano i primi in Italia con una vittoria pulita a Torino. Un 3 a 0 frutto di una prodezza e del gioco. La superiorità del gioco frutta il primo gol del Real già al secondo minuto, dico superiorità perché ad essere superiore è la concezione del football di Zidane rispetto a quella di Allegri, che lo eguaglia solo in materia di antipatia. Perché? Risposta: Isco. Isco sarebbe titolare in qualsiasi club italiano, ma in Italia non farebbe la differenza come accaduto ieri sera a Torino, perché al giorno d’oggi una cosa normale come la libertà di inventiva del trequartista è vissuta dagli allenatori come fatto castrante del proprio presunto genio tattico. Tanto da far dire agli esperti che Isco libero di spaziare per il campo come un’allodola – come deve essere nel football – sia funzionale a “costruire il caos deterministico del calcio dell’allenatore francese” (boh!). Così, mentre stavamo tutti aspettando il primo passaggio sbagliato della stagione di Toni Kroos, ecco accadere il non plus ultra psicofisico in una partita di pallone: la rovesciata da album delle figurine. Cristiano Ronaldo esplode letteralmente la partita annichilendo le velleità bianconere. Di fronte ad una prodezza del genere anche il gioco passa in secondo piano. Dobbiamo dare atto di bella sportività a quei tifosi della Juventus (non troppi per la verità) che hanno offerto la standing ovation applaudendo al bel gesto atletico. Guardiamo il football per queste emozioni, non per vincere a qualche modo o, peggio, a tutti i costi. Certe cose pagano il biglietto della partita e della storia, anche da avversari.

BARCELLONA. Il 25 agosto, prima cioè dell’inizio dei gironi, nel Ranking Uefa la Roma era la 27esimo posto, dietro anche alla Fiorentina. Arrivare con merito ai quarti contro il Barcellona era già una soddisfazione, pensare di imballare i Catalani a centrocampo per finire con un risultato definito troppo pesante, direi, è forse il massimo che si potesse sperare. Questo per raccontare l’ennesima figuraccia in Europa della formazione della Lupa Capitolina, che per una volta non è stata così “figuraccia”: due autoreti un “autoassist” e due rigori negati hanno complicato la situazione. Col senno di poi e un minimo di fortuna in più avrebbe potuto anche essere un’impresa. Ma ciò che più fa riflettere sono un paio di considerazioni di carattere politico. La prima è come sia possibile che, nel calcio moderno dei perfettini antihooligans del “footbally correct” in cui è vietato quasi tutto e non si espongono striscioni, appaia a Barcellona lo striscione increscioso con la richiesta di libertà – “llibertat” come la chiamano loro – per la Catalogna. Perché 1. se possono fare liberamente una cosa del genere, evidentemente la libertà ce l'hanno già. 2. il Barcellona non è una nazionale! Non so perché venga concesso a questa società di spacciarsi politicamente. Allora facciano come i Baschi: schierino solo calciatori catalani, caccino Messi e gli altri campioni, dicendo addio a soldi e gloria. Non si fa la llibertat sportiva con i piedi degli altri.
La seconda considerazione è di politica sportiva: che sensazione di solitudine guardare le partite ancora prive della tecnologia VAR. Intendiamoci, a noi piace il football così come lo hanno inventato i maestri inglesi, per cui questa novità risulta un paradosso. Infatti, saremmo contrari a priori. Se non fosse però che, proprio in ragione del VAR, si riscontra una restaurazione (e non una rivoluzione) dell’antico spirito del football britannico con l’avvento di due fenomeni calcistici: l’inutilità della simulazione (che diventa anzi controproducente) e la superfluità della polemica sportiva, rende le polemiche infra e post partita semplicemente superflue. Per cui evviva la controrivoluzione del VAR! In attesa che il gioco ritorni appannaggio unico di gentiluomini.

LIVERPOOL. Il Manchester City ha chiuso la partita con zero tiri in porta, già questo fatto mi farebbe godere anche se il Liverpool non avesse vinto 3-0, demolendo la squadra che ha ammazzato la Premier League quest’anno. Ma dato che, ahimè, scemo, ho guardato la Roma, non posso parlare di football in merito, quindi parlo di cose più serie. A partire dalle parole di Guardiola: “Grazie alla polizia di Liverpool per averci protetto. Arrivare allo stadio con un clima del genere non è una contemplata nel mondo del calcio”. Solo in seguito ha fatto i complimenti al Liverpool per il gioco espresso e per il risultato. Ora, ringraziare la polizia, sempre. Però, se, come dicono i meglio informati che quella sera passeggiavano per le strade di Londra, OGNI pub traboccava di gente per vedere L’pool - City e TUTTI tifavano Liverpool, possiamo capire quanti danni al calcio britannico stiano facendo i vari signori allenatori d’importazione continentale. Guardiola dovrebbe pensare forse meno a far politica e di più a vincere qualcosa senza avere Messi, visto che con l’argentino ha vinto pure Luis Enrique, e senza troppo tirarsela.

Nella coppa di riserva da notare i 4 goal della Lazio al Salisburgo (pregevole il gol di Parolo di tacco) e i 4 dell’Arsenal ai Russi del CSKA Mosca. I Gunners, sono a sorpresa, indubbiamente la squadra più bella della competizione.

 

17 marzo 2018

Dio preferisce la premier

IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE


di Matteo Donadoni
DERBY FIRST. Visto che non siamo qui a scrivere pezzi brutti per sfregio, partiamo così: finisce senza emozioni il Brian Clough derby, 0-0 fra Nottingham Forest e Derby County nel campionato più bello del mondo: la Championship.
Diversamente invece il cosiddetto derby d'Inghilterra, ovvero la sfida tra Mancunians e Scousers, con il Manchester United che ha battuto 2-1 il Liverpool (decide una doppietta di Marcus Rashford), consolidando la seconda posizione in classifica.
Ma a proposito di derby pesanti: mentre cercavamo di capire il caos assoluto al London Stadium, dove alcuni tifosi del West Ham hanno invaso il campo per, diciamo, confrontarsi con i giocatori, il campionato di calcio greco, la Superleague, è stato sospeso all'indomani della vicenda del patron della squadra Salonicco Club Atletico Pantessalonicese dei Costantinopolitani, impropriamente nota come PAOK, Ivan Savvidis. Il filantropo greco-russo (ex politico nel partito di Putin) era sceso in campo allo stadio Toumba con una pistola nella fondina per ordinare alla propria squadra di lasciare il campo dopo un gol (giustamente) annullato al novantesimo, nel derby fra esuli di Costantinopoli. Solite sceneggiate da melodramma greco: il Paok, secondo in classifica a -2 dall'Aek, ma con una partita in meno, avrebbe messo una piccola ipoteca sul campionato se fosse riuscito a vincere lo scontro diretto. Quando l'arbitro ha annullato (giustamente) al 90' un gol ai padroni di casa la situazione è degenerata con il delirio di Savvidis, che a pare mio, pistola o no, risulta dialetticamente meno violento di Facundo Ferreyra con i raccattapalle. Perciò non mi sento di fare la prefica con un uomo la cui filosofia è: «Il mondo è diviso in coloro che credono nella presenza di Dio e in coloro per cui è più facile credere nella sua assenza, ma sono convinto che un mondo senza spiritualità è impossibile».

CHAMPIONS LEAGUE. Più che abbacchiato Mourinho in conferenza stampa post partita, tutto sommato l’ha presa bene dicendo che, tutto sommato, lo United non è la prima volta che viene eliminato agli ottavi: «Mi sono seduto qui già due volte in passato: quando ho eliminato il Man United con il Porto e quando ho eliminato il Man United con il Real Madrid. Quindi, non è niente di nuovo per questo club la sconfitta di stasera». Giusto in sfregio a chi lo paga. Ma forse avrà rivisto il proprio giudizio sul portiere più forte del mondo, De Gea, che infatti oggi è ridiventato solamente il portiere più odiato da Steven Gerrard. Per gli amanti delle statistiche: «Alexis Sanchez lost the ball 42 times vs Sevilla».
Meanwhile…

ROMA. Dopo ben 11 anni anche la AsRoma accede ai quarti di finale grazie ad un goal di Edin Dzeko, capace di sconfiggere più che altro un tiqui-taca formato Metallici: 63% di possesso palla e 0 tiri in porta. Peggio del modulo 7-3-0 di Montella allo Stamford Bridge.

BARCELLONA. A proposito di tiqui-taca in sfregio al football: niente da fare per i Blues di Conte, che racimolano i soliti due pali e sprazzi di buon gioco, che contro la fortuna di Messi e del tiqui-contropiede 2.0 nulla possono. Al netto di tutto un arbitraggio squallidamente a favore di chi non ha nemmeno più lo sponsor Unicef a giustificare l’intimidazione scientifica nei confronti del referee.

EUROPA LEAGUE. Onestamente, il risultato del Milan, al netto di un rigore inventato e di una papera di Donnarumma, non è mai stato in discussione. Finisce 3-1 per i Gunners di un Wenguer che sembrava sottratto a Madame Tussauds. "Imbroglione" e "Tuffatore": titolano i tabloid inglesi contro Welbeck, e pensare che in Italia chi si lamenta ancora del VAR, avrebbe definito il tuffo “mestiere” o “malizia”. Però devo fare un plauso a Rino Gattuso, vero gentiluomo britannico nell’analisi del post partita, non proporrà magari un gran calcio, ma ha capito il calcio. Chapeau.
Passa il turno anche la Lazio contro la Dinamo Kiev. Anche per loro c’è da riflettere sul significato etico del VAR.

SORTEGGIO. Juve-Real, Barcelona-Roma, Sevilla-Bayern München e Liverpool-Manchester City. Questi i quarti di finale della coppa che più fa scoppiare le coppie.
I bianconeri potranno rifarsi della solita sconfitta in finale, mentre i capitolini potranno provare ad eliminare quella che pretenderebbe di accreditarsi come nazionale catalana. Se esistesse la Catalogna.
Per l’Europa League Lazio-Salisburgo, Arsenal-CSKA Mosca, Atletico Madrid-Sporting e il Lipsia, che ha eliminato il Napoli, affronterà il Marsiglia.

Ma soprattutto, nell’attesa di goderci tutti il calcio che conta, voglio dire una volta per tutte una cosa, in sfregio : «Put your phone down and celebrate the goal» #againstmodernfootball.

 

10 marzo 2018

Dio preferisce la premier

Il football del vecchio continente, come piace alla tradizione

di Matteo Donadoni
A proposito di Premier League: la grande novità del prossimo campionato italiano di SerieA sarà l'introduzione del Boxing Day: si giocherà infatti il 22, 26 e 29 dicembre nel bel mezzo delle feste natalizie, mutuando il modello inglese della Premier. Una volta tanto ne azzeccano una e cioè poter vedere le partite in relax perché non si gioca quando la gente normale lavora. Ed ecco subito spuntare partito il piagnisteo in radio: scioperati che si lamentano di essere al mare e non in curva il 19 agosto prossimo - se sapessero godersi la vita seguendo il match in tv con una birra gelata e i piedi in spiaggia, non direbbero certe cose in radio - e padri che si lamentano del fatto che i bambini non potranno stare in famiglia a Natale. I bambini? Il Natale?!? Pensate piuttosto a fare il padre, non il mammo.

PARIGI. Al Parco dei Principi molti fumogeni e poco arrosto. Gli sceicchi, che hanno speso 400milioni per due soli giocatori, di cui uno già rotto, risicano il magro risultato di uscire agli ottavi come un Porto qualsiasi – e neanche d’annata. Fra i vari demeriti l’errore dello sbruffone Dani Alves, ma forse stava pensando ai bambini poveri. Finisce con una seconda vittoria 1-2 per i Blancos di Madrid.

Male le inglesi in Champions.

MANCHESTER. Nel frattempo lo scorso weekend il City ha cacciato il Chelsea a – 25 dalla vetta, facendo il record di passaggi in un solo incontro della Premier League: 902. Intanto che i tifosi del Manchester City cantavano, con proverbiale finezza britannica (pare all’indirizzo di Fabregas) «You’re just a shit David Silva», gli uomini di Conte hanno imbastito una catenaccio tale che, intervenuto a commentare la prestazione dei Blues, Jamie Redknapp ha parlato di un vero e proprio «crimine contro il calcio». L’allenatore italiano si è poi giustificato mettendoci tutta l’intelligenza tattica del calcio nostrano: «Sicuramente bisogna accettare ogni critica, ma non sono così stupido da giocare sbilanciato in avanti contro il Manchester City e perdere 3-0 o 4-0». Come se zero punti non fossero sempre zero punti. I tifosi dei Pensioners dal canto loro la prendono con filosofia, chiedendosi: «is this what they refer to as Walking Football?». Fatto sta che i Citizens erano talmente stanchi di far passaggi che in coppa sono stati sconfitti in casa da un Basilea già eliminato.

LONDRA. Sconfitto in casa anche il Tottenham. Gli Spurs hanno dominato in lungo e in largo la Juventus che con un paio di episodi, invece, ha portato a casa l’uno a due che vale un’immeritata qualificazione. Io avrei voluto spiegarvi il gegenpressing di Pochettino e invece mi tocca non parlare del non-gioco di Allegri. I giornalisti sportivi avranno scritto altro, ma d’altra parte sono gli stessi che dicono “Buffon si supera!” quando in realtà ha respinto in centro area un pallone che in tempi migliori avrebbe bloccato.

Bene le inglesi in Europa League.

MILANO. Nonostante la grinta dei milanisti, abbiamo avuto subito l’impressione che gli uomini di Wenger avrebbero potuto tagliare gli equilibri della difesa rossonera come il burro. E infatti i rossoneri sono stati travolti in casa per 2-0 da un Arsenal in disarmo a causa della disastrosa sconfitta di domenica scorsa a Brighton, per la quale i Gunners erano stati definiti «Tactical Dinosaurs». Grande partita di Ramsey e notevole stoccata armena di Mkhitarian. Qualcuno Oltremanica inizia a sospettare che Arsenio Wenger abbia perso apposta per confondere il sempre grintoso Gattuso.

DORTMUND. I tifosi dell’Atalanta avranno potuto vedere il resto delle partite di Europa League comodamente sul divano, ad esempio il bel gol si Saul ai ferrovieri di Mosca e la sconfitta del Borussia in casa per 1-2 ad opera di uno scatenato Salzburg. Oppure il deludente pareggio casalingo della Lazio contro la Dinamo Kiev, 2-2, in cui tale Tsygankov ha beffeggiato l’intera difesa biancoceleste segnando di tacco, presumibilmente prima di andare a fare il bagno nella vodka. In dubbio la sua presenza per il ritorno. 

 

24 febbraio 2018

Dio preferisce la premier

IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE 
Anastasia Bryzgalova
di Matteo Donadoni
Sono capaci tutti di innamorarsi di Anastasia Bryzgalova. Solo che il tempo è tiranno - oltre a non essere effettivo - per cui non si fa in tempo ad infatuarsi del curling, che subito i soliti giacobini antirussi ti rovinano il romanticismo sportivo con una gretta storia di doping (doping nel curling?!). Così alla serietà subentra, prepotente come una vodka di troppo, un’ilarità idiota che porta al disgusto. Grande amico e compagno fedele, il disgusto farebbe rinsavire anche un fedifrago, se lo provasse. Così, con gli occhi lucidi un po’ per la bellezza della ragazza, un po’ per il freddo e un po’ per l’alcool, torniamo al gioco più bello del mondo: il football.

WIGAN – Cominciamo con l’evento calcistico più notevole della settimana. Ecco a voi le allucinanti statistiche di Wigan - Manchester City di FA Cup, la coppa che gli Inglesi amano e tutti gli altri invidiano:

Possesso: 17% - 83%
Passaggi: 183 - 845
Tiri : 4 - 27
Finale: 1 – 0

Conclusione: ora, so che molti diranno che è un caso, che siamo i soliti beceri oscurantisti nemici del calcio moderno. Ma questo è il bello del vero football inglese: puoi chiamarti Guardiola e decidere che si gioca meglio quando il centrale si sovrappone al terzino in fascia, e che se David Silva riceve il pallone al limite dell’area avversaria lo deve scaricare fuori anziché concludere, ma non è detto che i tuoi barbosissimi 845 passaggi di media fruttino di più dei due passaggi verticali (con fallo subito e ignorato per vantaggio) in fascia per un Griggs che non ci pensa due volte. Le cose facili a volte…il genio semplifica.


LONDRA – Willian, Willian, Willian: due pali e un goal. Il Chelsea di Antonio Conte e del calcio verticale avrebbe meritato la vittoria contro il Barcellona del tener palla finché la nonna non si addormenta, ma purtroppo un’ingenuità di Christensen ha dato occasione a Messi di pareggiare e ai giornalisti italiani di farci dei sughi metafisici per ore, lamentandosi del fatto che purtroppo esistono al mondo ancora delle sacche di resistenza al calcio splendido e progressivo del tiqui-taca. Rassegnatevi. Non ci arrenderemo mai.

KHARKIV - La AsRoma ha giocato a Kharkiv, presso lo Stadio Metalist e non a Donetsk a causa della guerra - per la cronaca la rivista Forbes ha calcolato che dallo scoppio della guerra del Donbass il patron dello Shakhtar Donetsk Rinat Akhmetov abbia perso circa 10 miliardi di dollari – dove la selezione oro&porpora contro i Metallici ha prodotto 50 minuti di bel calcio (corti, compatti e pressing alto) fino al vantaggio del solito ragazzino della Lidia, tanto che stavo per titolare “Ünder is coming”. Purtroppo però nel secondo tempo si è rivista la vecchia squadra stanca e pasticciona, con idee più confuse di quelle dell’ultimo Blatter. Se il pareggio dei “Brasiliani sul ghiaccio” è da imputarsi più che altro al virus intestinale di Florenzi, la partita si è poi messa talmente male che un risultato più pesante è stato evitato unicamente dai soliti miracoli di Becker, il quale si appresta a diventare il portiere più forte del mondo, con buona pace di Mourinho che, uscito indenne da Siviglia grazie ad una super parata di DeGea, ha dichiarato: «I saw today was the best goalkeeper in the world». Secondo Mou lo United ha avuto sempre la partita in pugno, i giornali italiani riferiscono invece di una ventina di occasioni a una per la squadra di Montella. Fatto sta che a è finita 0-0. Quid est veritas?

Per quanto riguarda l’Europa League: passano agli ottavi solamente il Milan che affronterà l’Arsenal, sconfitto 1-2 in casa ma salvato da una rete del terzino Kolasinac, e la Lazio, che ha ribaltato il risultato dell’andata con un più ragionevole 5 a 1. Eliminato, si fa per dire, anche il Napoli a Lipsia, con tanto di favori personali al fumatore Sarri. Eliminata pur senza demeriti anche l’Atalanta bergamasca, di cui alcuni tifosi potranno seguire le partite del Borussia Dortmund comodamente dal divano, magari giallo, come i gialli di Costantinopoli eliminati dalla Dinamo Kiev, prossima avversaria della Lazio.

Qui gli accoppiamenti:
Lazio-Dinamo Kiev
Milan- Arsenal
Lipsia-Zenit
Atletico Madrid -Lokomotiv Mosca
Cska Mosca-Lione
Marsiglia-Athletic Bilbao
Sporting Lisbona-Viktoria Plzen


 

18 febbraio 2018

Dio preferisce la Premier

(IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE) 

di Matteo Donadoni
Mentre Antonio Conte disfava le valigie che aveva preparato lunedì, come del resto fa ogni lunedì da qualche mese a questa parte, martedì i rivali londinesi del Tottenham non hanno perso contro la Juventus. Strano, dato che dopo dieci minuti i bianconeri di Torino, ritrovatisi in vantaggio di due reti, avevano la qualificazione in tasca, anzi nel calzini. Invece è finita 2-2 grazie ad un gol classico di Kane, il campione inglese che a vederlo lo scambieresti per un allevatore di pellicani, e ad una punizione del romanista Eriksen, con barriera piazzata male da Buffon. Ora, è vero, il portiere ha sbagliato, ma l’accanimento post partita del tifoso bianconero medio mi è parso quantomeno miope. Dimenticate che il vecchio capitano aveva salvato il risultato su un colpo di testa a colpo sicuro dello stesso Harry Kane e che invece la causa del pareggio casalingo è attribuibile soprattutto ad Allegri. Lo stratega di Champions infatti ha pensato bene di mettere la squadra a difesa del risultato, dimenticandosi che 1- la gente ha pagato un biglietto per vedere il football e non tutti si deliziano di vincere a qualche modo e 2- in Europa o si scende in campo per giocarsela al football o si va a casa. E infatti gli Spurs se la sono giocata, riuscendo a recuperare. Vedremo quanto sarà in salita il terreno di Londra, e quanto poco sarà rilassante, visto che non si giocherà al White Hart Lane, ma nemmeno fra i pellicani di St. James Park.

Pratica archiviata per le altre inglesi, il Liverpool che passeggia 5-0 a Oporto e anche i Citizens in virtù del 4 a 0 in scioltezza ai Chrüterchraft del Basilea.
Sopra tutto brilla la finale anticipata di mercoledì sera al Bernabeu. Un’opera d’arte francese dipinta da uno spagnolo contro un’opera d’arte spagnola dipinta da un francese, in cui si è visto il PSG sfrecciare come una volante della Sûreté de Paris, sull’ 1 a 0, per poi mettersi nelle mani di un Neymar Clouseau pasticcione e di un Emery Dreyfuss nevrotico, che toglie Cavani e cambia la partita. In favore dei blancos. A parte un Kroos sottotono e “una danza di Modric col pallone” al limite del porno, non sbaglia invece il testardo Zidane, inserendo Asensio, dai cui piedi usciranno le azioni per un 3-1 troppo pesante per i parigini che avevano giocato meglio. This is football, beauty.
Per quanto riguarda la coppetta di riparazione, la Gazzetta ha dovuto stracciare tutte le copie già stampate che titolavano “Il ritorno delle italiane”.

Abbiamo assistito infatti a partite d’andata deludenti, come quella dei laziali che hanno giocato contro la vecchia gloria di Romania, riuscendo a perdere 0-1, e la farsa napoletana per cui i Partenopei sono usciti sconfitti 1-3 dal Lipsia in casa. Sconfitta onorevole anche per l’Atalanta bergamasca 3-2 a Dortmund contro una squadra più blasonata, che esprime un calcio a tratti frizzante e che ha impiegato un po’ a capire di non aver di fronte l’Inter, per cui bisognava impegnarsi davvero. Vittoria per il Milan 4-0, invece, contro una compagine slava di cui non vale la pena ricordare il nome. Da notare lo strepitoso 6-0 dei Gunners contro il Bate borisov e il pareggio della squadra di Costantinopoli 1-1 ad Atene contro la Dinamo Kiev.
 

27 ottobre 2017

I media e l'indignazione a orologeria sugli ultras

Striscione del Livorno inneggiante alle foibe
di Alessandro Verri

E’ sempre spiacevole dover entrare in questioni spiacevoli. Specie certe questioni dolorose che alcuni uomini potenti, dal 1945 ad oggi, con un assurdo crescendo, cercano di far rimarginare mai.
Mi si dirà: “Ma tu allora non ci entrare”! Certo, è una possibilità. Ma se uno ha da dire cose che nessuno ha detto, e che paiono di rilievo, allora il desiderio di esprimere il proprio libero pensiero, diventa una impellente necessità.
Da giorni il calcio italiano ruota attorno ad alcuni spiacevoli adesivi.
Questi adesivi sarebbero stati incollati da tifosi della Società Sportiva Lazio (1900) ai danni degli storici avversari della Associazione Sportiva Roma (1927).
Questi adesivi rappresenterebbero Annelies Marie Frank, detta Anna, nata a Francoforte nel 1929 e morta in un campo di concentramento tedesco nel 1945. La Frank è divenuta un personaggio assai noto nella letteratura, nel teatro e nel cinema, per il suo breve Diario, pubblicato dopo la guerra e tradotto in moltissime lingue.
I tifosi della Lazio avrebbero fatto un collage con il volto della celebre bambina ebrea e la maglietta della Roma, probabilmente come insulto, ovvero come a dire: voi siete ebrei, noi no.
Non sappiamo se e quanti tifosi della squadra romanista si siano offesi per un tale collage, ma non molti sicuramente. Oppure essere un bambino ebreo è insultante?
Ma per la stampa è scandaloso il fatto che essere ebreo, o essere morto di tifo in un campo di concentramento, sia usato come insulto. E questo nel 2017.
Il presidente della Lazio Claudio Lotito si è recato al Tempio israelitico di Roma per riparare ciò che una percentuale microscopica dei suoi tifosi ha avuto l’ardire di compiere: incollare degli adesivi con una bambina ebrea che indossa la maglietta della Roma.
Certo, un tempo, quando gli uomini erano più civili di oggi, riguardo ai trapassati si diceva: Parce sepulcro oppure Requiem aeternam. E comunque per i morti si aveva quel rispetto sacro che oggi pare scomparso, specie se quei morti siano stati in vita “dalla parte sbagliata”…
Laura Boldrini per esempio parlerebbe mai con rispetto di Claretta Petacci, per il fatto che costei, come la Frank, è stata una donna brutalmente assassinata solo per la sua appartenenza (politica) ?
Ancora di recente l’Associazione nazionale dei partigiani d’Italia ha dichiarato la sua contrarietà all’apposizione di una targa commemorativa per Giuseppina Ghersi, una bambina di 13 anni stuprata e uccisa in nome del comunismo dai liberatori della patria. A chi, come Vittorio Sgarbi, ha protestato per tanta perfidia 70 anni dopo i fatti, l’ANPI ha replicato dicendo: “La Ghersi era fascista”… E quindi oltre allo stupro e all’assassinio, merita la censura e non il ricordo.
Ma allora, di cosa sono colpevoli i tifosi della Lazio, che fino a prova contraria non stuprano né uccidono ebree, fasciste, né tifose della Roma???
Quasi ogni campionato di calcio registra episodi di violenza, per esempio accoltellamenti. Ma se un tifoso della Lazio avesse ferito un tifoso rivale, il presidente Lotito avrebbe portato dei fiori davanti alla sede della squadra del tifoso colpito, assumendosi in un certo senso la responsabilità morale dell’accaduto? Di norma questo non succede mai.
Ma allora, si vuole forse insinuare che è più grave fare un adesivo poco rispettoso piuttosto che spargere del sangue di un avversario sportivo (o di altri tipo) ? Questo sarebbe assai strano, così come è strano che quando ci siano insulti ad un calciatore straniero (o di colore) questo sembri più grave degli insulti ai giocatori autoctoni (italiani).
Davanti all’insulto, al coro da stadio e allo sfottò, siamo tutti di uguale valore o no? Ce lo dicano i signori del sistemaCerto, quanto i tifosi del Livorno inneggiano alle foibe non c'è nessuna indignazione a orologeria.

Davanti al loro comportamento reiterato sembra davvero che gli uomini contino di più o di meno in base alla razza, alla religione o all’ideologia di nascita o di appartenenza.


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16 giugno 2016

Arrendersi alla troika sorridendo


DISCORSO IN RELAX DI UNO SPETTATORE INEBETITO

La fortuna arriva sempre tardi, la sventura è cugina di tutti.
(Proverbio greco)

di Matteo Donadoni

Potremmo stare qui a discutere su quanto siano belli i lanci di Toni Kroos, o di come sia possibile che un giornalista degno di essere definito tale possa mai sostenere che l’Italia abbia giocato una gran partita contro il Belgio. Perché va bene che gli Italiani sono patrioti solo quando giocano i Savoia e lo so che è presto per giudicare, ma, per carità, non ho una “tiropita” al posto del cervello. Direte: calcio all’italiana. Vi do una notizia: calcio all’italiana, ovvero difesa e contropiede, non è football, è antifootball. E’ il calcio di chi non sa giocare a calcio, o il calcio della disperazione di chi sa di essere inferiore. Davvero inferiore. Troppo inferiore. Non dico che non paghi, dico che è indegno per un amante del gioco più bello del mondo. Abbiamo vinto, d’accordo. Ma siamo contenti? Come siamo contenti di avere Renzi presidente. Fantacalcio e fantapolitica si intrecciano solo in una nazione di fantasmi. Una volta si chiamava libero, oggi Bonucci è un “regista difensivo”. Una volta si chiamava “Listone”, oggi semplicemente non si vota e basta, e se non vince il PD non arrivano i finanziamenti del Governo. Tanto noi, figli del benessere e del cattivo gusto, abbiamo gli occhi nel cellulare, il lavoro nell’alto dei cieli e l’urgenza politica nei fatti di letto.

Ma forse non ho visto bene, essendo appena ritornato dalla mia seconda patria mezzo morto sotto shottini (un paio di litri) di Metaxa cantando l’inno del Panathinaikos e danzando sirtaki (che ad un tratto si è trasformato in una specie di bachata non so perché) con una rossa mozzafiato, tanto da far fare una scenata di gelosia alla mia solitamente riservata moglie nel bel mezzo del Villaggio Bravo. Sono un chiodo. Ho ballato per la prima volta nella mia vita, prometto solennemente a Tersicore, musa della danza, che non accadrà mai più. Non ho avuto modo, perciò, di seguire le partite iniziali e già era dura sopportare di non vedere il centrocampista universale Strootman, ma se questa è la mia nazionale, signori, mi serve un litro di “ouzo” per reggere i mezzucci da tergo di Chiellini, le perdite di tempo di Buffon e soprattutto l’ignoranza dei telecronisti (per l’amor di Dio! siete pagati da noi, almeno il pomeriggio della partita, spendete dieci minuti ad impararvi 11 nomi, sono lingue indoeuropee non assirobabilonese).

D’altra parte un europeo senza la Grecia è come un “suvlaki” senza “tzatziki”. In compenso, “mater artium necessitas”, con quel po’ di neogreco che ho imparato si sbottona qualsiasi barista, “mia fatza, mia ratza” (una faccia una razza), così ho parlato con i fratelli ellenici della situazione politica. Pressoché tutti sono convinti che, come da loro, anche da noi non ci siano più governi democratici, ma piccoli soldatini agli ordini della Finanza. Qualcuno si spinge a prospettare una guerra di secessione europea, come fu per l’America. Potrebbe scoppiare una guerra fra Russia e Turchia, la Grecia ne sarebbe coinvolta. Travolta. Forse più facile che la Russia venga espulsa dall’Europeo per fare l’ennesimo dispetto allo zar Putin. Di sicuro, se i carri armati greci non sono tornati per le strade, e non ci torneranno, sarà perché una metà è ferma per carenza di pezzi di ricambio, mentre l’altra metà perché non ci sono i soldi per il gasolio. Molti se la passano male, chi ha eliminato i dolci, chi la carne, chi, più saggiamente, la televisione. Pare che qualcuno chieda la questua in giacca e cravatta, tanto ormai è assimilabile ad un’attività lavorativa. Chi ha perso il lavoro ad Atene ed ha la fortuna di avere i nonni in campagna si trasferisce là. La terra ti libera. Dovremmo ricordarcelo anche noi italiani. Nessuno si fida più dei politici, come in Italia del resto. La parola di un politico ormai vale quanto quella di una maga che legge i fondi di caffè. Sulle isole, però, grazie al turismo si vivacchia.

Insomma. Siamo tutti pedine sullo scacchiere della UE, popoli sacrificabili sull’altare della burocrazia plutocratica. Come è potuto accadere? Ho desiderato la Grexit, temo la Brexit. Gli Inglesi in fatto di soldi hanno sempre avuto l’occhio lungo e possono godere della rendita di una certa signora Thatcher. Farage se non altro almeno sembra sapere quali sono gli interessi del suo popolo. Ma noi? Una società che bada soltanto ai numeri e non alle persone, non può fare altro che affondare, non serve un economista per capirlo. Io non sono un militante, nemmeno mi occupo molto di politica. Ma qualcuno mi sa spiegare perché, prima del sessantotto, docenti di destra hanno sfornato dalle università un’orda di studenti marxisti ed ora che i docenti sono appalto della sinistra da decenni, gli studenti rimangono di sinistra? Ho sempre saputo che l’animo umano è un abisso insondabile, ma ora pare che tutto corra verso l’abisso. Che i cervelli siano scivolati giù in un caldo brodo primordiale o in un’acida feccia ideologica. Forse prima nelle scuole non veniva fatto il lavaggio del cervello. Magra consolazione.
Potrebbe sempre accadere di peggio. Potremmo vincere l’Europeo giocando male e vedere Renzi attribuirsene il merito – comprategli una pipa. Potremmo anche perdere con l’Irlanda ed uscire subito, ma servirebbe un miracolo, ma come dicevano le donne greche una volta: “Un miracolo per essere tale deve durare almeno tre giorni”. Novanta minuti effettivamente son pochi.
Di sicuro dalla Grecia sono tornato più saggio: quantomeno ho imparato che “Piuttosto che la siccità, va bene anche la grandine”. Pare proprio che in Grecia ci siano tanti proverbi quante isole.

PS: Pare anche che i fratelli Filipazzi accettino scommesse su quando mia moglie mi accoltellerà.
 

13 marzo 2014

“Il Catechismo del pallone” di Corrado Gnerre

di Andrea Virga

«Un tiro da fuori area di Bruno Giordano ha un valore ontologicamente superiore ad un'affermazione filosofica di Giordano Bruno»
Il mese scorso è comparso in libreria un agevole e simpatico libretto dal titolo “Il Catechismo del pallone”, che si propone di leggere «il calcio come metafora della vita» e «riscoprire la dottrina cattolica con il gioco più bello del mondo».
 

28 febbraio 2014

Omosessualismo di Stato: anche la Nazionale di calcio diventa arcobaleno

di Marco Mancini

Se per caso vi capiterà di vedere i calciatori della Nazionale indossare in blocco lacci color arcobaleno, non preoccupatevi: semplicemente, la FIGC ha aderito alla campagna anti-omofobia lanciata dal sito internazionale di scommesse Paddy Power (sic!). Già alcuni calciatori, come Dessena del Cagliari e Moscardelli del Bologna, avevano manifestato a titolo individuale il loro sostegno verso la causa omosessualista; ora sono le massime istituzioni pallonare a scendere in campo per consacrare l’iniziativa.