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08 maggio 2020

Un Campari con... Samuele Pinna e... don Augusto

di Paolo Gulisano

Samuele Pinna è un nome ben noto ai lettori di Campari & de Maistre. Ed è proprio su questa testata che sono state pubblicate decine di puntate dei sui gustosi racconti che avevano come protagonista un sacerdote, don Augusto. Questi racconti sono stati la matrice da cui è nato l’ultimo libro – il decimo – del sacerdote milanese. Il volume, “Dalle lettere di don Augusto”, editrice Ares, è uscito da pochi giorni. Era cosa buona e giusta, doverosa e salutare incontrare l’Autore, e noi lo abbiamo fatto.

  • Caro don Samuele, noi suoi lettori ci aspettavamo e speravamo che il personaggio di don Augusto nato qui su C&D potesse diventare il protagonista di un libro. Non siamo stati delusi, ma il libro che ne è nato è un po’ diverso da come ce lo avevamo immaginato.

Sì, i racconti apparsi su Campari & de Maistre erano di forte ispirazione guareschiana, dove il mio don Augusto, pur calato in un contesto totalmente differente, agiva in modo molto simile al don Camillo di Guareschi. Quando ho deciso di pubblicare quelle storie, grazie anche al mio Editor (tra l’altro mia parrocchiana!) ho voluto dare più profondità al personaggio e togliere ogni riferimento al prete della Bassa. Questo perché si è voluto delineare una figura originale. Tra i primi lettori, quando i racconti erano ancora in fieri, c’è stato Alberto Guareschi, il quale ha apprezzato le novelle perché non scimmiottavano quelle di suo padre, ma volevano tratteggiare una figura nuova. Il libro, così com’è stato editato, è il risultato finale di un lungo percorso: don Augusto ora è finalmente se stesso!

 

  • Reverendo (mi permetta di chiamarla così, con questo termine un po’ desueto, e dandole pure del lei), ci ha molto colpito il sottotitolo del libro: “Come rimanere cattolici nonostante tutto”... E già: sembra che oggi restare cattolici sia diventato molto difficile...

Grazie per il “lei”, del resto io faccio dare da don Augusto del “Voi” a Gesù «perché non sono per niente persuaso che le formalità siano del tutto sbagliate». Se devo trovare il motivo per cui oggi è difficile essere cattolici posso sintetizzarlo con due parole: “fede” e “verità”. Credo, come ha detto Benedetto XVI (e, in qualche modo, continua a ripetere), che oggi non si sia persa la fede nel senso soggettivo (la fede personale di ciascuno), ma si sia persa la fede in un senso oggettivo (la fede cattolica per quello che è). E, qui, entra in scena la seconda parola: “verità”. Se manca la verità, che è e deve essere riferimento per tutti, ogni cosa cade nell’opinabile: Gesù è davvero risorto? I Sacramenti sono davvero sette? Non si può rispondere: “Per me sì” o “Per me no”, ma “Se sono cattolico credo che…”. La situazione in cui oggi ci troviamo è invece di chi dice A e di chi afferma esattamente l’opposto e nessuno ha il coraggio di attestare cosa è sbagliato in modo oggettivo. Questo può andare bene per il “mondo” (anche se ne vediamo i risultati), ma non per la Chiesa, perché c’è solo una parola, che non è quella di un libro (san Bernardo di Chiaravalle spiegava che il cristianesimo non è la religione del libro, ma del Vivente), ma di un Dio che parla attraverso le Sacre Scritture e la Tradizione della Chiesa. Con Tradizione (ma anche Magistero e dottrina) non s’intende le sparate di un parroco, di un sedicente teologo o di un vescovo, ma le verità che identificano l’essere cristiani. In altri termini, bisogna tornare a fare proprie le parole che pronunciamo nel Credo. “Fare proprie” vuol dire: non avere solo le idee chiare, ma applicare quelle idee (la verità) nella vita (con la carità).

 

  • Reverendo, è d’obbligo una domanda, anche alla luce dei suoi interessi culturali e teologici: quanto c’è di don Camillo nel suo Augusto?

Pur allontanandomi volutamente dal fare il verso al Don Camillo di Guareschi, che sarebbe stato in ogni caso operazione ridicola, c’è tanto del suo pretone nel mio don Augusto. Don Camillo è un sacerdote “solido”, con poche idee ma belle chiare, ama appassionatamente il suo gregge e segue sempre i consigli o i rimbrotti del Crocifisso. Anche il mio personaggio ama in modo appassionato il popolo di Dio a lui affidato e, in fondo, non ce l’ha con nessuno, perché ciò che non sopporta non è una persona particolare, ma la stupidità umana, soprattutto quando si spaccia per intelligenza.

 

  • Il “Mondo piccolo” di don Augusto non è ben localizzato geograficamente, ma non è difficile immaginare che la grande città in cui il suo confratello è stato chiamato sia Milano, e il povero don Augusto è il testimone di una certa deriva iperprogressista che si è ben radicata anche nel terreno buono della tradizione ambrosiana e borromaica.

Come Guareschi, anch’io nei mie racconti sono stato sfumato nel precisare un luogo e un periodo storico. Nel libro, invece, risulta chiaro che i tempi di cui parlo sono i nostri, mentre rimane più vaga l’indicazione del posto da cui partono le lettere del Nostro. E il lettore è libero di indentificarsi come meglio crede. Lo stesso Guareschi nel primo racconto scrive che don Camillo è l’arciprete di Ponteratto, ma poi preferisce non dare più indicazioni precise. Penso sia stato uno degli elementi del suo successo interplanetario: quelle vicende di un parroco di provincia potevano raggiungere tutti. Io non posso minimamente paragonarmi al genio di Guareschi, ma ho cavalcato l’intuizione: il mio don Augusto potrebbe agire a Milano come a Bosa in Sardegna o a Napoli e, perché no, in Baviera. Nel mio immaginario, le situazioni possono rappresentarsi anche in longitudini e latitudini diverse. Riguardo alla terra ambrosiana posso dire che è ancora ricca e feconda, benché siano presenti, come dappertutto derive di segno opposto. Capirà che non posso sbilanciarmi perché non ho nessuna intenzione di finire in esilio come il povero don Augusto, il quale è molto più coraggioso di me. Tornando seri, anche se «la serietà non è la virtù», come diceva Chesterton ed è ricordato nella Presentazione del mio libro, oltre a essere il motto di questo blog, il problema è la confusione regnante a tutti i livelli: sia il progressismo sia un becero conservatorismo sono dannosi. Sono due estremi nocivi: da una parte si vuole mantenere la carità a scapito della verità, mentre dall’altra si sacrifica la carità per la verità. La via giusta è, a mio parere, quella più difficile, in cui si necessita di grande equilibrio, di chi cioè non confida nelle sue capacità di giudizio, ma si affida a Dio con umiltà. Ogni domanda che abbiamo nel cuore ha una risposta, ma ci vuole grande impegno e fatica nel ricercarla e trovarla (ma c’è!). è il cammino della “conversione” e di fare sempre più nostro, come dice san Paolo, «il pensiero di Cristo» (e non il “secondo me”). è Lui che cambia l’esistenza e non le nostre strategie, che possono essere utili ma in fin dei conti secondarie e relative. Qui si ritrova la speranza, perché, come mi ha insegnato il mio amico Giorgio Torelli, araldi del Vangelo, della verità, apostoli, martiri, evangelisti e, in una parola, testimoni della fede ci sono, esistono! è certo, però, che bisogna andarseli a cercare muniti di pazienza. Nel mio piccolo, ho avuto la grazia di vivere incontri del genere che ti permettono di proseguire con nuovo slancio il cammino; e come non ricordare quello più significativo per me con Benedetto XVI oppure l’amicizia con Giacomo Biffi o ancora quella con il cardinal Georges Cottier oppure l’incontro con Robert Sarah o, da piccolo, con don Vittorione. Insigne personalità che hanno arricchito notevolmente la mia vita di fede e sacerdotale. Il problema, allora, non è schierarsi, perché la fede non è fare il tifo per una squadra piuttosto che l’altra, ma ricordarsi che abbiamo già vinto, perché il Signore ha sconfitto il mondo, il peccato e, addirittura, la morte… dobbiamo chiederci se io sto gareggiando con Lui o contro di Lui. Dobbiamo, inoltre, convincerci che è Lui, mediante la Chiesa, che ci traccia la via per il Paradiso. E qui ritorna il tema della fede e della verità.

 

  • Insistiamo con Milano, reverendo. Un grande dono fatto dalla Chiesa Ambrosiana al resto del popolo di Dio fu proprio il cardinale Biffi, di cui lei si è occupato approfonditamente. Don Augusto sembra avere molte caratteristiche biffiane. È stato per caso alla sua scuola?

Credo che il cardinal Biffi sia stato uno degli uomini più lucidi del nostro tempo, con uno stile di scrittura e di analisi che non si trova facilmente in giro e che supera di molto i nostri contemporanei. La sua capacità era quella di sapere fare una diagnosi molto efficace e altrettanto sintetica della realtà, scovando le stupidaggini e tenendo aperto uno sguardo di speranza. In sua compagnia non ci si intristiva o annoiava, perché trasmetteva una gioia profonda, una gioia cristiana. Don Augusto, probabilmente di qualche anno più giovane, ma non molti, ha saputo beneficiare nell’insegnamento del Cardinale. Del resto, tra le righe, fuoriesce il pensiero di Biffi, a dire che sicuramente l’ha apprezzato. Di là dal mio personaggio, gli devo molto e ho cercato di ricambiare questo debito attraverso pubblicazioni che mantenessero vivo il suo pensiero.




  • Nella Presentazione al suo libro, leggiamo della virtù del buon umore. Ma come fa don Augusto a conservare la serenità e perfino la gioia in un mondo (e in una Chiesa) che ha subito – come avrebbe detto Chesterton – un tracollo mentale?

La mia tesi è questa: è l’umorismo che salverà il mondo, perché capace mediante un sorriso di far mettere in moto il cervello senza che uno si prenda troppo sul serio così da non cedere alla retorica. Questo non significa, però, che non ci sia preoccupazione e anche scoraggiamento davanti a una realtà che è sempre più difficile da comprendere per chi è cattolico. Tante decisioni lasciano perplessi, ma è parte del gioco: dove c’è l’uomo, c’è il bene e il male; mentre dove c’è la presenza di Dio, c’è solo il bene. Ecco perché, secondo un altro gigante della teologia (maestro anche di Biffi), Charles Journet, la Chiesa è santa ma non priva di peccatori. Se la si trasforma in una Ong è inevitabile che il suo messaggio diventi un’opinione tra le tante. Mi pare, poi, che non ci si renda conto dello stato di secolarizzazione: il modo di pensare comune è sempre più lontano dalla mentalità cristiana. Chi non se ne avvede, mi pare, sono proprio i pastori e i loro primi collaboratori, che si chiudono in un attivismo sociale senza fine ma in grado di raggiungere, ormai, sempre meno persone. Nel mio libro ironizzo su figure presenti in quasi tutte le Parrocchie nel tentativo di far sorridere e soprattutto di far pensare, cercando di mostrare come sia ancora forte il clericalismo e proprio in coloro che lo combattono. Mi pare che spesso si sia buttato via il bambino con l’acqua sporca, perché abbiamo ridotto tutto a un livello umano mentre la Chiesa possiede, sì, un aspetto umano che però è chiamato a trasfigurarsi nel divino. In una parola, rubata a Benedetto XVI: «non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana». Come conservare la serenità? Cito ancora il cardinal Biffi: «Quando uno è convinto che Dio esiste, ed è Padre e approdo di tutti gli esseri, e che Gesù Cristo è risorto, primizia della nostra vittoria, non può non essere allegro nel profondo del suo essere, per quanto male gli vadano le cose e per quanto deludente gli possa sembrare la cristianità».

 

  • Reverendo, siamo all’ultima domanda, la settima. Sette come i Sacramenti, quelli che il povero don Augusto vede desolatamente trascurati e calpestati. Cosa ne pensa?

Rispondo anzitutto con una frase di don Divo Barsotti: «Una Messa è più grande di tutta la storia, di tutta la vita della Chiesa perché la storia del mondo, la vita di tutta la Chiesa non sono che una partecipazione all’Atto sacrificale del Figlio di Dio. Se tu non lo credi, hai già rinunziato alla fede». Sono persuaso che la Liturgia abbia un importanza decisiva per il fedele e sia un tema molto rilevante e delicato. Non si tratta di ritualismo, ma di comprendere cosa succede nella funzione. Se tutto è orizzontale, una cosa fatta tra noi, una “cosa nostra”, allora va bene tutto: battiti di mano, canzonette sincopate, applausi e show di ogni genere con annesso il “presentatore” dello spettacolo. È giusto e persino doveroso. Anche se poi non si capisce perché si abbia così poco successo! Nel tentativo di svecchiare la Liturgia forse non ci si avvede che i banchi della chiesa sono occupati perlopiù da anziani. Al contrario, se la Liturgia è qualcosa di “verticale”, che ambisce alla “cose di lassù”, allora i fattori in gioco cambiano. Ma attenzione non siamo davanti a un aut-aut: orizzontale o verticale. No! Amare Dio è necessario per amare il prossimo, non viceversa: capire l’aspetto verticale è ciò che consente di vivere bene quello orizzontale. Qui, la questione si fa più complessa: non è il piacere, ma la verità (che è poi il grado minimo dell’amore) a dettare le regole. E quando non sono capite? Si spiegano (catechesi). E quando non sono accettate? Si “pregano”, potremmo dire in modo sgrammaticato, cioè si chiede a Dio di aprire le menti e i cuori. Modificare una composizione di Mozart, Bach o Beethoven per assecondare un gusto personale o di massa non la rende più bella, ma stonata. Lo spartito della Liturgia è già scritto da compositori sapienti (certo più sapienti di chi improvvisa, ci sono pochi Chopin in giro!) e lì uno scopre come sia sublime la musica (e la celebrazione). Questo non è formalismo, ma affidamento: il rito è il contenitore che contiene un contenuto sacro e incredibile! Davanti a un personaggio famoso che ammiriamo non improvviseremmo, ma saremo attenti a ogni particolare. Ebbene nel Sacramento, quale sia, c’è molto di più! La musica sacra, per continuare con l’esempio, non può essere sulla falsariga di quella corrente, ma deve elevare, il suo compito è far entrare nel Mistero attraverso la preghiera (e non a far provare un’emozione fuggevole). Deve portare a vivere un’esperienza totalmente diversa da quella abituale (un’emozione prolungata che tocca la volontà), altrimenti riduciamo il Mistero a qualcosa di nostra portata. Forse, quella che manca – in tutti – è una capacità di autocritica: siamo convinti che il solo fare una cosa sia di per sé giusto, ma non verifichiamo mai l’agire (e facciamo “male” molte cose!). E allora i canti nuovi sono quelli di cinquant’anni fa, allora bisogna svecchiare la Liturgia con il risultato di avere le chiese mezze vuote, allora bisogna semplificare fino a diventare stucchevoli o banali. Vengono in mente le parole del compianto cardinal Carlo Cafarra: «Una Chiesa povera di dottrina non è una Chiesa più pastorale, è semplicemente una Chiesa più ignorante».


 

27 gennaio 2020

La Guerra dell'Anello: polemiche sulla nuova traduzione


di Paolo Gulisano
Per chi ha avuto modo di avventurarsi nelle pagine de Il Signore degli Anelli di John Ronald Tolkien, è impossibile non condividere l’opinione espressa dal suo collega e grande amico Clive Staples Lewis all’epoca della pubblicazione del libro: «È troppo originale, troppo ricco perché lo si possa giudicare a una prima lettura. Ma sappiamo che ci ha regalato qualcosa: non siamo più le stesse persone».
Come tutti i capolavori della letteratura, Il Signore degli Anelli lascia nell’animo del lettore il ricordo di un’esperienza meravigliosa. Ha davvero ragione Lewis quando aggiunge: «Chi, dopo aver chiuso il pesante tomo, dopo aver abbandonato i verdi campi e le colline della Terra di Mezzo, non ha mai provato la curiosa sensazione di tornare a osservare il solito vecchio mondo con sguardo rinnovato?».
Questa è l’esperienza che hanno fatto milioni di lettori di Tolkien. E davvero aveva ragione uno dei figli dello scrittore, Michael, quando diceva che suo padre aveva risposto all’invocazione – da parte di lettori di ogni età, carattere, provenienza- di bellezza, di gioia, di senso del mistero, cose senza le quali l’anima stessa dell’uomo inaridisce e muore dentro di lui.

Nonostante questo, nonostante che Il Signore degli Anelli sia un capolavoro della Letteratura moderna, in Italia questo libro e questo autore sono da sempre stati accompagnati da polemiche e livori aspri.
Fin dagli anni ’70 Tolkien venne etichettato come “scrittore di Destra”, se non addirittura fascista. Ancora nel 2001, all’uscita del primo film della trilogia di Peter Jackson, sul quotidiano Repubblica si poteva leggere una recensione in cui si parlava del film come tratto dal romanzo dello scrittore “neonazista” (sic!) Tolkien.
E proprio il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ha dato il là, da circa due anni, ad una curiosa campagna contro l’edizione italiana del libro. Secondo questa narrazione, infatti, la colpa delle interpretazioni di Destra di Tolkien sarebbe proprio del tipo di traduzione che era stata fatta cinquant’anni fa. Il messaggio sottinteso è che un tipo diverso di traduzione avrebbe invece portato alla luce un tipo diverso di libro, accettabile ed apprezzabile anche a Sinistra.  Una riabilitazione che gli appassionati progressisti di Tolkien attendono da anni.
Così è scoppiata una vera e propria guerra tra i traduttori, e dietro di loro ambienti di cultori e appassionati che sostengono uno e l’altra.

Tutto inizia quando il 29 aprile 2018 esce su Repubblica un’intervista a Ottavio Fatica, il prestigioso traduttore chiamato dall’editore Giunti-Bompiani a ritradurre il capolavoro di Tolkien- firmata da Loredana Lipperini. In questa intervista, la Lipperini chiede a Fatica se le precedenti critiche alla traduzione “storica” de Il signore degli anelli abbiano ragione di esistere. Fatica sottolinea che la Alliata aveva fatto un ottimo lavoro per la sua giovane età, ma che comunque alcune sue scelte stilistiche erano  discutibili e, alla luce dell’attuale teoria della traduzione, dei veri e propri errori. Fatica qui usa un’espressione iperbolica per parlare del lavoro della Alliata:”Ecco, bisognava pur rendersi conto che non era possibile correggere cinquecento errori a pagina per millecinquecento pagine”.
Successivamente, al Salone del Libro di Torino del 2018, Fatica ribadisce sue critiche.
Inizia quindi una dura diatriba tra Fatica, la Giunti-Bompiani e Vittoria Alliata di Villafranca.

La prima traduttrice de Il Signore degli Anelli, aveva affrontato questa fatica all’età di 17 anni durante l’ultimo anno di Liceo. Il libro venne pubblicato da  Astrolabio, un piccolo editore con un catalogo infarcito di testi esoterici. Questa edizione vendette pochissimo, e pochi anni dopo i diritti passarono a Rusconi. Questa casa editrice si avvalse della traduzione di Vittoria Alliata, facendola revisionare da un altro traduttore- per la verità dal tedesco- il musicologo Quirino Principe.
In seguito Vittoria Alliata si è dedicata con successo a studi di islamistica, e Il Signore degli Anelli ha proseguito la sua trionfale ascesa nei gusti e nei cuori dei lettori.
Nei cinquant’anni successivi, l’edizione de Il Signore degli Anelli sarebbe passata nelle mani della Bompiani e sarebbe stata sottoposta, ciclicamente, a ulteriori piccole revisioni. Quando, nel 1974, era ancora nelle mani di Rusconi l’opera avrebbe subito una revisione in cui si sostituiva la parola gnomo con elfo, per esempio. Invece, nel 2003 Bompiani pubblicherà una nuova edizione con l’aiuto della Società Tolkieniana Italiana, sempre con la traduzione Alliata-Principe, ma in cui erano stati corretti diversi refusi e orchetti veniva sostituito con orchi.
A questo punto, premesso che nuove traduzioni del libro di Tolkien sono assolutamente lecite, e anzi, avvalorano ancora di più il suo essere non un semplice romanzo Fantasy, ma un vero e proprio classico della Letteratura, che come tutti i classici, da Omero a Shakespeare, può essere ritradotto. Ognuno poi sceglierà e amerà una versione piuttosto che un’altra. Ad esempio, con buona pace di Ottavio Fatica che ha ritradotto anche Moby Dick di Melville, io continuerò imperterrito a rileggermi la magnifica, epica versione di Cesare Pavese.

Tuttavia, posta questa premessa di merito, bisogna dire che questa guerra intorno alla traduzione è stata davvero spiacevole. Ci sono di mezzo anche rilevanti questioni di diritti, sulle quali Vittoria Alliata si è fatta valere in sede legale, ottenendo il ritiro di tutte le edizioni che portano il suo nome come traduttrice. Ciò significa che in circolazione – a partire dal 1 gennaio 2020- c’è soltanto la nuova edizione.
La Principessa ha ampiamente spiegato le proprie ragioni attraverso una lettera aperta inviata agli appassionati e ai lettori. Come commento a questa spiegazione, il saggista Wu Ming 4, pseudonimo del critico bolognese Federico Guglielmi, uno dei principali fautori di una rielaborazione di Tolkien in chiave politica di Sinistra, ha lanciato sulla rete una sorta di “proclama della vittoria”, dove si annuncia l’avvento di una nuova era, nella quale Tolkien (in Italia) è finalmente liberato dai vincoli con la Destra. Vincoli che peraltro vennero posti sul grande scrittore inglese dalla Sinistra stessa, che lo etichettò, come abbiamo detto in precedenza, come un autore reazionario.
A nostro parere, l’assenza dagli scaffali della traduzione dell’Alliata sarà comunque un di meno, un impoverimento.

Questa diatriba, con tutti i suoi aspetti legali e ideologici, ha comunque avuto il merito di portare alla luce alcuni aspetti molto interessanti della storia della ricezione dell’opera tolkieniana in Italia. Protagonista ne è stata sempre Donna Vittoria, che in un’intervista rilasciata a Oronzo Cilli, saggista che aveva avuto modo in un suo testo di raccontare la storia dei rapporti di Tolkien con l’Italia, comprese le bocciature del Signore degli Anelli da parte di grandi editori come Mondadori, e sempre a motivo di “filtri” di tipo ideologico, ha raccontato di come lei stessa, fin dal  1996, avesse proposto di rivedere il testo, che presentava ancora gli stessi refusi dell’edizione Astrolabio. Non solo: l’Alliata mette in evidenza che “Rusconi respinse anche la mia proposta di un’introduzione più adatta a illustrare gli intenti e la figura dell’Autore, nonché di un mio commento per spiegare le scelte di stile e della nomenclatura. Poco dopo il rifiuto una nuova edizione uscì comunque, e sempre con gli stessi refusi, ma con un’introduzione in cui si dava dell’opera di Tolkien un’interpretazione “pagana”, neogotica e tenebrosa, quasi fosse da collocare nel retaggio letterario di un satanista come Aleister Crowley”.

Un giudizio molto duro quello di Vittoria Alliata, che porta alla luce un aspetto molto importante della storia delle interpretazioni di Tolkien. Se per Wu Ming esiste semplicemente una “Destra”, concetto peraltro abbastanza vago e generale, che va dal neofascismo ai cattolici praticanti, in realtà il giudizio della prima traduttrice di Tolkien fa trapelare che in realtà ci sono stati dei cultori dello scrittore inglese che hanno cercato di darne una interpretazione “sapienziale”, gnostica, esoterica, una subcultura che tra l’altro è trasversale alla Destra come alla Sinistra. La Alliata giustamente ritiene che Tolkien non appartenga a queste subculture, un giudizio che condividiamo pienamente e una posizione culturale che personalmente portiamo avanti- con altri amici e studiosi- da almeno vent’anni.
Di fronte all’inarrestabile evoluzione del progresso e della massificazione, dei totalitarismi di vario colore, Tolkien propone un ideale che non è la rivoluzione, e nemmeno la conservazione, ma un ritorno ad un Ordine, contro il dilagare del Caos. Il ritorno ad una sovranità legittima, come è quella di Aragorn, che deve restaurare giustizia e pace. Un ritorno al Dio vero, volgendo le spalle agli idoli di tutti i tipi.

 

02 gennaio 2020

L'Altrove di Star Wars (di Paolo Gulisano)

Siamo lieti di iniziare una collaborazione con Paolo Gulisano, uno dei maggiori cultori del fantastico presenti oggi in Italia.

di Paolo Gulisano
Negli scorsi giorni la lunga attesa degli appassionati della ultraquarantennale Saga di Star Wars ha trovato finalmente risposta nell’Episodio IX. Ora sappiamo le origini di Rey, ora sappiamo il destino dei Cavalieri Jedi, ora ogni nodo è venuto al pettine. Almeno apparentemente. In realtà restano ancora tante domande, tanti enigmi. Sappiamo che nuovi episodi verranno in un prossimo futuro, e che il mondo narrativo di Star Wars non finisce qui. Avremo dei sequel, con protagonista la grande Rey, che deve riportare ordine nel Caos. Ma potremo avere anche dei prequel, che inevitabilmente sposteranno l’attenzione dalle vicende della famiglia Skywalker a quella Palpatine. E poi c’è ancora tanto da raccontare, riguardo all’universo espanso di Star Wars.

In questo articolo non vogliamo soffermarci tanto sul nuovo film, sul quale comunque ci sarebbe molto da dire e sottolineare. Diciamo solo che con piacere abbiamo visto ancora una volta affiorare il tema dell’Eroe, della sua faticosa formazione, del destino che sembrerebbe scritto nel sangue, nel DNA, e che invece ognuno è chiamato a realizzare a partire dalle circostanze in cui è posto e dalle scelte che è chiamato a fare, da Rey a Ben Solo. Ancora una volta "Guerre stellari" si è confermato come una grande epica, come un viaggio non solo tra le galassie, ma negli spazi ben più insidiosi dell’animo umano. Non tanto un "Accadrà domani", ma un "Tanti e tanti anni fa, in una galassia lontana, lontana...", come si apriva la prima delle tre pellicole di Lucas. Ovvero una storia modello, archetipica.

E ancora, accanto al consueto armamentario di astronavi, tute spaziali e asteroidi, riecco la spada, laser o acciaio poco importa, riecco l'ordine dei cavalieri, la principessa, gli animali fantastici...
Certo, può essere considerato un prodotto confezionato da chi interpreta pulsioni e bisogni come un mercato, fabbricato da chi è pronto a tradurre le necessità in profitto. Quello che ci interessa, però, è il dato fondamentale: esiste non solo un interesse, ma una vera e propria richiesta di tematiche legate al fantastico, alla fantasia.

Fatta questa constatazione, il passo successivo ci porta a chiederci il perché di un successo tanto stridente con il panorama che lo circonda. La risposta che più di consueto viene data chiama in causa l'insoddisfazione per il presente, per la situazione che si vive. E' una risposta che in parte può essere sottoscritta. Certo, i grandi spazi, le grandi foreste, le alte montagne di uno scenario tolkieniano sono altra cosa rispetto al quartiere residenziale periferico con il quale il nostro lettore-tipo si trova a fare i conti quotidianamente. E' altrettanto vero che i grandi rischi, i grandi amori, le grandi battaglie, il camminare sul ciglio di profondi burroni, lo scintillio delle spade che si incrociano, sono l'antitesi di quella vita piatta, grigia, codificata e programmata che la modernità propone. O impone. Ma se solo l'insoddisfazione fosse ciò che spinge verso il fantastico, se solo la volontà di evadere - quella "Santa fuga del prigioniero" di cui parlò Tolkien - fosse la causa di questa crescita del fenomeno, bisognerebbe chiedersi perché questa fuga non avviene attraverso altre vie, quali la fantascienza "canonica" o il romanzo di avventure più classico. In effetti, se è vero che il romanzo d'evasione conosce un periodo di grande fortuna, se è vero - statistiche alla mano - che il lettore sembra preferire lunghi racconti che permettono un'evasione prolungata, è altrettanto vero che il fenomeno della letteratura fantastica - almeno per quanto riguarda quel fantastico "Nobile" che può avere in Tolkien il moderno caposcuola - ha uno spessore qualitativo tutto particolare.

Cercare le fonti di quel fascino che la letteratura fantastica innegabilmente emana significa scavare attorno alle sue radici, significa cercare di individuarne l'essenza.
Cominciamo dal tema del viaggio dell’eroe, che George Lucas, l’inventore di Star Wars, assorbì da Tolkien e dal grande studioso di miti Joseph Campbell. Un viaggio per guarire una terra desolata nel nome della speranza evoca temi antichi ma sempre affascinanti. In Guerre Stellari la «speranza» è la Forza: «un campo energetico creato da tutte le cose viventi», l’energia vivente dell’universo ma anche l’espressione della tensione umana verso il soprannaturale. Una saga, quella di Star Wars, che è l’immagine del più profondo senso religioso presente nell’uomo. Così come della lotta per non cedere al Lato Oscuro. Chi aveva creduto che questa lotta si fosse esaurita con la fine di Darth Vader, il “padre oscuro”, ha dovuto ricredersi e vedere la stessa lotta, lo stesso tolkieniano eroismo del sacrificio, in suo nipote Ben.

Questa saga rappresenta una sorta di ultima utopia: la sua ambientazione non è la nostra terra, nemmeno la nostra galassia, bensì un luogo cosmico «altrove». E la sua collocazione temporale? Sembrerebbe un «futuro» estremamente lontano ma a volte sembra di trovarsi persino in un certo «passato», che forse non è nemmeno il nostro passato. O invece sì? Non importa. Nemmeno importa se noi terrestri ci siamo, in questa storia, se questi personaggi di cui seguiamo le avventure ci siano «vicini» o siano «come noi» o siano «noi» – pur interpretati da attori inglesi o californiani o africani o cinesi.

Tra quei personaggi «diversi», in quel passato «senza tempo», in quel luogo così lontano che è un «nessun luogo», avvennero (o avverranno?), forse là o forse qua, delle Guerre Stellari.
Star Wars è comunemente ritenuta una serie cinematografica kolossal, un’opera di «fantascienza multi-genere», ma in realtà è molto di più. È una sorta di epica, l’ultima epica, in cui i confini da esplorare appaiono infiniti, oltre l’iperspazio, ma che in realtà sono anche i confini altrettanto vasti dell’abisso dell’animo umano.

La trilogia, poi esalogia cinematografica di Star Wars, infine adesso ennealogia racconta storie di avventure, in un’indefinita galassia cosmica, tra varie specie di «umani» e «alieni», dove gli umani sono indubbiamente più al centro della storia di quanto non siano gli alieni. Troviamo grandi quantità di invenzioni tecnologiche e robotiche, diversi e peculiari sistemi solari e addirittura stazioni da batta-glie spaziali: tutti elementi immediatamente riconoscibili come fondanti di un genere preciso, la fan-tascienza. Ma è anche un’epica di principesse prigioniere e fantasmi eterei, di armi fatate e draghi da sconfiggere, di costumi medievaleggianti e superpoteri mistici, senza alcuna plausibile spiegazione. Se pensiamo a Star Wars pensiamo sia alle astronavi, sia ai Signori Oscuri, tanto all’iperspazio, quanto ai cavalieri cosmici.

Si tratta di un conflitto che coinvolge l’uomo dall’alba dei tempi: lo scontro tra l’accettare la natura per come essa è, e come Dio ce l’ha donata, e la tentazione di dare l’assalto al cielo per prendere il posto di Dio, sfida dove tutti i mezzi messi a disposizione dal nemico sono leciti.
Tolkien aveva detto chiaramente, nel suo saggio Sulle fiabe (in Albero e foglia del 1964), che l’uomo può spingersi al massimo a essere un sub-creatore, qualcuno che plasma una materia che un Altro gli ha fornito. Perfino in un racconto fantastico, in una fiaba, l’uomo può dedicarsi solo alla sub-creazione. Ne Il Signore degli Anelli (1954-1955) questa pretesa diabolica di poter essere come Dio, di farsi Dio, è condannata nella figura dello stregone Saruman, che vorrebbe realizzare dei servi, forgiare delle creature come gli Uruk-hai, prodotti da una sorta di magica ingegneria genetica, ma alla fine crea solo dei mostri.
Dal Mago Merlino delle antiche leggende celtiche fino a Gandalf e Aslan la magia contraddistingue un certo tipo di narrazione fantastica. La Forza e i suoi epigoni fanno dunque di Star Wars un’opera peculiare del mondo narrativo fantastico.

Star Wars rientra nel sottogenere della space opera, che trae molti elementi dalla narrativa d’avventura. Qui si parla di intrecci, personaggi e abilità, battaglie e guerre su scala enorme, volutamente enfatizzata (tutto ciò è molto starwarsiano), il cui fine è esclusivamente rendere ancora più coinvolgente ed espressivo il racconto. La tecnologia e gli altri elementi frutto della ricerca scientifica devono ovviamente essere logici nel loro apparire, ma sono spesso o inaccurati o possiedono solo un sapore superficialmente e vagamente «tecnico», come ad esempio la gestione dei Midi-chlorian per spiegare la sensibilità alla Forza.
In Star Wars infatti i termini, i dati, i concetti tecnico-scientifici sono usati soprattutto per rendere più divertenti i dialoghi e sono scritti in modo enfatizzato e inventivo, quasi poetico.
Nella fantascienza hard la scienza è la storia; in Star Wars la scienza è lo scenario indistinto, una vaga seppur effettiva scenografia contro la quale si svolge la storia: questo però non rende Guerre Stellari «meno science fiction».

Potrà sembrare una banalità ma una buona risposta al quesito «che genere è Star Wars?» è «un po’ di più di fantasy e un po’ di meno di fantascienza», senza chiuderlo a forza in una o nell’altra scatola. Da un lato, relegarlo alla science fiction elimina i suoi preponderanti elementi puramente fantasy, come la Forza, e le sue dimensioni soprannaturali, ma definirlo fantasy ne trascura l’ambientazione interplanetaria e la diffusa sensazione di tecnologia avanzata. Un’etichetta adeguata per Guerre Stellari può dunque essere quella di Science Fantasy: il sottogenere, il filone ibrido che riesce ad amalgamare principi tecnologici a quelli sovrannaturali, senza sacrificare i primi o ignorare i secondi. Componenti che lavorano insieme, pur se da posizioni differenti, in perfetta armonia. Passato più futuro uguale Altrove. Un Altrove dove collocare vicende che prendono origine da temi antichi come l’umanità: il potere, la lotta tra il bene e il male, tra l’oscurità e la luce, la morte come barriera da infrangere, come ci mostra il sempre più luciferino Palpatine, la ricerca delle risposte alle nostre domande più profonde. Tutti siamo come Rey: vogliamo sapere le nostre origini, ma ancor di più vogliamo conoscere il nostro destino, e scegliere quale via intraprendere.



 

26 giugno 2018

Libri. Il destino di Padre Brown

Un libro di Paolo Gulisano da riprendere tra le mani

di Samuele Pinna
Stanno trasmettendo in queste settimane la sesta stagione della serie televisiva di Padre Brown, dove il protagonista è interpretato dal bravo attore Mark Williams, conosciuto anche per il ruolo del signor Weasley nella popolare saga cinematografica di Harry Potter. Anche se gli episodi hanno poco a che vedere con le investigazioni del sacerdote dell’Essex, nato dalla penna di Gilbert K. Chesterton, in qualche modo appassionano e mettono in evidenza la prima preoccupazione di Padre Brown: salvare anime!

Quando ho avuto il piacere di incontrare non troppo tempo fa Paolo Gulisano, fondatore della Società Chestertoniana italiana, di cui è vicepresidente, avevamo accennato qualcosa a riguardo di questa serie trasmessa dalla BBC, finendo poi per parlare del suo libro Il destino di Padre Brown (Sugarco 2011). In questo racconto Gulisano continua la vicenda del prete inglese dall’esatto punto in cui Chesterton l’aveva interrotta, immaginandosi com’era progredita la sua vita. Solo l’idea dell’operazione mi appariva quantomeno audace, ma l’amicizia che mi lega a Paolo, oltre al fatto della sua ottima e coinvolgente prosa, in questo inizio di estate, mi ha convinto a leggerlo… e ne sono rimasto stupito e avvinto insieme!

La quarta di copertina reca: «Padre Brown è tornato. Il personaggio letterario creato cento anni fa da Chesterton trova nuova vita grazie a Paolo Gulisano, studioso del mondo britannico e tra i massimi esperti di letteratura fantasy. Ne esce un romanzo di fantastoria, unico nel panorama narrativo attuale, una storia intrigante che parte da questa ipotesi: se nel conclave del 1939 non fosse stato eletto papa Eugenio Pacelli, ma un altro cardinale? Un romanzo affascinante dove storia vera del Novecento e fantasia si intrecciano e introducono il lettore in una trama appassionante e commovente».

Era, infatti, il 1911 quando Chesterton inventò il suo personaggio più fortunato, Padre Brown – prete investigatore che ha affascinato generazioni di lettori insieme alla sua spalla, e ladro convertito, Flambeau –, che abbandonò intorno alla prima guerra mondiale, per dedicarsi ad altre opere. Padre Brown è ovviamente un personaggio di fantasia, ma se fosse realmente esistito e avesse partecipato al conclave dopo la morte di Pio XI? E qui l’idea “geniale” di Gulisano di realizzare un romanzo di fantastoria, veramente unico nel suo genere, partendo da questa fantastica e suggestiva ipotesi.

Il romanzo ripercorre la carriera, a partire dal 1917 quando Chesterton abbandona Padre Brown e Gulisano lo raccoglie, fino al conclave decisivo. Troviamo quindi Padre Brown sul fronte di guerra italiano, a Caporetto tra Cadorna e l’agente segreto Kipling; lo seguiamo nell’Irlanda rivoluzionaria di Michael Collins, nella Roma della marcia di Mussolini, nella Torino di Frassati e don Sturzo. Un Padre Brown che diventa prima monsignore poi cardinale, amico e collega di Eugenio Pacelli, al servizio di Pio XI. Nel racconto, oltre a diversi personaggi storici realmente esistiti di cui si tratteggiano alcune loro vicende, ritroviamo gli amici di Chesterton, come Belloc o padre o McNabb, e i suoi personaggi letterari come Basil Grant e Patrick Dalroy.

Insomma un’ottima lettura estiva (e non solo!) per tutti, dove la storia è riletta senza le lenti dell’ideologia e in cui si aggiunge quel pizzico di fantasia che rende la trama realmente magica.



 

12 giugno 2018

Dio, palla e famiglia. La favola del Celtic

di Matteo Donadoni
da Riscossa Cristiana
Non è vero che il calcio divide le famiglie. Il tifo divide. Il calcio unisce. Chi ama il football, inteso nel senso più britannico possibile del termine, magari sbraita e si ubriaca, esulta e insulta, ma avrà sempre un’occasione di condivisione finché il pallone (progresso permettendo) continuerà a rimanere rotondo: la partita. Perché: «Football is nothing without fans». Anche per questo motivo, se una sera organizzi un incontro per parlarne con Paolo Gulisano, profondo conoscitore del football, a casa di Alessandro Gnocchi (mettendolo a conoscenza del meeting pallonaro solo a organizzazione fatta), non può che uscirne una bella serata in cui si parla più che altro di Dio, di storia delle Isole Britanniche e ciclismo, tutto davanti a una partita di pallacanestro in Tv, la versione italiana del gioco che più si avvicina quello che dovrebbe essere sulla carta il basket.
L’occasione dell’incontro invece non riguarda il basket, e nemmeno l’importantissima notizia che il coscritto Frank Lampard da pochi minuti è diventato il nuovo allenatore del glorioso Derby County e la prossima stagione siederà sulla panchina che fu del mito Clough, ma il romanzo Il prodigio di Lisbona (Elledici, 2017), scritto appunto da Gulisano, che all’attività di medico affianca un impegno culturale di saggista e scrittore.

INNANZITUTTO IL LIBRO «Questo libro non parla solo di calcio, è un romanzo». In primo luogo è l’intreccio delle storie di vari personaggi, alcuni inventati come Peter Smyth (così il suo giornale e il suo direttore: Peter prima della guerra era un giornalista e tornerà a esserlo in seguito) e altri realmente esistiti, caratterizzati tutti da una profonda umanità e una sincera fede cattolica. La storia è un’istantanea di un periodo storico in cui risuona l’eco dei drammatici eventi della guerra, della guerra civile e del primo dopoguerra in quell’Italia provvisoria che diverrà definitiva.
Un altro personaggio frutto dell’immaginazione di Gulisano è «Antonio Azzoni, studente al penultimo anno di Medicina nel 1943, figlio di un farmacista, il quale aiuta e salva la vita a Peter Smyth, aviatore scozzese fatto prigioniero dagli italiani alla fine del 1941 e “ospite” del campo di concentramento di Fossoli di Carpi. Il campo è realmente esistito e dopo la fuga dei prigionieri britannici divenne un campo di concentramento per ebrei e antifascisti». Se è vero, però, che figura di Antonio e della famiglia Azzoni è inventata, è tristemente vero anche che esponenti delle brigate partigiane comuniste uccisero tanti innocenti durante la guerra (e anche dopo): «Il farmacista viene ucciso con tutta la famiglia, compreso il povero cane – il male è sempre paranoico -, eccetto Antonio, che in quel momento è a Milano».

PERCHÉ IL CELTIC. Il mondo celtico in ogni sua declinazione è una delle grandi passioni del dottor Gulisano, che, per la cronaca, del celta ha anche l’aspetto imponente per quanto bonario, e a me, piccolo legionario romanista, fa sempre un certo effetto. Ma i tempi cupi di Brenno son passati appena prima di quelli dei Cesari, quindi ascolto la lezione, perché c’è dell’altro oltre il cimitero. C’è il Paradiso, c’è quel prato dietro il cimitero di Glasgow, su cui venne costruito il Celtic Park, detto appunto “The Paradise”.
«Football is nothing without fans» è la scritta posta sul basamento di una delle quattro statue erette all’ingresso del Celtic Park, lo stadio dei biancoverdi di Glasgow, nella fattispecie quella del leggendario ‘Jock’ Stein (1922–1985) – all’anagrafe John – uno dei più importanti allenatori di tutti i tempi. «Il mitico Jock fu il primo allenatore – quindi il Celtic il primo Club – a vincere un triplete». Al dottore, interista da sempre, si illuminano gli occhi quando parla di quest’uomo straordinario. Carriera importante quella di Stein, il quale mantenne il ruolo di allenatore per tredici anni (fino al 1978), periodo in cui vinse dieci campionati, di cui ben nove consecutivi dal 1966 al 1974, sette Coppe di Scozia e sei Coppe di Lega, ma soprattutto la Coppa dei Campioni nel 1967, occasione nella quale il Celtic si guadagnò il soprannome di “Lisbon Lions”.
Il mio interlocutore sembra sapere tutto del football d’oltremanica, ed è certamente dotato di un’aneddotica vigorosa: «Il buon Jock in seguito portò la nazionale Scozzese ai Mondiali del 1982. E addirittura vi morì, in campo. Si può dire che morì di calcio». Infatti mantenne l’incarico fino alla morte, che lo colse a Cardiff il 10 settembre 1985, a causa di un attacco cardiaco che lo colpì mentre assisteva alla partita contro il Galles, valevole per la qualificazione ai Mondiali del 1986. «E chi era il secondo? Il suo secondo era quell’Alex Ferguson destinato a un futuro altrettanto brillante e a diventare Sir, il quale si rese conto del malore del commissario tecnico, consigliandolo di farsi visitare subito. Stein, insistette invece per rimanere a guidare i suoi, così, al termine dell’incontro era ormai tardi».

LEZIONE DI STORIA. Questo romanzo è anche un’affascinante favola sportiva, in cui una squadra di calcio, nata in Scozia con lo scopo di aiutare i poveri delle misere periferie di Glasgow, che nel 1967 conquista il titolo di Campione d’Europa. Ma per capire che cosa significhi tutto questo è necessario conoscere il background storico di quello che fu l’Impero Britannico, perlomeno per quanto concerne Gran Bretagna e Irlanda. Il dottor Gulisano è anche uno storico in grado di chiarire le molte lacune di storia britannica del sottoscritto, soprattutto la fumosa questione dei giacobiti. Ma, per quanto la storia non sia altro che una serie chirurgica di rapporti causa-effetto, in questa sede conviene abbreviare la lunga lezione, limitandoci al necessario. «Nel 1845-46 in Irlanda si verificò una grande carestia, la famosa “The Great Famine” a causa delle politiche economiche britanniche, che depredavano i beni agricoli irlandesi (tranne le patate) e la concomitanza di un improvviso incremento demografico e l’apparire di una patologia delle patate causata da un fungo, la peronospora della patata e del pomodoro, che raggiunse il paese nell’autunno del 1845, distruggendo un terzo circa del raccolto della stagione e l’intero raccolto del 1846. Agli Irlandesi non rimase altro che emigrare. Emigrarono in tutti i Paesi di lingua anglosassone. Ma i più poveri, quelli che non potevano permettersi il biglietto del piroscafo per la nuova Zelanda o l’America, ripiegarono sulla vicina Scozia. Glasgow, dalla metà dell’Ottocento, aveva infatti accolto decine di migliaia di irlandesi che cercavano lavoro, sfuggendo alla miseria che imperversava sulla loro terra, e lì ricoprivano i ruoli più poveri: minatori, muratori, operai nelle fabbriche di una delle più grandi città industriali del Regno. Inoltre vivevano in tuguri, in quartieri-ghetto, discriminati per la propria fede cattolica. Solo la Chiesa Cattolica fece qualcosa per loro, attraverso la presenza di sacerdoti e religiosi, che con grandi sacrifici diedero vita a strutture parrocchiali, a chiese e a scuole».
Così, il 6 novembre del 1887 venne fondato in uno dei più poveri quartieri di Glasgow, in Scozia, il “Celtic Foot Ball Club”. Il Club, destinato in seguito a diventare uno dei più prestigiosi al mondo, nacque come una sorta di «squadra dell’oratorio», per iniziativa non di un parroco, come credevo, ma di un religioso, il frate marista (Societas Mariae) fratello Walfrid, originario della Contea irlandese di Sligo.
«L’iniziativa di fra Walfrid era a scopo caritativo perché i proventi delle partite della nuova squadra sarebbero serviti per finanziare la “The Poor Children’s Dinner Table”, un’organizzazione a sostegno dei cattolici della città, e perciò destinati ai poveri, in particolare ai bambini che pativano la fame nei quartieri più diseredati della città». Il nome Celtic fu scelto per richiamare le comuni radici storico-culturali di origine celtica delle popolazioni scozzesi e irlandesi (gli Scoti sono originari dell’Isola di Smeraldo). «Erano stati presi in considerazione altri nomi, come per esempio “Hibernian”, nome peraltro di un altro club scozzese, l’“Hibernian FC” di Edimburgo, la prima importante società calcistica formata da immigranti irlandesi cattolici, da cui il nome come il corrispondente latino di Irlanda. Per questo motivo il Celtic venne etichettato come “la squadra dei cattolici”, ma in realtà fin dai primi tempi l’appartenenza al team non era preclusa a nessuno, indipendentemente dalla propria confessione religiosa, a differenza di quanto accadeva presso i rivali “Rangers”, la squadra dei protestanti unionisti, che praticò per oltre un secolo la discriminazione religiosa nei confronti di giocatori cattolici. Basta pensare che il governo britannico promulgò solo nel 1829 l’“Atto di emancipazione”, con il quale i cattolici ebbero per la prima volta diritto di votare e, dai tempi di Maria Stuarda, di sedere stabilmente in parlamento e di occupare quasi tutti gli uffici civili e militari dello stato».

LEZIONE DI CALCIO La partita. Paolo Gulisano non è solo uno dei massimi esperti di Celtic Football Club in Italia, amico del presidente Ian Bankier e dell’allenatore Brendan Rodgers (che in confidenza ha definito Mario Balotelli semplicemente “untrainable”, figurarsi se può essere il capitano dell’Italia), è anche, lo ripetiamo, un conoscitore del gioco del football.
Così parliamo della finale. Dell’Inter dei campioni. La Grande Inter del Mago Herrera sfida in una partita “secca” degli scozzesi sconosciuti: 11 giocatori del vivaio, 11 ragazzi nati entro un raggio di 30 miglia dal Celtic Park. Per loro stessa ammissione, gli scozzesi erano un po’ intimoriti da questi italiani in blu e nero, giocatori ben più noti di loro, all’entrata in campo avevano l’impressione che si stesse profilando un disastro. E il disastro in questo caso si chiama “rigore al settimo minuto”: «Ci venne assegnato un rigore peraltro molto generoso su Cappellini, realizzato da Mazzola che spiazzò Simpson. Ma da quel momento in poi l’Inter andò sempre più spegnendosi, mentre il Celtic prendeva coraggio, fino a dar vita nel secondo tempo ad un vero e proprio assedio». I ragazzi dei quartieri poveri di Glasgow ci mettono l’anima, hanno dalla loro la corsa sulle fasce, tipica del calcio britannico, unita ad un tipo di gioco rasoterra per l’epoca – per ogni epoca – rivoluzionario. Mentre l’Inter scende in campo con il libero classico, i bianco-verdi del protestante profeta dei cattolici (per questo sempre ritenuto una sorta di traditore dai calvinisti) Jock Stein schiera uno spregiudicato e innovativo 4-2-4 con terzini cosiddetti di spinta, fra cui Tommy Gemmell che farà impazzire la difesa nerazzurra segnando un gol e prendendo una traversa da fuori, e due attaccanti esterni, Lennox e Jimmy Johnstone, straordinario esterno dotato di un dribbling elegante, un George Best ante litteram. A centrocampo due giocatori dai polmoni poderosi: Auld e Murdoch, in grado, da soli, di tenere la mediana.

Dopo alcuni tentativi falliti fra cui una parata sulla linea di Sarti, il gol del pareggio arriva su azione manovrata del Celtic, Craig da destra passa al limite a Gemmell, che con bordata pazzesca infila il pallone all’incrocio dei pali. Il secondo tempo vede il Celtic Glasgow sempre in avanti e l’Inter che non passa la metà campo: un monologo scozzese. Così, fra una staffilata al volo da fuori e l’altra, i ragazzi di Stein “The Bould Bhoys”, i ragazzi audaci, trovano il vantaggio con una deviazione acida di Chalmers, la vittoria e la gloria. A noi il football piace così, attacco e fegato. Le meline a centrocampo le lasciamo agli smidollati che fanno calcoli sui minuti che mancano e su chi gioca peggio.

«Nel 1967 il Celtic divenne il primo club britannico a vincere la Coppa dei Campioni, fino a quel momento rimasta al caldo dei paesi del sud: Italia, Portogallo e Spagna. Non solo, nello stesso anno vinse praticamente ogni competizione alla quale partecipò (record in assoluto per una squadra scozzese): Scottish Premier League, Scottish Cup, Scottish League Cup e Glasgow Cup. È l’unico club scozzese ad aver raggiunto la finale di Coppa dei Campioni e il solo in Europa ad averlo fatto con soli giocatori provenienti dal vivaio». Inoltre, ad oggi, è l’unico club scozzese ad avere sempre militato nella massima serie dalla sua fondazione nel 1890-91. L’allenatore dei Leoni di Lisbona ha riassunto in modo esaustivo il modo di giocare e di vincere del Celtic di quegli anni: «We did it by playing football. Pure, beautiful, inventive football». E così noi crediamo che dovrebbe essere il vero football.

Alla fine di tutto lo spettacolo, dopo cinque stagioni ricche di successi (3 scudetti, 2 Coppe Campioni, 2 Intercontinentali) si chiude così l’epoca della Grande Inter. Finisce il calcio di Helenio Herrera.
Finisce con una pacifica invasione di campo. «La vittoria del Celtic fu la festa di un popolo. Il riscatto di un popolo. Il giusto riconoscimento per la passione di quei tanti tifosi giunti a Lisbona con ogni mezzo possibile, compreso l’autostop». D’altra parte Football, anzi “Feetball” come lo pronunciano loro, is nothing without fans.

 

05 gennaio 2018

Quel cristiano di Luke Skywalker

di Paolo Maria Filipazzi
Luke Skywalker è finalmente giunto a destinazione. Il viaggio dell’eroe, iniziato quando un giovane di Tatooine vide quasi per caso l’ologramma di una fanciulla sconosciuta che pronunciava il fatidico nome di Obi- Wan Kenobi, si è concluso, su di un’isola sul lontano pianeta di Anch-to. Alla fine di tutto c’è quello che, fin dal principio, era il suo destino: il sacrificio, il dono estremo di sè, e la speranza che dal sacrificio trae nuova vita.
Al termine della visione de Gli Ultimi Jedi, è tutta la saga di Guerre Stellari, o di Star Wars, che dir si voglia, a rivelare, finalmente, quello che era, fin dal principio, il suo significato più profondo. Con buona pace dei fan imbufaliti, si può dire che Rian Johnson non ha ucciso Star Wars, l’ha portato a compimento.

Il Luke Skywalker invecchiato e disilluso che Rey ritrova su Anch-to non è più, almeno apparentemente, il diciannovenne che guardava i soli di Tatooine tramontare, sognando di partire, e neppure più l’eroe galattico che avevamo lasciato sulla luna boscosa di Endor in quel cerchio di amicizia e calore dopo la distruzione della Morte Nera e la redenzione di Anakin. Luke Skywalker ora ha vissuto, ha fallito, e vive ritirato laddove sorse il primo tempio Jedi, in attesa che tutto muoia con lui. E, nel suo ritiro, matura la propria ribellione interiore contro quell’ Ordine dei Jedi con cui ha sempre avuto un rapporto ambivalente. Non poteva che essere così.

La mente corre ai tempi de L’Impero colpisce ancora, il film che per primo demolì, apparentemente, il mito di Guerre Stellari. Fu su Dagobah, che Luke vide crollare per la prima volta l’immagine romantica e avventurosa che si era fatto dei Jedi, di fronte ad un addestramento a tratti perfino crudele, che il solo apparentemente buffo Yoda gli impartì, cercando di imporgli il distacco totale da qualunque legame o affetto, proprio mentre i suoi amici erano braccati e in fuga. Nella trilogia prequel avremmo visto come fosse stata proprio questa dottrina quasi spietata a causare la ribellione di Anakin, la sua caduta nel Lato Oscuro, la sua trasformazione in Darth Vader. Sempre su Dagobha Luke ebbe l’esperienza all’interno dell’ albero possente nel Lato Oscuro: allora imparò che il nemico più temibile, quello contro cui tutto si gioca, siamo noi stessi. E, sotto la maschera di Darth Vader, vide il proprio stesso volto sconvolto. Spiegano Paolo Gulisano e Filippo Rossi nel loro saggio La forza sia con voi. Storia, simboli e significati della saga di Star Wars : a proposito di questa scena: «Fallire non è un’opzione, fa parte della natura umana (…) Eroe e avversario sono la stessa cosa. Il futuro può essere, per chi vive veramente, una discesa nel Male che si ha dentro. Può divenire la trasformazione nel proprio volto sconcertato, perso, fragile, da caduto nella Grazia». E fu su Dagobah che ebbe la prima ribellione, abbandonando Yoda per correre a salvare gli amici, per andare a scoprire, su Cloud City, l’inganno in cui Obi- Wan l’aveva fatto cadere, nascondendogli la verità su suo padre nel tentativo di indurlo ad ucciderlo.

Questa rottura si ricompone nel Ritorno dello Jedi, allorchè Luke di nuovo dialoga col fantasma di Forza di Obi- Wan e, nuovamente sollecitato ad affrontare Darth Vader, perentoriamente proclama: “Non ucciderò mai mio padre”. Luke ha fatto tesoro degli insegnamenti dei maestri ma conserva la libertà di discernere qual’è la strada giusta da scegliere: e opta per cercare la redenzione del padre e non la sua distruzione. Il duello a tre sulla Morte Nera è emblematico: Luke cede alla rabbia, entra nell’oscurità, ed è invincibile. Al momento di sferrare il colpo finale, però, con un colpo di scena ben più strepitoso del celeberrimo “Io sono tuo padre” getta la spada: “Io sono uno Jedi, come mio padre prima di me” e preferisce sottoporsi senza alcuna difesa alle scariche di Palpatine, andando incontro a morte certa pur di non uccidere il padre. Questo atto inaudito, ben più nobile di qualunque impresa dei Jedi, è quello che porta Anakin a riemergere dalla tenebra di Darth Vader e a salvare il figlio e tutta la galassia da Palpatine. Luke è l’unico che è riuscito a vincere la tentazione del Lato Oscuro e così ha salvato suo padre. Spiegano sempre Gulisano e Rossi: «Luke non è un cavaliere Jedi… E’ più di un Jedi, forse è come un Jedi dovrebbe essere: non un super-giustiziere, ma un guerriero spirituale che conosce il valore assoluto dell’empatia, del perdono e della pietà. Luke Skywalker salva Darth Vader e così facendo distrugge sia gli Oscuri Signori dei Sith che i Cavalieri Jedi».

Trent’anni dopo, però, siamo daccapo: il Lato Oscuro si è risvegliato, il Primo Ordine, erede dell’Impero, è trionfante. E la colpa è proprio di Luke Skywalker. Egli è pur sempre un uomo e doveva pure, prima o poi, fare l’esperienza del fallimento. Ha rifondato una nuova Accademia Jedi, cercando di non ripetere gli errori di chi lo ha preceduto. Ha avvertito, però, il Lato Oscuro potente in un suo allievo, Ben Solo. E stavolta anche lui ha sbagliato: ha pensato di ucciderlo, entrando a sua volta, di nuovo, nel Lato Oscuro. Anche stavolta non ha ceduto alla tentazione, non ha ucciso il discepolo. Questi, però, ormai aveva visto il maestro con la spada laser sguainata contro di lui, e questo ha provocato la sua definitiva caduta: Ben Solo è diventato Kylo Ren, l’Accademia Jedi è andata distrutta, e Luke Skywalker, chiusosi alla Forza, si è trascinato nel suo auto-esilio in attesa della morte e della fine di tutto.

Tuttavia, come insegnava Qui-Gon Jinn ne La minaccia fantasma, la Forza non è un potere di cui servirsi, ma va ascoltata per conoscerne il volere. Per queste sue idee, i Jedi lo avevano emarginato, ed avevano guardato fin da subito con diffidenza a quel “prescelto” da lui scovato fra le sabbie di Tatooine, Anakin Skywalker, figlio di un’umilissima schiava, nato ai margini della galassia all’insaputa dell’ Ordine. Eppure ora ecco che ci pensa la Forza stessa a far crescere una controparte luminosa a Kylo Ren: Rey, che, per definizione, non è nessuno e viene dal nulla. Ma si, tutto quadra, tutto era chiaro fin dall’inizio.

Quanto a Luke, ci pensa Yoda ad impartirgli l’ultima, decisiva lezione: “Il fallimento, il più grande maestro esso è”. E’ una lezione che Yoda ha imparato, se ci si pensa bene, proprio da Luke, al quale ora restituisce il favore. Ecco quindi Luke Skywalker che si riapre alla Forza, sotto forma di ologramma, affronta Kylo Ren dando il tempo ai superstiti della Resistenza di fuggire e poi, stremato dallo sforzo muore… anzi no. Si ricongiunge con la Forza, finalmente in pace, avendo finalmente toccato l’ineffabile cristiano: il dare la vita per i propri amici. Ora è immortale e la sua leggenda verrà narrata alle future generazioni tenendo viva la speranza.

E mentre osserviamo gli ultimi secondi del film, non può non venire il sospetto che la Forza sia qualcosa in più del semplice campo di energia che descriveva Obi-Wan Kenobi. E ci viene in mente il più toccante dialogo di una altro film della saga, Rogue One: A Star Wars story, quando Cassian chiede “Che ne dici, qualcun sarà in ascolto?”, e Jyn risponde: “Io dico di si, c’è qualcuno lassù”.


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16 dicembre 2017

La forza di Star Wars

di Samuele Pinna
 
Ho conosciuto Paolo Gulisano quando ero ancora seminarista: ricordo che avevamo cenato insieme e, poi, aveva tenuto per noi una serata, anche se non mi rammento quale sia stato il tema. Quando ci siamo incontrati pochi giorni fa abbiamo cercato di fare mente locale, ma invano.
In realtà, la conversazione su Chesterton, Tolkien, Lewis e altri ci ha sviato e portato a parlare di mille e più argomenti. Paolo è così: un fiume in piena con un’oratoria che affascina e non stanca, anzi che ti permette di scoprire una curiosità che non sapevi o avevi semplicemente trascurato. Il tempo con lui passa veloce e appare sempre poco e hai la sensazione, molto interiore, che ti sei dimenticato di farti chiarire quell’aspetto o di approfondire quell’altro. Tra i massimi esperti in Italia di Tolkien, è Vicepresidente della Società Chestertoniana Italiana e profondo conoscitore del pensiero di Lewis, Guareschi, Newman, san Colombano e di un Oscar Wilde che non ti aspetti in questo novero. Ha scritto, persino – per non citare che alcuni studi della sua vasta produzione –, su Peter Pan, Moby Dick, Frankenstein, senza dimenticare le sue ricerche sulla storia della medicina o del mondo celtico.

Last but not least , è da poco uscito per l’editrice àncora il suo libro su Star Wars , scritto a quattro mani con Filippo Rossi, Presidente di Yavin 4 (il fan club italiano di Star Wars, del Fantastico e della Fantascienza). Anche in questo testo, si ritrova una freschezza e vivacità tipici dello stile di Gulisano in cui non sono pochi i riferimenti al bagaglio di quella letteratura fantastica di cui può vantare grandi conoscenze. La felice circostanza dell’anniversario dell’uscita nelle sale cinematografiche del primo film della saga di George Lucas, rende questo volume ancor più prezioso per chi voglia scoprire e riscoprire il valore e il senso di questi lungometraggi. Quarant’anni fa, infatti, e precisamente nel 1977, un giovane registra aveva ideato una storia destinata a diventare la più grande epopea di fantascienza di tutti i tempi. Tuttavia, la parola “fantascienza” appare riduttiva: Star Wars in realtà è un’opera in cui confluiscono il mito, l’epica e la narrativa d’avventura. La storia iniziale si è andata progressivamente espandendo, e siamo ormai giunti al secondo capitolo della terza trilogia.

Il libro di Gulisano e Rossi è una guida alle fasi del racconto, ai temi leggendari, ai riferimenti epici di una nutrita serie di film. Tra significati, simboli e storie, questo volume accompagna il lettore nella comprensione dell’affascinante mondo di Guerre Stellari. Questo universo si è caratterizzato per i suoi forti contrasti, quasi dei paradossi. «Vi riconosciamo – scrivono gli autori – in primo luogo una passata involuzione arrugginita, scientificamente evoluta in modo fantasioso, di un possibile tipo di razza umana. Incontriamo una principessa “Biancaneve” degli anni Settanta del nostro Novecento, quindi combattiva e sarcastica, la femminista Leia Organa, e una moderna attivista dei diritti civili con i tratti delicati dell’Amor Cortese, quindi idealista e leggiadra, la regale Padmé Amidala». Ci si trova, poi, «un Male Assoluto di tipo satanico che le perseguita, immerso in tinte politico-psicologiche problematiche e cangianti». Si estende, inoltre, «l’elemento fiabesco della magia a un concetto semi-scientifico di energia mistica e fisico-mentale cosmica, nella quale è inserita ogni disciplina fino alla biologia. Riscontriamo il tentativo di trapiantare gli incantesimi avventurosi del fantasy nelle strutture riconoscibili della religione, o in quelle plausibili della fantascienza. Vediamo una Forza che vive e cambia, nel corso dei decenni».

Non mancano “nuovi” Cavalieri spaziali che, come quelli mitici della Tavola Rotonda, «non desiderano essere portatori di discordia ma difendono l’ideale e ambiscono alla custodia della pace, eppure, come gli storici samurai, sono un ordine militare e filosofico/religioso che, per migliaia di anni, ha protetto la civiltà grazie a un glorioso credo che sa intraprendere il sentiero dell’aggressione». La storia richiama qualcosa di nobile e puro che, smarrito e obliato nel dolore, è infine ritrovato: «sia per l’Ordine dei Jedi, vicino all’estinzione dopo la nascita dell’Impero, sia per un singolo Cavaliere, il più grande, Anakin/Vader, che, dopo la caduta, vive una maturità luciferina per poi rinascere in una sorta di risurrezione cristologica, compiendo un viaggio esemplare: torna dal Lato Oscuro verso il Lato Luminoso della Forza grazie all’amore del figlio Luke. E assurge al cielo spirituale nell’immagine del se stesso giovane, integro, prima della dannazione, recuperando poeticamente la giovinezza perduta».
La prima trilogia cinematografica assomiglia non poco a una “tecno-fiaba orientaleggiante”, mentre la seconda, degli anni 2000, è più vicina a noi con le sue guerre scatenate per coprire subdole manovre di palazzo, attacchi terroristici e corruzioni politiche sotterranee. Tutto questo è riconsegnato in 255 pagine dense di contenuti e gradevoli nello stile. Un testo dunque per gli appassionati, per chi ha amato questa saga, ma anche per chi desidera capirne il senso e orientarsi nelle sue complesse trame.
Alla fine della lettura si è persuasi che Star Wars sia davvero una sorta di epica, l’ultima epica espressa dalla modernità, in cui i confini da esplorare appaiono infiniti, oltre l’iperspazio, ma che in realtà sono anche i confini altrettanto vasti dell’abisso dell’animo umano.


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