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10 gennaio 2017

Dove va la Chiesa? Il possibile scisma latinoamericano


di Davide Lovat

I grandi scismi avvenuti nella Chiesa fondata da Gesù Cristo in capo a Pietro e agli apostoli, sotto il presidio di Maria con la discesa dello Spirito Santo a Pentecoste, hanno avuto tutti una base storico-politica contingente che potremmo definire causa accidentale e una base antropologico-culturale che ne rappresenta la vera causa prima: essa riguarda l’essenza profonda dei popoli che vi aderirono di volta in volta.

Per esempio, le genti slave aderirono in gran parte allo scisma ortodosso dell’XI secolo dopo un conflitto che durava ormai da quattro secoli e che concerneva questioni teologiche ed ecclesiologiche note agli studiosi, ma più in profondità aveva a che fare con il diverso modo di organizzare la struttura familiare, sociale, giuridica e politica rispetto al “mondo cattolico” da parte del “mondo slavo” che era andato a strutturarsi progressivamente in quei secoli, uscendo dalla barbarie precedente; quando il processo antropologico-culturale di formazione di un “mondo slavo” ben connotato fu maturo, anche lo scisma da tanto tempo latente nella corte bizantina poté consumarsi.

Ancora, gli anglosassoni aderirono all'eresia protestante di Lutero oppure a quella di Calvino, ma anche lo scisma anglicano avvenne nel XVI secolo; i presupposti storici e politici furono diversi per le tante componenti della galassia protestante, ma comune fu il periodo perché comune fu la base antropologico-culturale: si era venuto a formare ormai un “mondo anglosassone” che divergeva dal “mondo cattolico” per il modo di concepire la vita sociale, dal diritto civile al diritto familiare al modo di stare in comunità, fino al modo stesso di concepire l’essere umano nel mondo e rispetto alla divinità, cosicché quando le differenze e i confini geopolitici furono definiti anche lo scisma maturò come naturale conseguenza.

Oggi è il “mondo latinoamericano” che ha preso una sua forma specifica dal punto di vista politico, economico, sociale e anche religioso, dopo cinque secoli dalla colonizzazione e dopo circa due secoli dal processo di indipendenza da Spagna e Portogallo. Esso va verso una nuova dottrina di origine cristiana che mischia, con elementi del cattolicesimo coloniale, il protestantesimo con il marxismo. L'America Latina ha concretizzato solo negli ultimi 40 anni la sua specificità antropologico-culturale e perfino teologica (la “teologia della liberazione” condannata da san Giovanni Paolo II con i noti documenti Libertatis nuntius e Libertatis conscientia, condanna mai accettata dai suoi esponenti), uscendo dalla condizione di colonia culturale dell'Europa per diventare finalmente un continente a sé stante, cosicché oggi siamo in presenza di uno scisma strisciante fondato su un'eresia già conclamata e condannata - il cattomarxismo della teologia della liberazione - che è scaturita in modo naturale dal continente sudamericano, dove anche politicamente imperversano populismi fondati sul socialismo, sull'ecologismo (il culto ancestrale precolombiano della Pacha Mama, che è la “dea Terra”, la Gea dei greci), sul terzomondismo, sulla lotta di classe marxista aggiornata e rivisitata in ottica mondialista.

Non serve ribadire che in questa fase storica hanno un leader molto in vista, i vescovi e i cardinali di quelle terre, e la loro visione del cristianesimo trova proseliti anche in Europa presso quella parte della Chiesa che fu affascinata dalle stesse tematiche sociali e politiche, a partire dal Sessantotto.

Gli elementi per lo scisma ci sono tutti: primo, perché una corrente politicamente importante, sia dentro il clero che nella società, aderisce a una nuova interpretazione della dottrina cristiana, diversa nei fondamenti da quella tradizionalmente praticata – per due millenni – nella Chiesa Cattolica; e secondo perché, come per gli slavi e per gli anglosassoni a suo tempo, quello dei latinoamericani è innanzitutto un processo di evoluzione socioculturale di vaste dimensioni, con base territoriale e quindi geopolitica omogenea, che poi si traduce anche, tra le altre cose, in una elaborazione teologica potenzialmente scismatica.

Nei casi precedenti della Storia della Chiesa tutti gli eretici e gli scismatici si sono sempre scagliati contro i cattolici legati alla Tradizione apostolica, dicendo di essere i "veri cristiani", accusandoli di tradire “il vero spirito del Vangelo” che ovviamente è quello nuovo da loro scoperto; e così è anche oggi, come si evince dalle reazioni degli esponenti dell’avanguardia di questa “chiesa ecumenica liberazionista” alle proteste, o anche alle garbate critiche, di chi evidenzia l’eterodossia delle spinte innovative provenienti da quel mondo.

Il futuro ci dirà cosa succederà durante e dopo l’attuale pontificato di Francesco I°, ma non saranno le questioni dottrinali a causare uno scisma; esse ne saranno al massimo il pretesto e la giustificazione. In Sud America è infatti conclamata la crisi del cattolicesimo, con un crollo verticale del numero dei fedeli che passano all’ateismo o alle chiese evangeliche e ciò dipende dalla particolare evoluzione sociale e culturale di quel continente. Ancora una volta il peso dell'antropologia culturale nelle scelte religiose si dimostra molto maggiore della comprensione delle questioni teologiche e dottrinali da parte della massa, e il “mondo latinoamericano” oggi sembra essersi definitivamente costituito come realtà propria, psicologicamente emancipata dalla radice europea. Le conseguenze in ambito ecclesiastico e religioso potrebbero essere automatiche.

 

09 marzo 2016

Risposta a Dugin: il cattolicesimo rimane vera Chiesa

di Satiricus

La lettura di Dugin circa l’incontro tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill è indubbiamente interessante, anche per il fatto di offrire una prospettiva ex parte scismatica, che effettivamente introduce spunti innovativi rispetto al nostro modo di pensare abituale. Al link riportato troverete i rimandi mediatici e la trascrizione in inglese della riflessione duginiana.

Muovo il mio breve commento in merito. E’ vero, Roma è cambiata ed ha perso il peso geopolitico dei secoli andati; il secolarismo ateo e la massoneria liberale hanno soppiantato il Cattolicesimo nella guida attiva dell’Occidente e, dati alla mano, sembra umanamente ineccepibile che il Cattolicesimo ormai stia morendo, con l’aggravante, non ancora sconfessata e forse ultimamente acuitasi, del compromesso con la cultura secolare e del cedimento alla politica del nuovo Ordine.

La mia obiezione all’affondo del filosofo russo è che fin qui viene esibito uno sguardo eccessivamente immanente, che non tenga sufficientemente conto del rilievo spirituale della storia e di sue possibili letture alternative, insomma si riconosce una critica troppo politica e troppo russa, lucida circa la sintomatologia, ma non circa la diagnosi degli eventi.

In risposta, propongo piuttosto la profezia del mistico Divo Barsotti, secondo la quale l’esito mortale della Chiesa sarebbe simbolo della Sua partecipazione alla sentenza subita dal Capo, il Cristo.

Questa lettura, che palesa il segreto propriamente cattolico circa la storia, trova numerosi precedenti e tra essi amo segnalare l’analisi di uno spirito eccelso del Cattolicesimo, padre Guéranger, riformatore di Solesmes. La sua comprensione della crisi liturgica occidentale e la sua costatazione piana circa l’apparente salubrità delle pratiche liturgiche orientali sono un ottimo e sintetico paradigma per rispondere a Dugin e al suo trionfalismo neo-imperiale.

Leggiamo cosa asserisca l’abate benedettino nel XIV capitolo delle Istitutions liturgiques e proviamo ad estenderne le considerazioni oltre l’ambito meramente liturgico: «Non è possibile eresia liturgica dove il simbolo è già minato, dove non si trova altro che un cadavere di Cristianesimo, cui soltanto gli impulsi, oppure un galvanismo, imprimono ancora qualche movimento, finché, cadendo a pezzi dalla putrefazione, diverrà del tutto incapace di ricevere stimoli esterni. E’ dunque solo in seno alla vera Chiesa che può fermentare l’eresia antiliturgica, vale a dire quell’eresia che si pone come nemica delle forme del culto. Soltanto dove c’è qualche cosa da demolire il genio della distruzione cercherà di introdurre il veleno» (P. Guéranger, L’eresia antiliturgica e la riforma protestante, Amicizia Cristiana, Chieti 2011, p.14).

Che stiano così le cose? Che il decadimento cattolico dipenda dall’essere il solo e incorrotto Depositum Fidei contro di cui si schiantano le repulsioni diaboliche e anticristiche? Ciò detto, condivido la critica al compromesso in cui i Cattolici occidentali hanno disastrosamente condotto la Chiesa nei tempi moderni, né la riflessione citata esclude che in qualche modo un’alleanza con gli Scismatici possa risultare il mezzo concreto per risollevare le nostre sorti (il che poi mostrerebbe il risvolto provvidenziale della rottura occorsa mille anni fa).
La storia e il suo Giudice ci diranno quale sia la lettura migliore tra quelle sopra offerte, irriducibili ed antitetiche usque ad unitatem, per ora mi premeva solo chiarire che, seppur tra mille crisi e tradimenti, seppur morenti e decadenti, noi cattolici non siamo certo privi di una risposta vigorosa e di una prospettiva gloriosa da confessare.

 

15 febbraio 2016

Il papa ed il patriarca: un’insolita pagina di storia a Cuba

di Fabio Petrucci
L'Avana, 12 febbraio 2016: una data che sarà ricordata per uno degli eventi più importanti nella storia recente dei rapporti tra i “due polmoni” della Cristianità. Dopo secoli di diffidenza reciproca un papa di Roma ed un patriarca di Mosca si sono per la prima volta incontrati. Lo hanno fatto nell'insolita cornice di un aeroporto – quello di L'Avana – nell'ancora più apparentemente insolita patria dei fratelli Castro. Papa Francesco ed il patriarca Cirillo, così diversi nello stile e nel carattere, hanno dato vita ad una pagina di storia bella ed importante, come quella di cui furono protagonisti papa Paolo VI ed il patriarca di Costantinopoli Atenagora nel 1964. In quell'occasione l'incontro tra i due primati sancì l'abrogazione delle scomuniche che Roma e Costantinopoli si erano scambiate nel 1054, scatenando – forse inconsapevolmente – il più tragico scisma della storia cristiana. Fu un incontro epocale, destinato ad avviare un processo di riconciliazione non facile, ma che negli ultimi decenni ha portato a significativi passi in avanti sulla via della restaurazione della fratellanza tra le Chiese.

Quello che ancora mancava era un incontro tra il pontefice romano ed il patriarca russo, ossia il capo della Chiesa più numerosa e politicamente influente dell'ecumene ortodossa. Quella stessa Chiesa russa che, fin dai tempi della caduta di Costantinopoli per mano ottomana, non ha mai smesso di considerarsi “Terza Roma”, massima custode della fede ricevuta ai tempi di San Vladimiro, e segnata da rapporti storicamente difficili con il mondo cattolico. Proprio la complessità delle relazioni tra la Santa Sede ed il Patriarcato di Mosca ha contribuito a rallentare il verificarsi di un incontro tra i primati delle due Chiese. Ci aveva già provato Giovanni Paolo II, ma senza esito.

Sotto il pontificato di Benedetto XVI i rapporti tra Roma e Mosca conobbero un sostanziale miglioramento, anche frutto della stima di cui Ratzinger godeva presso il mondo ortodosso. Con l'elezione di Bergoglio le relazioni tra le due Chiese hanno continuato a migliorare, grazie anche ad alcune affermazioni del pontefice in merito al primato petrino ed al tema dell'uniatismo. Impossibile poi sottovalutare la rilevanza del ruolo giocato dal Cremlino nel favorire un'intesa: in questi anni di “nuova guerra fredda” Vladimir Putin – ostracizzato da gran parte dei leader occidentali – ha trovato più di una sponda in papa Francesco. I due si sono incontrati in Vaticano due volte, nel 2013 e nel 2015, dimostrando di condividere, pur nella differenza dei ruoli, una simile visione dell'ordine geopolitico internazionale, lontana anni luce dalle spinte unipolari degli USA.

La portata storica dell’incontro sta dunque nella sua novità: mai un patriarca della Chiesa russa aveva incontrato un Papa. Ma la data del 1054, così enfaticamente richiamata dai media, c’entra poco, perché andrebbe più correttamente collegata all’incontro tra Paolo VI ed Atenagora, vescovi delle due sedi che si scambiarono la scomunica in quella data. All’epoca dello scisma la Chiesa russa era ancora in una fase iniziale della propria vita: si era andata costituendo attorno al 988, quando per volontà del principe Vladimiro gli abitanti dell’antica Rus’ iniziarono ad essere battezzati in massa. Nei primi secoli della sua storia la Chiesa russa venne amministrata dal metropolita di Kiev, sotto la giurisdizione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. In conseguenza del giogo mongolo, la sede del metropolita fu trasferita prima a Vladimir e poi a Mosca (1325), pur restando dipendente da Costantinopoli, come testimoniato dall’origine bizantina della maggioranza dei metropoliti dell’epoca.

Nel XV secolo furono poste le basi per il futuro assetto della Chiesa russa. Nel 1437 l’imperatore bizantino Giovanni VIII nominò il greco Isidoro come nuovo metropolita. Costantinopoli si trovava sotto la minaccia dell’assedio ottomano: obiettivo dell’imperatore era favorire la riunificazione della Chiesa ortodossa con quella cattolica allo scopo di ottenere il sostegno militare delle potenze cattoliche. La nomina di Isidoro, favorevole all’unione con Roma, andava in questa direzione. Recatosi in Italia nel 1439, al fine di partecipare al Concilio che avrebbe dovuto sancire l’unificazione, Isidoro fu nominato cardinale e legato pontificio, ma tornato a Mosca si scontrò con il clero locale ed il gran principe Basilio II, contrari all’accordo di Firenze (la stessa contrarietà coinvolse gran parte del clero e del popolo negli altri paesi ortodossi, dimostrando la debolezza dell’accordo raggiunto). Di lì a poco seguirono la destituzione e l’arresto di Isidoro.

Questa vicenda così controversa – unita alla crisi irreversibile dell’Impero bizantino – favorì un cambiamento decisivo nella vita della Chiesa russa, cioè la conquista dell’autocefalia, ottenuta nel 1448 in seguito all’elezione a metropolita del russo Giona, avvenuta senza il consenso di Costantinopoli. Successivamente, attraverso la caduta di quest’ultima in mano ottomana nel 1453, il completamento dell’emancipazione della Moscovia dal giogo mongolo nel 1480 e l’incoronazione di Ivan il Terribile nel 1547, si concretizzò quel lento processo di “translatio imperii” che trasformò Mosca nella “Terza Roma”, e le cui conseguenze ecclesiali culminarono nell’elevazione del metropolita Giobbe a patriarca di Mosca nel 1589.

La vita del nuovo patriarcato non fu né semplice né lunga. Passò attraverso il tragico “periodo dei torbidi” – che a causa degli invasori polacchi inasprì la già forte diffidenza verso i cattolici – e si concluse nel 1700, quando alla morte del patriarca Adriano, lo zar occidentalista Pietro il Grande decise di riformare la struttura della Chiesa sul modello luterano, abolendo il patriarcato e fondando il “Santissimo Sinodo”, un organismo composto da chierici e laici che governò la Chiesa fino alla rivoluzione del 1917. Solo in seguito a quest’ultima – e tra innumerevoli difficoltà, persecuzioni e compromessi – il patriarcato poté tornare in vita.

La caduta del comunismo ha fornito nuovo vigore alla Chiesa russa ed alla figura del patriarca di Mosca, tornati a rappresentare un punto di riferimento spirituale, culturale e identitario di primaria importanza nella politica e nella società post-sovietiche. Sotto il governo di Cirillo, eletto nel 2009 dopo la morte di Alessio II, il Patriarcato di Mosca ha acquisito un ruolo di crescente prestigio internazionale, moltiplicando gli interventi ed i viaggi, tra cui spicca quello del 2013 in Cina. Proprio la Cina, meta sognata da Francesco. In sintesi, considerando la grande influenza e vivacità del Patriarcato di Mosca, la rilevanza dell’incontro risulta ancora più chiara.

Al di là degli aspetti simbolici, il risultato più importante dell’incontro di L’Avana è la dichiarazione comune firmata dai due primati. È un documento in trenta punti che affronta le grandi emergenze dell’epoca: dal martirio dei cristiani alla minaccia terroristica, dalla libertà religiosa all’identità cristiana dell’Europa, dalla difesa della famiglia fondata sul matrimonio uomo-donna alla protezione della vita dal concepimento alla morte naturale, dalla povertà ai rapporti con le altre religioni. In vari passaggi del testo risulta lampante l’impronta del patriarcato russo, che in questi anni si è decisamente impegnato su molti dei fronti sopracitati, dimostrando una concreta volontà di collaborazione con la Chiesa cattolica. Sotto il profilo teologico il testo richiama l’importanza della tradizione del millennio precedente allo scisma, considerato la base da cui ripartire per approfondire la questione dell’unità. Il testo nota con amarezza la circostanza per cui «siamo divisi da ferite causate da conflitti di un passato lontano o recente, da divergenze, ereditate dai nostri antenati, nella comprensione e l’esplicitazione della nostra fede».

La dichiarazione comune non evade da quelle situazioni concrete che costituiscono un ostacolo all’amicizia tra le due Chiese: il problema del proselitismo e quello dell’uniatismo ucraino. Sul primo punto, particolarmente lamentato dalla Chiesa russa negli anni novanta, viene indicato un semplice ed efficace principio guida: «non siamo concorrenti ma fratelli, e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno». Sul secondo problema, che ha origine nell’unione di Brest del 1595 – che sancì la nascita della Chiesa greco-cattolica ucraina (i cosiddetti “uniati”) – le incomprensioni non sono mai venute meno, creando una scia di rancori e recriminazioni riesplose nel caos sorto in Ucraina con l’Euromajdan. È un punto delicatissimo specialmente per la Santa Sede, che si trova nella necessità di dover mediare tra due posizioni estremamente in contrasto. La dichiarazione sostiene da un lato la presa d’atto che la strategia dell’uniatismo appartiene al passato e non rappresenta un modo adeguato per giungere all’unità delle Chiese, dall’altro però sancisce i diritti delle comunità uniate già esistenti, invitando ortodossi e greco-cattolici a riconciliarsi e «trovare forme di convivenza reciprocamente accettabili».

A Cuba si è consumata un’insolita pagina di storia, carica di significati simbolici e pregna di speranze per il futuro. Essa non cancella in un sol colpo problemi secolari, ma «adesso le cose sono più facili», come ha detto il patriarca Cirillo. I vescovi della prima e della terza Roma hanno dato un esempio di riconciliazione semplice e bello, proprio mentre sul mondo incombono le nubi della guerra e della discordia. Lo hanno fatto all’ombra dell’icona della Madre di Dio, che unisce i cristiani d’Occidente e d’Oriente, i due polmoni della Cristianità.
 

17 gennaio 2016

Sudare, marcire e scoppiare. Santi non Kamikaze


di Matteo Donadoni
Dobbiamo sapere che non esistono solo leggi fisiche, ma anche spirituali. Pertanto la futura ira di Dio non può essere affrontata tramite un’aggregazione di peccatori (perché riceveremo doppia ira), ma con il pentimento e l’osservanza dei comandamenti del Signore
Dalla lettera di Padre Paisios sulle aperture alla Chiesa di Roma, inviata a padre Charalampos Vasilopoulos,  direttore del giornale “Stampa Ortodossa” (Ορθόδοξος Τύπος) .Santa Montagna, 23 gennaio 1969.

Già il fatto che abbia pensato a quanto avranno preso in giro all’osteria il povero Noè, costruttore di navi in montagna, me lo ha reso subito simpatico.

Padre Paisios (25 giugno 1924 – 12 luglio 1994), dichiarato santo dalla Chiesa Ortodossa proprio un anno fa, il 13 gennaio 2015, è stato un monaco del Monte Athos. Uomo di grandissima umiltà e semplicità di vita, è una delle figure più straordinarie del monachesimo ortodosso greco, considerato da molti il maggior asceta del Monte Athos del XX secolo.

Molto conosciuto per essere stata una persona particolarmente carismatica, ebbe la grazia di vari doni Divini, come quello della guarigione e della profezia, la quale in particolare, riguarda l’immediato futuro e va presa molto seriamente.
Si chiamava Arsénios Eznepìdis e nacque a Farassa, fu un esule cappadoce - tutti ricordano il genocidio armeno, ma pochi quello dei Greci del Ponto e dell’Anatolia –, ebbe sin da piccolo una spiccata spiritualità e la visione del Salvatore dovette confermarlo nella decisione di farsi monaco.
Monaco, non manager. Fedele alla millenaria tradizione spirituale cristiana. Non novatore improvvisato di dottrine riformate all’uopo di relativizzare il sacrificio della Croce, per piacere a buddisti ed islamici nel nome d’un generica quanto vuota (e idiota) “fede nell’amore”, come viene richiesto dall’indicazione di preghiera per il dialogo interreligioso, tramite il famigerato video in cui Bergoglio nega verità di fede che dovrebbero essere pacifiche. Questo perché?

Perché mentre la Chiesa cattolica perdeva tempo dietro gli impiastri giornalistici profusi sull’ultima balordaggine del card. Martini, gli ortodossi additavano ad esempio di santità un monaco privo di quella supponenza di saperla più lunga dei Padri della Chiesa, tipica dei nostri sacerdoti.
Forse allora è il caso di recuperare la bussola della tradizione e della preghiera vera. Oggi sembra si parli sempre di una “chiesa del fare”, come se il pregare fosse roba vecchia – eppure, la Madonna nelle apparizioni del secolo scorso non ha chiesto lavoro, ma penitenza! – : per padre Paisios invece il monachesimo è essenziale non solo per la Chiesa, ma per il mondo intero, dal momento che interagisce con forze di ordine spirituale che innervano tutta la realtà.
Per questo la funzione più importante del monaco rimane anche oggi la preghiera: «Il proprio del monaco è di sudare, marcire, scoppiare nella propria cella. La preghiera è l'arma più potente di tutte. Se aiuto o libero un carcerato, non ho fatto molto: la preghiera lo salva non per questa vita, ma per la vita eterna».

Perché, anche se non dobbiamo insorgere, dobbiamo servire la verità e non piegarci al mondo, perché la Chiesa non è la barca personale di qualcuno, né del Papa, né del patriarca, né del vescovo. Nessuno può far tacere lo Spirito nella Chiesa, nei fedeli. Serve la preghiera. Soprattutto oggi.
Riporto un famoso dialogo, a dir poco inquietante, avvenuto con un monaco cattolico decenni orsono, e che, se allora poteva sembrare folle, oggi si rivela terribilmente realistico (da Cronache dal monte Athos, Valleripa 1986, pp. 237-243):

Paisios: «Oggi la situazione delle Chiese è molto grave. Non lo capiscono, ma è così. Ci aspettano molte prove. Fra pochi anni ci sarà una grande prova: i pii saranno duramente provati; ma durerà poco, per fortuna; poi non ci sarà più nemmeno un infedele. L'Europa diventerà una grande potenza, avrà un capo ebreo; non solo, ma cercheranno anche un capo spirituale per avere più forza e sarà il papa, il quale metterà assieme tutti, cattolici, protestanti, figli del diavolo (è una setta americana presente pure in Grecia), mussulmani... Li metterà insieme lasciando a ciascuno libertà... Viviamo in tempi di Apocalisse, siamo come al tempo di Noè; lo prendevano in giro... Oggi nessuno ci crede, ma siamo al colmo. I pii avranno grandi prove, ma il tempo sarà breve. Queste cose sono chiaramente annunciate da Ezechiele e Zaccaria.... ». -
Monaco:«Padre, lei crede che il papa possa giungere a questo punto?».
Paisios: «Certo, avverrà questo. Ci sarà una grande catastrofe, ma poi tempo di pace e più nessun infedele, anche gli ebrei si convertiranno. Fra poco succederà questo. Voi come vi comporterete quando il papa farà così?".
Monaco:«Il nostro superiore dice che se il papa non segue l'evangelo non lo si può seguire...».
Paisios: «L'unione verrà, ma prima avremo la tribolazione e la catastrofe. Noi intanto dobbiamo mirare in alto, sì, la pietà...». «Anche qui in Grecia alcuni preti vogliono vestire come la gente del mondo o le monache avere la veste più corta o a mezza manica... Una volta è venuto un prete, l'ho portato fuori vicino all'ulivo e ho tolto tutte le foglie dell'ulivo e gli ho detto: Sta ora a vedere che ne sarà di quell'ulivo! È come se si cava un sasso da un muro di una casa. Lì per lì non succede niente, ma pian piano entra acqua esce un sasso dopo l'altro e infine la casa va in rovina. L'apocalisse parla chiaro... parla di anticristo e di Babilonia, che è Roma».
Monaco:«Padre, sono d'accordo con quanto lei pensa, ma sul fatto della grande prova che verrà fra pochi anni, non capisco bene...».
Paisios: «Non dico fra 2-3 anni esattamente, ma certamente presto presto, siamo al colmo, al tempo di Noè...».
Monaco: «... Poi per il papa, lei crede che giunga a questo punto? Il nostro superiore dice che, a parte tutto il peccato, è vescovo di Roma: noi crediamo nella sua benedizione».
Paisios: «Certo è capo, è vescovo, non vi dico di fare insurrezioni, ma la verità non si può camuffare... Se mio padre è ubriaco o adultero, non posso passarlo sotto silenzio. Bisogna cercare le vie dello Spirito per aiutarlo a capire, ma con pietà: come, se e quando Dio lo vuole... Non ci si può nascondere che c'è molta massoneria e sionismo a Roma, c'è grande corruzione, c'è la mentalità del mondo... Guarda, lo crederesti che il patriarca Atenagora era un massone? Nemmeno io lo credevo, ma mi hanno portato i documenti con i suoi gradi di massone e i certificati della pensione che recepiva come massone. Non dobbiamo insorgere, ma servire la verità e non piegarci al mondo... La Chiesa non è la barca personale di qualcuno, né del papa, né del patriarca, né del vescovo. Nessuno può far tacere lo Spirito nella Chiesa, nei fedeli. Dovremo patire molto, ma sarà breve la prova e poi non ci sarà più ateo o incredulo... questa è una grande consolazione».

Oggi la situazione della Chiesa è drammatica, uno scisma de facto ne lacera il corpo mistico e chi vuol restare cattolico viene perseguitato da zelanti fautori di una nuova religione umanitaria in cui Cristo finisce per risultare un simbolo ecumenico come un altro, un generico messaggio di fratellanza che va dal Budda a Robespierre, un pretesto per parlare d’altro. I laici sono stati abbandonati dalla quasi totalità della gerarchia, i cui membri si accapigliano per mettere la lanterna sotto il moggio.

Ma la fede della Chiesa non è oggetto di patteggiamenti: «La Chiesa è Chiesa di Cristo, ed è Egli che la governa. Non è un Tempio costruito con pietra, sabbia e calce da devoti e che si distrugge dal fuoco dei barbari, ma è Cristo stesso. “E chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; e colui sul quale essa cadrà sarà stritolato” (Mt 21, 44). Il Signore, quando sarà necessario, farà apparire dei Marco Eugenico e dei Gregorio Palamas per raccogliere tutti i nostri fratelli scandalizzati perché confessino la fede ortodossa, consolidino la Tradizione e diano grande gioia alla nostra Madre».
Abbiamo cominciato a patire. Verrebbe anche a me da dire: confessiamo la nostra fede ortodossa.
 

07 gennaio 2015

Un brindisi a Messori e uno al Papa


di  don Mauro

Carnieletto sulle colonne de Il Giornale annota: “Così, si invertono le parti: gli apologeti come Messori e Socci che sempre hanno difeso la Chiesa si trovano ora nella posizione di "antagonisti", attaccati da coloro che, smessi i panni di preti di strada, indossano ora le divise pontificie”.

Effettivamente la scena è curiosa. Vada per Socci, le cui modalità di esternazione molto decise possono lasciare infastiditi (purtroppo mi allego a tal gruppo), ma che dire di Messori? Che dire di vari altri studiosi, cattolici di vecchia data, di provata fedeltà e di qualificata scienza, che si trovano perplessi di fronte a svariate dichiarazioni e posizioni di Francesco? A difenderlo senza il minimo vacillare sembrerebbero rimasti giornalisti atei, gruppi LGBT, preti spretati, clero e movimenti dissidenti ed iper-progressisti, più  - e qui stipendio val ben la lode - le liste di impiegati nel sistema CEI (TV2000, Avvenire & co, Curie etc.).

Giustamente si faceva notare che questo novello corpo di guardie pontificie non s’erge a tutela del Papa, ma solo del loro amico Francesco, col che considero inutile ogni commento aggiuntivo.

Ma come interpretare tale bizzarra situazione nel suo complesso? Anzitutto con un poco d’ansia mi lascia pensieroso quello che sotto alcune prospettive sembrerebbe annunciarsi come scisma culturale di non poco rilievo. L’ansia raddoppia se penso che l’occasione - non la causa! - della spaccatura ha in qualche modo a che vedere con il Papa, cioè col simbolo di unità della Chiesa.

Poi con ironia penso a tanti apologeti che ieri ci rimisero la faccia per difendere Papa “Simplicio” dagli eccessivi attacchi galileiani, mentre oggi sono fustigati con poca misericordia dai filo-galileiani d’antan (quelli che “bisognava proprio chiedere perdono per gli errori dei Papi d’un dì”). Davvero non si lotta per le glorie terrene, ché altrimenti un pizzico di eresia tornerebbe a maggior carriera per tutti.

Io, comunque vada, sto col Papa, unica garanzia, non dico di ascesa, ma di ripresa anche dopo eventuali tracolli. Ci sto con tanta umana perplessità quanto con religioso affetto. Ci sto ricordando la commovente telefonata di Francesco al primo che ebbe coraggio di contestarlo, Mario Palmaro. Ci sto, ripetendo con Benedetto XVI parole che questi fece sue, rubandole al beato Newman: “"Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo (…) allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa", beninteso che "in questa affermazione, ‘coscienza’ non significa l’ultima obbligatorietà dell’intuizione soggettiva. È espressione dell’accessibilità e della forza vincolante della verità: in ciò si fonda il suo primato. Al Papa può essere dedicato il secondo brindisi, perché è compito suo esigere l’obbedienza nei confronti della verità".