di Francesco Filipazzi
Nel 1986, il 29 dicembre, scompariva Andrea Tarkovski, un grandissimo regista russo profondamente inviso al regime sovietico.
Nonostante fosse molto ammirato in tutto l'occidente, sia per la sua arte che per le prese di posizione che lo portarono ad esiliarsi in Italia e a chiedere la cittadinanza statunitense, è ultimamente poco citato, da questo parti.
A celebrarne la figura però ci ha pensato Massimiliano Pappalardo, con l'agile volume "La filosofia di Andrej Tarkovskij", nel quale vengono ripercorsi i sette film che hanno reso il lavoro di questo regista una pietra miliare della storia del cinema.
Credente e molto influenzato dalla spiritualità ortodossa, Tarkovskij non crea un'arte esplicitamente sacra, ma la telecamera che si sofferma sulle inquadrature, il ritmo lento e solenne, sembrano proporre delle vere icone viventi. Questi film sono dunque partecipi della metafisica delle immagini e della luce di cui parla Pavel Florenskj a proposito, appunto, delle icone ortodosse, concepite come porte fra il mondo visibile ed invisibile.
I film di Tarkovskij sono dunque iconostasi e teatro di una liturgia vera e propria. Non a caso "Andrej Rublëv", la storia di un pittore di icone vissuto nel XV secolo, è considerato uno dei capolavori della storia del cinema.
Consigliamo dunque il libro di Pappalardo, contenente molti altri riferimenti che lasciamo al lettore, come introduzione ad un regista che andrebbe riproposto e studiato, per recuperare un po' di profondità in mezzo al piattume (e pattume) del nostro tempo.

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