Mentre si avvicinano le elezioni politiche, i cattolici tornano a porsi l’eterno dilemma: chi votare? Campari e de Maistre, ovviamente, non fa campagna per nessuno, tuttavia riteniamo opportuno aprire una seria riflessione in proposito. L’articolo presente fa parte di una serie a cui chi vorrà potrà partecipare, specificando sin da ora che quella esposta è solo la personale posizione dello scrivente. Lo stesso varrà per tutti contributi.
di Daniele Laganà
Il Magistero della Chiesa ci regala uno stupendo patrimonio per agire
rettamente nell’arena pubblica che prende il nome di dottrina sociale, la
quale non ha come destinatari esclusivi i fedeli, bensì essa è «un
insegnamento espressamente rivolto a tutti gli uomini di buona volontà»,
pertanto è assolutamente possibile che questo «cantiere sempre aperto, in
cui la verità perenne penetra e permea la novità contingente, tracciando
vie di giustizia e di pace» possa essere la comune fonte da cui credenti e
non credenti possono attingere per costruire una proposta politica che sia
in assoluta continuità con il messaggio evangelico e che, al contempo,
incarni un’attenzione all’integralità della realtà che può essere colta
anche da chi non ha ancora riconosciuto la divinità di Cristo.
Compito ineliminabile del laicato cattolico è l’attuazione della dottrina
sociale in tutte le dimensioni del vivere comune, dall’economia sino alla
politica, e in quest’ultimo campo, negli ultimi tempi, sembra emergere
sempre di più una grande difficoltà, a causa della crescente irrilevanza
del cattolicesimo in seno all’alveo politico italiano; gli uni sostengono
che la causa è da ascriversi alla secolarizzazione galoppante della nostra
nazione, gli altri criticano la tragica frammentazione dei politici
cattolici nelle diverse formazioni partitiche: molto probabilmente
l’attuale ininfluenza è dovuta alla somma dei due fattori, per cui risulta
oltremodo urgente agire su ambedue.
Nella Prima Repubblica l’unità politica dei cattolici è stato assolta dalla
Democrazia Cristiana, un grande partito che ha permesso la convergenza di
una moltitudine di sensibilità all’interno del mondo cattolico per
strutturare una proposta politica comune: nonostante i gravi errori che nel
tempo sono stati commessi, non posso che provare nostalgia dello Scudo
Crociato scorgendo l’attuale drammatica disunità dove non vi è vergogna a
dirsi cattolici e contemporaneamente votare partiti e schieramenti che
promuovono e approvano politiche che contraddicono apertamente la dottrina
cattolica. Chiaramente la dottrina sociale mette in guardia dal ridurre la
capacità di giudizio del laico credente all’adesione ad una formazioni che
si dichiari di ispirarsi al Magistero, in quanto «pretendere che un partito
o uno schieramento politico corrispondano completamente alle esigenze della
fede e della vita cristiana ingenera pericolosi equivoci», pertanto «la sua
adesione ad uno schieramento politico non sarà mai ideologica, ma sempre
critica»; inoltre, interessante è la sottolineatura che la scelta
elettorale debba essere sia personale sia comunitaria, poiché «spetta alle
comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese,
chiarirla alla luce delle parole immutabili del Vangelo, attingere ai
principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive d’azione
nell’insegnamento sociale della Chiesa».
In una recente intervista rilascia a Il Corriere della Sera, il cardinal
Camillo Ruini ha rinnovato la sua preoccupazione dinnanzi al rischio per i
cattolici di «essere sempre meno rilevanti, nonostante il loro grande
contributo nella vita sociale», evidenziando quanto sia «indispensabile
potenziare la capacità di tradurre la fede in cultura e in azione
politica», in piena continuità con le parole che aveva consegnato al
medesimo quotidiano nel 2007: «È preferibile essere contestati che essere
irrilevanti!».
Sulla necessità dell’unità politica dei cattolici per garantire la
rilevanza della visione cristiana e l’attuazione della dottrina sociale, è
paradigmatica la distanza di vedute tra il Servo di Dio Luigi Giussani,
fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, ed il “presbitero”
David Maria Turoldo: quest’ultimo, reso celebre dalla sua contrarietà ai
referendum abrogativi sul divorzio e sull’aborto, accusava Giussani di
disattendere il Concilio, in quanto esso prevedeva la possibilità per i
cattolici di impegnarsi in partiti politici diversi tra di loro; la
risposta acuta e diretta a quest’accusa non può che rispondere ad una
lettura limpida del rapporto tra fede e politica: «Noi di Comunione e
liberazione non gridiamo all'untore se c'è chi, nel mondo cattolico, pensa
di prendere vie diverse dalla Democrazia cristiana, noi abbiamo anzi un
rispetto doloroso e dolente per chi tenta altre vie. Però pretendiamo che
non si dia dell'untore a noi, se crediamo che la tensione all'unità, anche
politica, derivi naturalmente dal fatto cristiano vissuto o, per dirla con
le nostre parole, se questa tensione è un «segno» della realtà del popolo
cristiano.». Saggiamente Giussani non disgiunge la tensione all’unità del
popolo cristiano anche nell’agone politico alla dimensione critica
dell’adesione ad una formazione unitaria: «È vero, noi critichiamo la DC e,
ci sia dato atto, anche duramente, durissimamente. Però io non vedo in
questo, fra la critica e il voto, proprio nessuna contraddizione. Io credo
che il dovere di un cristiano sia innanzi tutto quello di collaborare con
altri cristiani, prima che con qualsiasi altra forza. Perché con costoro io
avrò un punto di vista, antropologico o, se si vuole, storico più vicino,
«a priori». Non vedo quindi i motivi dello scandalo. […] Il cosiddetto
«dissenso cattolico» è nato da un rilievo giusto, da un grido contro certe
forme dispotiche della Chiesa, da un'opposizione, in sostanza, a una vita
non ecclesiale della Chiesa. L'errore sta nel fatto che per urlare questo
grido il «dissenso» si pone, psicologicamente e metodologicamente, fuori
dalla Chiesa. E accusa. E, per quanto riguarda il temporale, mutua la sua
saggezza da altre ideologie diverse da quella cristiana. Distingue fra la
propria religiosità e il proprio credo politico. Per noi invece ogni
dualità è mortale per la fede. Il grande insegnamento di Cristo in croce è
che «morendo dentro la Chiesa» si possono cambiare le cose, non al di
fuori.»
Tra le pagine di L’io, il potere e le opere ancor più splendidamente
Giussani esorta a «tendere all’unità anche in politica, perché i cristiani
debbono tendere all’unità in tutto, dato che sono un corpo solo. Perciò è
un dolore non trovarsi dello stesso parere, non un diritto conclamato
sconsideratamente. È dolorosa, anche se tante volte inevitabile, la
diversità, e bisogna essere tutti tesi a scoprire il perché il fratello la
pensa diversamente e comunicargli nel modo migliore i motivi della propria
convinzione, nella ricerca dell’unità», mentre in un’intervista rilasciata
a Il Sabato difendeva il cardinal Ruini violentemente attaccato da Il
Corriere della Sera: «Ho in mente quel titolo: “Cardinale, lasci stare”.
Quasi un ordine insolente a un servo. Ruini difende l’incarnazione, il
centro dell’esperienza cristiana, oggi minacciato più che mai. È tanto
semplice: Cristo con il battesimo ti assume, così che siamo membra gli uni
degli altri. È una cosa dell’altro mondo, ma questa è l’unità cristiana. Se
tutti siamo una cosa sola non possiamo non cercare di esprimerci
concordemente. E perciò ci raduniamo in azione unitaria. Se uno non se la
sente o non ci fossero le condizioni, è un dolore non poterlo fare, non un
diritto da sbandierare! C’è un altro criterio che viene oltraggiato, ed è
invece così umano: l’obbedienza. È il criterio supremo dell’azione
cristiana. Il criterio della verità è ultimamente fuori di noi – e questo
fa imbestialire i nemici del cristianesimo. Sì: obbediamo! Ci toglie dalla
balìa del potere che occupa e dirige le coscienze illudendole della loro
autonomia e invece, credendo di essere liberi, obbediscono a uomini.
L’obbedienza cristiana pesca nel mistero. E invece chi si dipinge come
autonomo obbedisce a quella ridicola menzogna che ha come criterio di base
la valutazione morale dell’altra persona. Una cosa atroce, disumana.»
In questa drammatica situazione in cui versiamo non possiamo non gridare il
dolore per questa disunità che cagione una lancinante ferita alla comunione
ecclesiale e calpesta manifestamente la difesa dei valori non negoziabili e
l’attuazione della dottrina sociale; solo un cieco potrebbe affermare che
la disgregazione politica dei cattolici italiani abbia contribuito
positivamente alla concretizzazione della dottrina sociale, solo un vile
potrebbe affermare che la tensione all’unità politica sia un obiettivo
irrealizzabile e obsoleto: curiamo questa ferita, rinsaldiamo il nostro
legame fraterno e combattiamo a tutela della verità e del valore
insopprimibile della persona umana!
Pubblicato il 16 febbraio 2018
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