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25 febbraio 2018

L'ibrido uomo-pecora e l'Anticristo

di Francesco Filipazzi
L'articolo seguente nasce dall'ascolto casuale di una trasmissione radiofonica. 

Ascoltando la radio, capita di sentire telefonate di ascoltatori, spesso istruiti e informati, che discutono dei più disparti argomenti.
In occasione della clonazione di una scimmia in Cina, accompagnata da una "dolcissima" foto dei due cloni appena nati ed impauriti, si è instaurato un dibattito surreale riguardo i destini dell'uomo, rinverdito successivamente dalla notizia della creazione di un "embrione uomo-pecora". Da queste telefonate si capisce come ormai "il popolo" abbia interiorizzato buona parte dei dogmi della religione dell'Anticristo, il culto di riferimento della modernità.
Ricordiamo che l'Anticristo non è un mostro con le corna, ma è tutto ciò che si pone come negazione di Cristo e della creazione. 

Organi umani da embrioni ibridi? 
Già di per sé, il fine dichiarato di questi esperimenti sembrerebbe aberrante, in quanto l'idea di base è quella di creare "pezzi di ricambio" per i malati, facendoli sviluppare nei corpi di individui ibridi. La creazione di queste parti anatomiche prevederebbe infatti la creazione di embrioni mostruosi, contenenti DNA umano.
La natura dell'uomo viene quindi contaminata, ibridata, resa uno strumento per qualcosa di orribile. Questi embrioni, quanto saranno uomini e quanto saranno animali? Non basta una minima percentuale di componente umana per poter dire che si sta giocando con la stessa vita umana? La mitologia offre varie figure di mostri con caratteri provenienti da più specie (sfingi, chimere...) ma sono appunto mostri. Tant'è che lo sviluppo del suddetto embrione uomo-pecora (come accaduto con l'embrione uomo-maiale), per disposizione delle autorità, è stato bloccato dopo un periodo definito, per evitare che si sviluppasse ulteriormente e qualcuno si accorgesse di ciò che davvero effettiamente è venuto fuori dalle provette. La visione è apocalittica ed è spaventoso pensare a cosa realmente potrebbe essere già presente nei laboratori di tutto il mondo.

Sconfiggere la morte? 
Una delle idee diffuse fra i radio ascoltatori di cui sopra, è quella riguardante la sconfitta della morte. Secondo molti "uomini della strada", grazie alla sostituzione controllata di organi prodotti con embrioni ibridi, contenenti DNA del ricevente, si potrebbe prolungare la vita di ogni individuo all'infinito. Un ascoltatore, a proposito della clonazione tout court (quindi non coinvolgendo ibridi), propone di creare corpi interi, perfettamente identici al proprio corpo in giovane età, congelarli e, alla bisogna, trapiantarci dentro il cervello, in modo da tornare ciclicamente giovani. Il lettore penserà ad una esagerazione, però questa idea non è stata scartata da nessuno, durante l'ascolto dei vari interventi in oggetto. In generale, per concludere, l'idea di fondo, che si è fatta strada in una parte importante della popolazione, non è relativa alla cura di una singola malattia o il trapianto di un organo preciso, ma la perpetuazione di sé stessi fino a data da destinarsi, rompendo definitivamente il legame fra l'uomo e la natura umana. L'uomo moderno d'altronde teme la morte, perché non ha la coscienza a posto.

Un nuovo salto evolutivo? 
Un altro ascoltatore, dal linguaggio forbito, propone la seguente tesi. "Esiste l'evoluzione e l'uomo si è già evoluto in passato. Questi esperimenti sono il prodromo ad un nuovo salto evolutivo, solo che oggi è l'uomo, padrone di sé stesso, a decidere di evolversi". Qui siamo di fronte ad un passaggio ulteriore nella scoperta di quella che, in modo non certo improprio, definiamo la religione dell'Anticristo. L'uomo diventa padrone della definizione della natura umana stessa e quindi può decidere di ridefinirla come e quando vuole.

Appare chiaro che il risultato delle suddette tesi non potrà portare ad un esito positivo per l'umanità. Sembra che lo scientismo abbia lanciato una macchina da corsa, a velocità folle, con a bordo un guidatore ubriaco e drogato. L'esito sarà un grave incidente.


 

28 luglio 2015

Scientismo & scienziati 2.0


di Riccardo Zenobi

A tutti è noto quale sia l’ascendente della “scienza” nei dibattiti odierni e nel mondo attuale: basta la frase “la scienza dice” e tutti si mettono in religioso silenzio ad ascoltare. Questo atteggiamento di accettazione incondizionata, che in certi ambenti di militanza ateistica raggiunge livelli da fanatismo (ir)religioso, è presente in maniera più o meno forte in ogni ambiente, di qualunque tipo. Nel secolo della morte delle ideologie, della fine delle “grandi narrazioni” filosofico/religiose, nel secolo dove non c’è autorità (figlio del ’68 del ‘vietato vietare’) la “scienza” ha colmato questo vuoto e ha preso il primo posto in tutti gli ambiti, compresi quelli che non le competono.

Come avrete notato, ho finora scritto “scienza” tra virgolette, questo perché quella che passa nei dibattiti pubblici e culturali non è altro che una caricatura macchiettistica della scienza, la quale apertamente trapassa nello scientismo; difatti, il rapporto tra scienza e scientismo è simile al rapporto tra una persona vivente e un cadavere in putrefazione, la cui capacità di decomporsi viene scambiata per un segno di vitalità. Si può definire lo scientismo nei termini di una teoria secondo la quale l’unica conoscenza valida è quella scientifica. Posta in questi termini, ci si accorge che questa frase non pertiene all’ambito dell’indagine scientifica, in quanto la scienza è certamente una fonte di conoscenza, ma solo nel suo ambito e con il suo metodo d’indagine; da ciò discende l’impossibilità che un metodo d’indagine possa essere usato per dimostrare che non esistono altri metodi possibili. Per fare un paragone interno alle varie discipline scientifiche: la fisica ha un metodo d’indagine e un certo campo di ricerca differente rispetto alla geologia, alla chimica, alla biologia, ma con il metodo fisico non si può dimostrare che la chimica non è una scienza solo perché non ha lo stesso statuto e metodo della fisica (ciò vale a maggior ragione per le altre discipline accennate).

Quanto detto finora valga come introduzione. Passiamo ora in rassegna alcuni argomenti portati a favore dello scientismo (principalmente da filosofi, tralaltro), in base a come sono stati esposti e criticati nell’introduzione di Scholastic Metaphysics di Edward Feser. Per prima cosa, va notato che la scienza, come ogni disciplina, parte da dei presupposti che assume per veri, e dai quali fa poi partire la sua indagine; tali assunti non possono essere a loro volta controllati all’interno del lavoro scientifico. Ad esempio, la scienza indaga le regolarità che possono essere indicate all’interno di leggi naturali. Ma questo è l’assunto di partenza della scienza, non un suo punto di arrivo: se non si assume che nel mondo vi sono delle regolarità descritte da delle leggi, non può partire né nascere nessuna indagine empirica. Tali presupposti di base non possono essere indagati dalla stessa scienza, altrimenti si argomenterebbe in circolo. Per rompere tale circolo, occorre uscire dall’ambito della scienza, per giungere ad una disciplina extra scientifica; ma la sola esistenza di tale disciplina mina il presupposto dello scientismo secondo cui solo la scienza ci dona una visione razionale della realtà. Ma – si dirà – questa disciplina esterna alla scienza, non potrebbe essere a sua volta una parte della scienza? Così non dovrebbe dunque applicarsi, di nuovo, a questa disciplina extra scientifica la stessa critica mossa alla scienza? Ciò è vero, a parte per il fatto che così si perderebbe ogni distinzione tra scienza e altri metodi d’indagine razionale, come la filosofia. Se quindi diamo la patente di scientificità ad ogni tipo d’indagine di tipo razionale, usciamo dalla pretesa dello scientismo che solo la scienza empirica abbia valore veritativo; oltre a ciò, rientrerebbero nel rango delle ipotesi scientifiche anche delle tesi che lo scientismo rigetta, come le varie posizioni non materialiste presenti nella filosofia.

Oltre ai citati limiti, secondo i quali la scienza non può indagare i propri presupposti, c’è da aggiungere che le varie discipline hanno delle limitazioni intrinseche nella capacità descrittiva; ciò vale anche per la regina delle scienze, ossia la fisica, la quale insiste su una descrizione puramente quantitativa del mondo, in base alle sue assunzioni matematiche. Eppure noi percepiamo continuamente delle qualità, come ad esempio gli odori, il dolore, eccetera, i quali non sono indagati dalla fisica non perché (come ritengono alcuni) non sono “null’altro che” fenomeni quantitativi con un abito che li fa apparire qualitativi, ma perché semplicemente non sono considerati. La fisica, in ultima analisi, ci dona una descrizione astratta della realtà, né più né meno di quanto ce la possa dare qualsiasi altro metodo d’indagine, il quale esclude a priori alcuni aspetti della realtà per via dei suoi presupposti.

Oltre a tali limiti descrittivi, ci sono anche dei limiti esplicativi, ossia la scienza non potrà darci la spiegazione ultima della realtà. Ciò risulterà chiaro dal fatto che la scienza ragiona in termini di leggi di natura, di registrazione di regolarità; ma tali leggi sono la descrizione delle relazioni e dei rapporti che sussistono tra gli enti fisici, ma non sono dicono nulla sulla natura degli enti stessi, poiché questi ultimi vengono presupposti come esistenti e operanti in base alle leggi. Ad esempio, la legge di gravita spiega come interagiscono tra loro i corpi dotati di massa, ma non dice nulla sui corpi stessi o sulla loro esistenza o natura.

Ma, si dirà, resta l’argomento principe per lo scientismo: la scienza ha un’ottima capacità di predizione e di sviluppare delle tecniche e degli strumenti di lavoro e d’indagine. Ma, come detto, i limiti descrittivi ed esplicativi restano, e partire dal successo della scienza nel suo campo per poterne dedurre che solo il campo scientifico ha valore, è come dire che i metal detector ci dicono tutto della realtà per il fatto che scoprono molto bene i metalli.

In ultima analisi, la scienza (non lo scientismo) è un ottimo metodo di indagare alcuni aspetti della realtà, ma non è l’unico metodo, e non comprende in sé tutto quello che possiamo dire della realtà. La pretesa scientista è quindi una caricatura della scienza, ed oltretutto è anche pessima filosofia.
 

10 dicembre 2014

“Lazzaro Spallanzani e Gregor Mendel. Alle origini della Biologia e della Genetica” (I parte)


di Francesco Filipazzi

La storia della scienza è molto appassionante e soprattutto in epoca di mistificazione generale, trovare un volume che racconti i fatti e descriva le persone protagoniste di quella storia in base a criteri di verità è certamente piacevole. Il volume “Lazzaro Spallanzani e Gregor Mendel. Alle origini della Biologia e della Genetica”, di Francesco Agnoli ed Enzo Pennetta appartiene a questa categoria. Il libro, edito da Cantagalli e disponibile ad esempio su Ibs, racconta in modo completo la biografia di due grandi scienziati che hanno rivoluzionato la scienza, oltre a fornire una bella digressione riguardante il monachesimo e il suo valore economico e sociale, oltre che spirituale, da cui deriva la grandezza dell’Europa.

La prima parte del libro si occupa di Spallanzani, facendo notare che egli era sia scienziato che sacerdote dell’ordine dei gesuiti. In vita fu uno degli uomini più noti del suo tempo, stimato e ammirato da atei e avversatori della fede del calibro di Voltaire, che di fronte alle sue scoperte non potevano fare altro che inchinarsi e riconoscere la genialità dell’uomo. Successivamente però Spallanzani cadde nel dimenticatoio, in quanto il sopravvento delle tesi scientiste imponeva di negare qualsiasi rapporto fra scienza e fede che non fosse di opposizione.
I fatti si possono distorcere o tacere, come nel caso della “Storia del pensiero filosofico e scientifico” di Ludovico Geymonat, nel quale il naturalista emiliano non viene minimamente citato, ma basta grattare la superficie per scoprire i meriti enormi di un uomo che dedicò alla scienza tutta la sua vita.
Spallanzani è il fondatore del naturalismo moderno, capace di imporsi sulla scena europea sin dai primi studi. Egli confutò la teoria, molto in voga fino alla metà del ‘700, secondo cui la vita è in grado di auto generarsi dalla materia inanimata, sotto forma di batteri. La generazione spontanea si basava sugli studi di Buffon e Needham, il primo considerato all’epoca il più grande naturalista d’Europa e il secondo un gesuita, che stavano fornendo agli avversatori del creazionismo molto materiale. Le loro teorie vennero confutate in modo molto semplice e Voltaire declassò Needham al rango di “imbecille”.
Il mondo scientifico sarà continuamente scosso dagli studi di Spallanzani, evidentemente persona di intelligenza sopraffina. Lo studio sulle rigenerazioni della testa delle lumache infiammò l’Europa e le riviste scientifiche, tanto che comparvero appelli accorati per chiedere di concludere la mattanza delle lumache, a quanto pare massacrate in gran quantità.
Nell’ambito della biologia, numerosi sono stati gli studi di successo, tanto da fare sembrare il ‘nostro’ un Re Mida della scienza, visto che conseguiva scoperte epocali a conclusione di ogni studio cui si interessava. E’ considerato addirittura uno dei padri della vulcanologia, avendo studiato il Vesuvio e Vulcano, scoprendo e osservando l’ossidiana.
Uno scienziato dalle mille sfaccettature che non aveva paura di confrontarsi con i problemi che vedevano altri brancolare nel buio, in virtù di una spregiudicatezza non comune e di uno sprezzo del pericolo che poteva portarlo a conseguenze gravi. Per compiere studi sulla biologia arrivò a fare esperimenti sul proprio corpo o ad estrarsi i succhi gastrici, mentre per studiare i vulcani si calò, secondo nella storia, nel cratere di uno di essi, Vulcano.

Un personaggio che andrebbe quindi riscoperto sia a scuola che in ambito apologetico, guidato dalla fede cattolica e da un’intelligenza non comune, che in vita era considerato il “principe dei biologi” e oggi è sconosciuto ai più.

 

19 agosto 2014

Paper Genders. Il mito del cambiamento di sesso.

di  don Mauro

"Paper Genders. Il mito del cambiamento di sesso" è un testo interessante da conoscere, specie ora che la bolla della Gender Theory è esplosa, nonostante i soliti topoi anglosassoni che, almeno per la loro assoluta prevedibilità, iniziano a stancare. Con superbo afflato antiamericano inizio smontando la retorica e anticipando che Walt Heyer, l’autore del saggio-inchiesta (edito da SugarCo Edizioni) sulla transessualità, è (stato) lui stesso un trans. Non so, forse questa notizia, svelata a metà del testo, doveva essere una prova di sincerità: decidetelo voi. Io, ormai insofferente ai colpi di scena yankee, passo ai dati.

 

10 luglio 2014

Figli di coppie gay più felici degli altri? Non esattamente


di Giuliano Guzzo

«I figli delle coppie gay sono più felici e in salute degli altri». A dare credito a Repubblica e ai suoi sempre pacatissimi titoli non vi sarebbe da discutere ancora neppure un solo minuto sull’opportunità di consentire o meno le adozioni gay, ma solo da approvarle al più presto, possibilmente anche incoraggiandole per il bene dei bambini. Ad osservare invece i dati di fatto – in questo caso, il contenuto di uno studio scientifico a cura di un team di ricercatori dell’Università di Melbourne – ci si accorge che le cose, tanto per cambiare, non solo non sono come sembrano e come sono stata presentate, ma sono quasi l’opposto.

Infatti, a parte che leggendo questo studio [1] traspare, da parte degli autori, una prudenza assai diversa dai toni riservatagli dal quotidiano fondato da Eugenio Scalfari [2], non sono né poche né irrilevanti le criticità che, anche ad una lettura superficiale, emergono. Il lavoro in questione, anzitutto, non si basa su un campione enorme – 500 bambini – e fra l’altro ottenuto attraverso un campionamento di convenienza anziché probabilistico [3], e quindi dagli esiti di ricerca non generalizzabili; il che non è poco se si pensa che è stato proprio sulla base di analoghe carenze che è stata formulata una dura critica [4] ai 59 studi che l’American Psychological Association aveva selezionato per cercare di sdoganare le cosiddette famiglie omosessuali.
Un reclutamento non probabilistico del campione, sia ben chiaro, non implica che lo studio effettuato su di esso sia automaticamente carta straccia; impedisce però – questo è il punto – di trarre qualsivoglia conclusione generale come quella rilanciata da Repubblica. Anche perché la raccolta del materiale successivamente impiegato nello studio risulta effettuata tramite dati self report da parte dei genitori sulla salute del loro bambino; non quindi quello che si dice un parametro assolutamente oggettivo e incontestabile. Inoltre rimane da chiarire la composizione del campione di confronto: si trattava di figli coi genitori sposati, conviventi, separati, single o solo? Senza altre informazioni, l’eterosessualità del genitore parametro insufficiente.
Non va infine trascurato come la situazione economica di molti dei bambini di “famiglie omosessuali” considerati – oltre 400 – fosse caratterizzata da un reddito familiare tutt’altro che comune, precisamene fra i 60.000 ed i 250.000 dollari, contro un reddito medio delle famiglie confrontate di 64.000 dollari; e pure i titoli di studio dei genitori gay reclutati sono risultati mediamente superiori a quelli degli altri. A ciò si aggiunga che questo studio esce proprio mentre in Australia divampa il dibattito su una ridefinizione del matrimonio che includa anche le coppie omosessuali, il che da un lato spiega come questa ricerca gode di tanta visibilità e, d’altro lato, alimenta l’ipotesi che le stesse persone omosessuali interpellate possano essersi impegnate per apparire genitori all’altezza.
Del resto non sarebbe la prima volta che la letteratura su questi temi risulta condizionata da posizioni, per così dire, pro-gender [5]. Le numerose e feroci voci critiche sollevatesi solamente pochi mesi or sono contro l’ormai famoso studio ad opera del sociologo Mark Regnerus [6] (che pure, coinvolgendo 3.000 giovani dai 18 ai 39 anni, si avvalse di un campione assai più vasto dando voce direttamente a loro, ai figli cresciuti da genitori omosessuali, ma fu da taluni giudicato poco credibile) per questo lavoro dei ricercatori dell’Università di Melbourne, benché come abbiamo visto esso sia ben distante dall’essere inattaccabile, non si stanno per il momento ancora sentendo. Avranno, immaginiamo, altro di cui occuparsi oppure, più semplicemente, si scagliano solo contro quello che disturba i loro schemi. O forse sarebbe meglio dire i loro pregiudizi.

Note: [1] Cfr. Crouch S.R. –Waters E. – McNair R. – Power P. – Davis E. (2014) Parent-reported measures of child health and wellbeing in same-sex parent families: a cross-sectional survey. «BMC Public Health»; Vol.14:635; [2] «I figli delle coppie gay sono più felici e in salute degli altri», «Repubblica.it», 8/7/2014; [3] Viene chiamato campionamento di convenienza perché «legato alla semplicità dell’estrazione, o al basso (inesistente) costo di estrazione»: Levine D.M. - Krehbiel T.C. – Berenson M.L., Business Statistics, Pearson 2006 (trad.it Statistica, Apogeo 2006, p.221); nello specifico, i partecipanti a questo studio, non scelti casualmente fra la popolazione, sono stati reclutati attraverso annunci, pubblicità, elenchi di indirizzi mail della comunità gay; [4] Cfr. Marks L (2012) Same-sex parenting and children’s outcomes: A closer examination of the American psychological association’s brief on lesbian and gay parenting.«Social Science Research»; Vol. 41 (4):735-751; [5] Cfr. Redding, R.E. (2008) It’s really about sex: Same-sex marriage, lesbigay parenting, and the psychology of disgust.«Duke Journal of Gender Law & Policy»; Vol.16: 127-193; [6] Cfr. Regnerus M. (2012) How different are the adult children of parents who have same-sex relationships? Findings from the New Family Structures Study.«Social Science Research»; Vol. 41(4):752–770.

http://giulianoguzzo.com/2014/07/10/figli-di-coppie-gay-piu-felici-degli-altri-non-esattamente/

 

Figli di coppie gay più felici degli altri? Non esattamente



di Giuliano Guzzo

«I figli delle coppie gay sono più felici e in salute degli altri». A dare credito a Repubblica e ai suoi sempre pacatissimi titoli non vi sarebbe da discutere ancora neppure un solo minuto sull’opportunità di consentire o meno le adozioni gay, ma solo da approvarle al più presto, possibilmente anche incoraggiandole per il bene dei bambini. Ad osservare invece i dati di fatto – in questo caso, il contenuto di uno studio scientifico a cura di un team di ricercatori dell’Università di Melbourne – ci si accorge che le cose, tanto per cambiare, non solo non sono come sembrano e come sono stata presentate, ma sono quasi l’opposto.

Infatti, a parte che leggendo questo studio [1] traspare, da parte degli autori, una prudenza assai diversa dai toni riservatagli dal quotidiano fondato da Eugenio Scalfari [2], non sono né poche né irrilevanti le criticità che, anche ad una lettura superficiale, emergono. Il lavoro in questione, anzitutto, non si basa su un campione enorme – 500 bambini – e fra l’altro ottenuto attraverso un campionamento di convenienza anziché probabilistico [3], e quindi dagli esiti di ricerca non generalizzabili; il che non è poco se si pensa che è stato proprio sulla base di analoghe carenze che è stata formulata una dura critica [4] ai 59 studi che l’American Psychological Association aveva selezionato per cercare di sdoganare le cosiddette famiglie omosessuali.

Un reclutamento non probabilistico del campione, sia ben chiaro, non implica che lo studio effettuato su di esso sia automaticamente carta straccia; impedisce però – questo è il punto – di trarre qualsivoglia conclusione generale come quella rilanciata da Repubblica. Anche perché la raccolta del materiale successivamente impiegato nello studio risulta effettuata tramite dati self report da parte dei genitori sulla salute del loro bambino; non quindi quello che si dice un parametro assolutamente oggettivo e incontestabile. Inoltre rimane da chiarire la composizione del campione di confronto: si trattava di figli coi genitori sposati, conviventi, separati, single o solo? Senza altre informazioni, l’eterosessualità del genitore è un parametro insufficiente.

Non va infine trascurato come la situazione economica di molti dei bambini di “famiglie omosessuali” considerati – oltre 400 – fosse caratterizzata da un reddito familiare tutt’altro che comune, precisamene fra i 60.000 ed i 250.000 dollari, contro un reddito medio delle famiglie confrontate di 64.000 dollari; e pure i titoli di studio dei genitori gay reclutati sono risultati mediamente superiori a quelli degli altri. A ciò si aggiunga che questo studio esce proprio mentre in Australia divampa il dibattito su una ridefinizione del matrimonio che includa anche le coppie omosessuali, il che da un lato spiega come questa ricerca gode di tanta visibilità e, d’altro lato, alimenta l’ipotesi che le stesse persone omosessuali interpellate possano essersi impegnate per apparire genitori all’altezza.

Del resto non sarebbe la prima volta che la letteratura su questi temi risulta condizionata da posizioni, per così dire, pro-gender [5]. Le numerose e feroci voci critiche sollevatesi solamente pochi mesi or sono contro l’ormai famoso studio ad opera del sociologo Mark Regnerus [6] (che pure, coinvolgendo 3.000 giovani dai 18 ai 39 anni, si avvalse di un campione assai più vasto dando voce direttamente a loro, ai figli cresciuti da genitori omosessuali, ma fu da taluni giudicato poco credibile) per questo lavoro dei ricercatori dell’Università di Melbourne, benché come abbiamo visto esso sia ben distante dall’essere inattaccabile, non si stanno per il momento ancora sentendo. Avranno, immaginiamo, altro di cui occuparsi oppure, più semplicemente, si scagliano solo contro quello che disturba i loro schemi. O forse sarebbe meglio dire i loro pregiudizi.

Note: [1] Cfr. Crouch S.R. –Waters E. – McNair R. – Power P. – Davis E. (2014) Parent-reported measures of child health and wellbeing in same-sex parent families: a cross-sectional survey. «BMC Public Health»; Vol.14:635; [2] «I figli delle coppie gay sono più felici e in salute degli altri», «Repubblica.it», 8/7/2014; [3] Viene chiamato campionamento di convenienza perché «legato alla semplicità dell’estrazione, o al basso (inesistente) costo di estrazione»: Levine D.M. - Krehbiel T.C. – Berenson M.L., Business Statistics, Pearson 2006 (trad.it Statistica, Apogeo 2006, p.221); nello specifico, i partecipanti a questo studio, non scelti casualmente fra la popolazione, sono stati reclutati attraverso annunci, pubblicità, elenchi di indirizzi mail della comunità gay; [4] Cfr. Marks L (2012) Same-sex parenting and children’s outcomes: A closer examination of the American psychological association’s brief on lesbian and gay parenting.«Social Science Research»; Vol. 41 (4):735-751; [5] Cfr. Redding, R.E. (2008) It’s really about sex: Same-sex marriage, lesbigay parenting, and the psychology of disgust.«Duke Journal of Gender Law & Policy»; Vol.16: 127-193; [6] Cfr. Regnerus M. (2012) How different are the adult children of parents who have same-sex relationships? Findings from the New Family Structures Study.«Social Science Research»; Vol. 41(4):752–770.

http://giulianoguzzo.com/2014/07/10/figli-di-coppie-gay-piu-felici-degli-altri-non-esattamente/

 

12 gennaio 2012

I Magi e gli scientisti di oggi


L’omelia del Santo Padre in occasione della festività dell’Epifania ha accennato ai vari tentativi che gli scienziati hanno considerato nei secoli per spiegare il mistero della stella che aveva guidato i Magi. Ecco il passo dell’omelia in questo senso più interessante: “Si è molto discusso su che genere di stella fosse quella che guidò i Magi. Si pensa ad una congiunzione di pianeti, ad una Super nova […], ad una cometa, e così via. Continuino pure gli scienziati questa discussione. La grande stella, la vera Super nova che ci guida è Cristo stesso.”