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18 luglio 2020

Questionario Motu Proprio. Urgente farsi valere

Da SummorumPontificum.org

Si avvicina il 31 luglio, data entro la quale i Vescovi italiani – come i Vescovi di tutto il mondo – dovranno far pervenire alla Santa Sede le loro risposte al noto questionario sull’applicazione in ciascuna Diocesi del Motu Proprio Summorum Pontificum (ved., ex multisqui e qui).

Com’è ovvio, non sappiamo ciò che i nostri Presuli stiano per riferire a Roma, e possiamo solo immaginare che lo spettro delle indicazioni che essi forniranno sarà ampio. Abbiamo però motivo di credere che da molte Diocesi perverranno segnalazioni e valutazioni positive, il che davvero ci rincuora.

Tuttavia, stanno anche circolando alcune indiscrezioni, che è bene considerare solo tali (cioè informazioni non verificate e non verificabili, ancorché, purtroppo, assai plausibili), in base alle quali in talune Diocesi i Vescovi sottacerebbero l’esistenza di istanze pendenti per l’avvio di una celebrazione regolare della S. Messa tradizionale a mente del Motu Proprio. Secondo queste indiscrezioni, dunque, si realizzerebbe un meccanismo di questo genere: il Vescovo riceve l’istanza di un coetus fidelium affinché sia resa possibile la celebrazione della S. Messa (assegnando una chiesa, individuando un sacerdote celebrante, superando l’ingiusta resistenza di qualche parroco, e così via). Le istanze, ancorché formulate per iscritto e, magari, ripetute nel tempo così da esser pendenti da mesi se non anni, vengono cestinate o dimenticate in qualche cassetto, senza risposta; oppure vengono proprio respinte, senza che gli interessati abbiano poi la possibilità di coltivarle ulteriormente. Dopo di che, nel questionario il Vescovo riferisce che nella sua Diocesi non esiste domanda o interesse per la Messa antica, che per essa i fedeli non provano alcuna attrazione, che non c’è nessuno che vorrebbe celebrarla o assistervi, ecc. ecc….

Da qui un piccolo suggerimento, che sottoponiamo a tutti i coetus ancora in attesa di risposta alle loro istanze, per valutarlo e, se pare opportuno, applicarlo: poiché il questionario è anche un’occasione perché le domande tuttora pendenti vengano prese in qualche modo in considerazione, cogliendo l’opportunità di questa consultazione generale, segnalate direttamente all’ex Commissione Ecclesia Dei – oggi Sez. IV della Congregazione per la Dottrina della Fede (indirizzo postale: Congregazione per la Dottrina della Fede, Sez. IV, Palazzo del Sant’Uffizio, 00120 Città del Vaticano; indirizzo mail: sectioquarta@cfaith.va,  cdf@cfaith.va; telefax: 06/69883409) – di aver presentato al Vescovo, o a chi altri competa, domanda di applicazione del Motu proprio (indicando con precisione tempi e modi), e che la domanda permane inevasa, oppure, se fosse così, che è stata esplicitamente respinta. Non è indispensabile che la segnalazione pervenga a Roma entro il 31 luglio, ma è importante che la Congregazione per la Dottrina della Fede ne disponga quando inizierà il lavoro di lettura dei questionari: per chi dovrà ordinare e valutare l’esito della consultazione sulla Messa tradizionale, potrebbe essere utile incrociare queste eventuali segnalazioni con le risposte dei Vescovi – diciamo così – più renitenti al Motu Proprio.


 

26 gennaio 2017

Studenti nel guado. Mettersi un impermeabile

(OVVERO CONSIDERAZIONI SULLA FSSPX)

di Matteo Donadoni

Cari studenti universitari cattolici,
studiate anatomopatologia, angioplastica coronarica, analisi, letteratura vittoriana o filologia micenea, fate bene. Fate bene anche a fare ciò che fanno in genere i giovani. Io ad esempio ho impostato il motivetto del tenente Colombo come suoneria del cellulare, ma, siccome non sono più tanto giovane, mi sono preso un borsalino e pure un trench, tanto non se lo comprava nessuno. Ogni capo ha il suo acquirente, diceva il mio nonno. Ma, la fede? per voi Dio è importante? Perché questa è una domanda assillante per un cattolico – a maggior ragione per chi studia matematica pura. In quello che facciamo, che diciamo, che scriviamo, riluce la nostra fede? La nostra filosofia è pervasa dalla nostra fede o è teorema di pappagallo? Il centro della nostra mente è abitato da un Dio Ebreo o da un vitello aureo? «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti» Mt 22,37-38.

Il popolo Ebraico era ossessionato dal servire Dio: l’Arca dell’Alleanza stava al centro dell’accampamento nel deserto Sinai ed al centro restava quando, in formazione militare, tutto il popolo si spostava. Al centro del Regno d’Israele il monte di Sion, dove si ergeva il Tempio di Gerusalemme, il fulcro cultuale, il punto di contatto fra Cielo e terra, dove degnamente si sacrificava al Dio di Abramo e di Isacco, Mosè e Giacobbe. Il sacrificio era il cuore della vita di un Ebreo. Il sacrificio per noi cattolici (nuovo Israele) è la Messa. Il Sacrificio Eucaristico è il centro della nostra religione. Lo celebriamo degnamente? Lo poniamo al centro della nostra vita e della nostra giornata? Quanto è difficile, in questi tempi teologici dickensiani, esser propensi a dare una risposta affermativa.
Tuttavia non è mia intenzione fare questa riflessione per spingervi al bigottismo, la faccio per ricordare a me stesso la mia fede e fare una considerazione sulla FSSPX.

Come tutti sanno i colloqui per la piena comunione con la Chiesa di Roma procedono da anni, fra accelerazioni e brusche frenate. Dal punto di vista dei Lefebvriani lo scopo è quello di permettere alle autorità vaticane di capire cosa intende realmente la Fraternità quando chiede di essere riconosciuta senza controparti dottrinali (?! punto oscuro) e senza modificare nulla della sua vita concreta. Fatto che emerge da tutte le dichiarazioni recenti, ufficiali e private, del superiore della Fraternità mons. Fellay. Ne è nata recentemente una discussione fra chi sarebbe a favore e chi contro.
Io sono cresciuto nella chiesa postconciliare e ne ho potuto contemplare tutta la teoria di novazioni, dalle teologie dai circiterismi dogmatici alle coreografie. Grazie ad essa, paradossalmente, mi sono volto alla vera Messa cattolica. Comprendo perciò le grandi difficoltà di molti giovani, che stanno in quel momento di passaggio (anche mio) fra la nuova (vecchia) e la vecchia (nuova) abitudine. Questo è uno dei motivi per cui sono fra quelli a favore, con una riserva.
Non volendo far parlare i morti, come dice bene Alessandro Gnocchi, voglio però ricordare alcuni concetti.

Il primo è storico. La storia è come la malattia, se non ne conosci le cause, non puoi intervenire in modo efficace. Mons. Lefebvre ha sempre mantenuto contatti con la Chiesa di Roma e con il Papa, riconoscendola come unica vera Chiesa e cercando di ottenere un riconoscimento canonico per la Fraternità, che è ed è sempre rimasta cattolica. Lo fece con grande umiltà e con profonda passione, per amore di Gesù. Quando disobbedì, eccome se disobbedì, lo fece per obbedire primariamente a Dio. E fu scomunicato latae sententiae da Giovanni Paolo II nel 1988. Già sospeso a divinis da Paolo VI, nel 1976, alla fine dell’omelia della prima Messa pubblica a Lille dopo la sospensione, davanti a settemila persone mons. Lefebvre spiegava alcune sue richieste alla Santa Sede: «Se solo ciascun vescovo nella sua diocesi mettesse a disposizione dei fedeli cattolici legati alla Tradizione una chiesa, dicendo: “Questa chiesa è per voi”, che immensi benefici ne trarrebbero [...]! Quando si pensa che il Vescovo di Lille ha dato una chiesa ai musulmani, non vedo perché non ci potrebbe essere una chiesa per i cattolici legati alla Tradizione. E, in definitiva, la questione sarebbe risolta. Ed è quello che domanderei al Santo Padre, se accetterà di ricevermi: “Ci lasci fare, Santità, l’esperienza della Tradizione. In mezzo a tutte le esperienze che si fanno attualmente, che ci sia almeno l’esperienza di ciò che è stato fatto per venti secoli!». In fondo in ordine pratico cosa si voleva? Poter celebrare liberamente la Messa di sempre, insegnare la Dottrina di sempre.

Non è sufficiente per alcuni - lo comprendo bene - la Chiesa tutta dovrebbe rinnegare il modernismo e non solamente tollerare la sana dottrina, ma insegnarla. Cioè il diritto esplicitamente riconosciuto «di professare integralmente la fede e di rigettare gli errori ad essa contrari, con il diritto e il dovere di opporci pubblicamente agli errori e ai fautori di questi errori, chiunque essi siano».

Qui sta il secondo punto d’appoggio. È vero, esiste una sola vera religione, ed è proprio per questo che la neochiesa ha fallito. Quella che un tempo chiamavano “militante” ha fallito sul campo, forse per questo ne è rimasto solo l’ospedale da campo, perché i giovani teologi rampanti di ieri sono oggi bacucchi potenti, ma la truppa ha disertato. Hanno fabbricato atei, e, se alcuni giovani rimangono per comodità, abitudine o pigrizia, molti altri hanno scoperto che è possibile resistere alla banalizzazione di Dio. Ciò grazie ad un teologo un tempo vicino ai novatori, ma che seppe prevedere quasi subito l’organizzazione luciferina di un delitto contro Dio. Joseph Ratzinger.

A tal proposito è esemplare la risposta di don Nicola Bux a Camillo Langone in un’intervista apparsa il 5 ottobre scorso su “Il Giornale”: «Il pensiero di Joseph Ratzinger a partire dagli anni '70 ha captato la resistenza diffusa nel mondo, in specie tra i giovani sacerdoti e seminaristi, alla riforma postconciliare della liturgia, degenerata in deformazioni al limite del sopportabile (fino al prete che balla davanti all'altare o al vescovo che vi gira attorno in bicicletta). Ha capito che tale resistenza sarebbe divenuta inarrestabile, proprio perché fatta soprattutto di giovani, e ha liberato l'antico rito romano, proponendolo, non imponendolo, come forma straordinaria, accanto al nuovo rito inteso quale forma ordinaria. Un atto di rara intelligenza. I vescovi non riusciranno a fermare il motu proprio perché ogni giorno spuntano sacerdoti, seminaristi, giovani che lo scoprono, lo imparano, lo cercano. Ne sono testimone. Se dieci anni fa nemmeno se ne parlava tra dieci anni si accorgeranno di non aver saputo leggere i segni dei tempi, che non vengono mai dalla direzione da cui te li aspetti. Dunque il cardinal Sarah è solo la punta dell'iceberg».

Qui si legge chiara l’antica speranza di Marcel Lefebvre: «Se fossimo almeno tollerati, sarebbe già un notevole vantaggio; molti sacerdoti tornerebbero alla Messa, molti fedeli verrebbero alla Tradizione». Non è forse quello che stava lentamente, fra mille ripicche, accadendo? Stava. Appunto. La riserva è insidiosa come una dichiarazione di Bergoglio sull’aereo di ritorno. Sarà buona cosa affidarsi completamente all’arbitrio di un Vescovo di Roma che ha ripetutamente dimostrato di avere un carattere dispotico nel governo della Chiesa, consegnandogli l’intera messe di un santo vescovo?

Tuttavia, in un momento di terrore, di smarrimento, di disintegrazione della Chiesa, nel quale ci vorrebbe un nuovo Sillabo degli errori (e delle interpretazioni) conciliari non ci rimane altro che aggrapparci a questo iceberg. Mettetevi almeno l’impermeabile.
Meglio se gli iceberg fossero due allora. Abbiamo bisogno di sacerdoti autenticamente cattolici come quelli della Fraternità. Cosa accadrebbe con la piena comunione e la libera circolazione dei sacerdoti e della dottrina cattolica? «Avremo rispetto e anche affetto per tutti i sacerdoti, sforzandoci di ridare loro la vera nozione del sacerdozio e del Sacrificio della Messa, di accoglierli per dei ritiri, di predicare nelle parrocchie. E così, in virtù della verità e della Tradizione, scompariranno i pregiudizi contro di noi, almeno da parte degli animi ben disposti, e il nostro futuro inserimento ufficiale sarà grandemente facilitato». Lasciate libertà alla Fraternità, magari non sarà perfetta, non posso esprimere un giudizio, ma mi sento di dire una cosa: abbiate fiducia nel Dio immotus se permanens che dice «Senza di me, non potete fare nulla» (Gv 15,5), se infatti ben poco possono gli uomini, il resto lo farà la Messa! Sarà la diffusione della Messa tridentina a riportare ordine nella Chiesa.

APPENDICE
C’è un però. Le ragioni del No. A mio avviso il pericolo maggiore è dato dalla cosiddetta forma della “prelatura personale”. Il 5 maggio 1988 mons. Lefebvre firmò un protocollo d’accordo propostogli dall’allora cardinale Ratzinger (sic!), poi però, essendo state disattese alcune delle condizioni imprescindibili (ovvero mons. Lefebvre aveva il timore che sarebbe stato nominato un successore esterno alla Fraternità), fu annullato. Ergo, se il futuro superiore venisse deliberatamente nominato fra i vescovi novatori, sarebbe la fine. Tuttavia, che vogliano, con la prelatura personale, creare i presupposti per “sequestrare” la Fraternità come fosse una nipote qualsiasi del tenente Colombo, possiamo forse ipotizzarlo, ma, per quanto sia una eventualità concreta, non possiamo affermarlo con certezza: è materia d’investigazione futura, la trama di un poliziesco più scontata d’una scena del delitto in cui appaia, unico innocente seraficamente perplesso, un colombo completamente giallo.

 

16 settembre 2015

Il motu proprio secondo l'avvocato di provincia


di Enrico Roccagiachini

Che potrebbe dire un avvocato di provincia, non particolarmente esperto di diritto canonico (pur avendolo studiato, a suo tempo, all’Università Cattolica), della riforma del processo matrimoniale? La prudenza dovrebbe trattenerlo dall’entrare nel merito più spiccatamente specialistico, ma potrebbe provare ad esaminare il tema alla luce dei principi generali: di quelli, per intenderci, sui quali qualunque giurista avveduto – sperando che l’avvocato di provincia sia tale… – può arrischiarsi a dire la sua.
Egli potrebbe partire, dunque, proprio dai fondamentali.
«Il processo canonico di nullità del matrimonio costituisce essenzialmente uno strumento per accertare la verità sul vincolo coniugale. Il suo scopo costitutivo (…è…) solo di rendere un servizio alla verità» (Benedetto XVI, Discorso alla Rota Romana, 27 gennaio 2007). Se questo – e non altro («l’istituto del processo in generale, del resto, non è di per sé un mezzo per soddisfare un interesse qualsiasi, bensì uno strumento qualificato per ottemperare al dovere di giustizia di dare a ciascuno il suo» – Benedetto XVI, cit.) – è lo scopo del processo, allora il valore, l’adeguatezza e, in definitiva, la “bontà” della legge che lo regola si giudicano in base ad un criterio alquanto elementare: è buona quella legge che massimizza la possibilità che la verità processuale coincida con la verità storica (e quindi – nel nostro caso – che la dichiarazione processuale di nullità concerna un matrimonio realmente nullo), è cattiva la legge che espone la verità processuale al rischio di essere costruita, anche a dispetto di quella storica, in modo da soddisfare gli interessi delle parti (cioè al rischio che un matrimonio valido venga indebitamente dichiarato nullo per soddisfare il desiderio dei coniugi di sciogliersi dal vincolo).
Questo – secondo l’avvocato di provincia – è il criterio per valutare la riforma; esso va applicato tenendo conto della realtà (il realismo, d’altronde, è virtù intellettuale specificamente cattolica, anche se ultimamente sembra scomparsa dalla mentalità e dalla cultura del fedele medio, e forse anche di qualche pastore…): cioè della concreta consistenza del “conflitto” che sfocia nel processo. Ebbene: il processo matrimoniale raramente vede parti realmente ed effettivamente contrapposte, interessate ad ottenere l’una la sentenza contraria a quella richiesta dall’altra, poiché generalmente entrambi i coniugi desiderano la dichiarazione di nullità per riacquisire lo stato libero. Tanto più oggi, quando la dichiarazione di nullità – almeno in Italia – non comporta più rilevanti vantaggi o svantaggi economici per l’uno o per l’altro coniuge rispetto al divorzio civile. Ciò spiega bene alcune caratteristiche tipiche del processo canonico matrimoniale come lo abbiamo conosciuto sinora: in particolare l’intervento del difensore del vincolo e, soprattutto, l’istituto della doppia conforme. Caratteristiche destinate ad escludere o, almeno, a ridurre il rischio probabilissimo che la sostanziale collusione dei coniugi renda la dichiarazione di nullità un espediente per lo scioglimento pratico di un vincolo valido.
In questo quadro, che effetti potrà avere la riforma? L’avvocato di provincia nutre, in proposito, dubbi e preoccupazioni, che derivano tutti da specifiche e significative novità introdotte dal Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus. In particolare: la disciplina del giudizio sommario per la dichiarazione di nullità (il “processo breve”) e delle condizioni per accedervi, la sostanziosa modifica del valore probatorio della confessione e delle dichiarazioni delle parti, la valutazione dei presupposti per l’avvio del processo.
Il giudizio sommario è uno degli snodi cruciali. «Non mi è tuttavia sfuggito quanto un giudizio abbreviato possa mettere a rischio il principio dell’indissolubilità del matrimonio», si legge nel Motu Proprio, che prosegue: «appunto per questo ho voluto che in tale processo sia costituito giudice lo stesso Vescovo, che in forza del suo ufficio pastorale è con Pietro il maggiore garante dell’unità cattolica nella fede e nella disciplina». E le regole procedurali? È sufficiente la sola qualità del giudice ad evitare, “in forza del suo ufficio pastorale”, che il processo breve abbia un effetto stravolgente, o non sarebbe meglio che la struttura stessa del processo preservasse dal rischio, dato che  il giudice, chiunque egli sia, è vincolato ai caratteri strutturali del giudizio e non ne può disporre?
Sotto questo profilo, le preoccupazioni dell’avvocato di provincia sono piuttosto pesanti. Il processo breve è ammissibile quando «ricorrano circostanze di fatti e di persone, sostenute da testimonianze o documenti, che non richiedano una inchiesta o una istruzione più accurata, e rendano manifesta la nullità» (nuovo can. 1683; la sottolineatura è di chi scrive). Queste circostanze sono poi indicate, in termini esemplificativi e non esaustivi, nelle “Regole procedurali per la trattazione delle cause di nullità matrimoniale”, pure emanate col Motu Prorio (Art. 14 § 1). Senza entrare nel merito delle singole circostanze – cioè lasciando agli esperti l’interessante quanto complicata questione del defectus fidei – l’avvocato di provincia si domanda: se, per esempio, la causa del matrimonio è stata la gravidanza imprevista della donna, e se questo fatto rende “manifesta la nullità”, nel conseguente processo breve sarà ancora necessario accertare se quella circostanza si traduca effettivamente in un vizio invalidante, o non occorrerà piuttosto accertare, se del caso,  e con indagine estremamente difficile (al limite dell’impossibile, specie in un procedimento sommario), se, nonostante la gravidanza, l’intenzione dei nubendi fosse comunque integra ed il vizio invalidante non sussistesse? Insomma, l’avvocato di provincia ha l’impressione che nel processo breve si finisca per dover dare la prova della validità del matrimonio, non della sua invalidità; e che, per dirla in termini tecnicamente più sofisticati, tutte le circostanze elencate nel Motu Proprio si atteggino proprio come presunzioni di nullità, da superarsi solo in virtù di un’eventuale prova contraria: quantomeno nel processo breve, il matrimonio è presunto nullo salvo smentita.
Se ne può trovare un’ulteriore conferma. Che succede se il Vescovo, giudice del processo breve, pur a fronte delle note circostanze che rendono “manifesta la nullità”, si convince invece della validità del vincolo? Il nuovo can. 1687 stabilisce solo che «il Vescovo diocesano (…) se raggiunge la certezza morale sulla nullità del matrimonio, emani la sentenza. Altrimenti rimetta la causa al processo ordinario». Il processo breve, quindi, o si conclude con la sentenza di nullità, o si trasforma in processo ordinario; il rigetto della domanda non è contemplato. L’avvocato di provincia vede in tutto ciò una prova della debolezza strutturale del processo breve: sia perché è espressamente codificata la possibilità che il giudice non riesca a raggiungere la certezza morale necessaria per emettere la sentenza; sia perché, ove il Vescovo avesse raggiunto la certezza morale della validità del vincolo, gli sarebbe comunque impedito di esprimerla con sentenza, diventando così una specie di “giudice dimezzato”. Nel processo breve, insomma, la certezza morale del Vescovo-giudice sembra potersi muovere in un’unica direzione: quella della nullità.
È davvero difficile, dunque, sottrarsi alla conclusione che il processo riformato sia ispirato ad una sorta di favor nullitatis, come è stato notato da alcuni osservatori. In ogni caso, una verità processuale che – quantomeno nel caso del processo breve –  è incisivamente condizionata da sostanziali presunzioni, e che non può essere che nel senso della nullità, è a forte rischio di non coincidere con la verità storica: in base al criterio che abbiamo assunto all’inizio, dunque, le regole processuali che ciò consentano non possono considerarsi “buone”.
L’avvocato di provincia, poi, trova altre complicazioni quando considera, sempre con riguardo al processo breve, che esso può (deve?) svolgersi tutte le volte in cui «la domanda sia proposta da entrambi i coniugi o da uno di essi, col consenso dell’altro»: quando il processo sia “consensuale”.
Questa disposizione si intreccia col nuovo regime della confessione e delle dichiarazioni delle parti (di cui è superfluo sottolineare l’importanza, in un processo nel quale si indagano, in sostanza, le intenzioni e le disposizioni dei coniugi); nuovo regime che varrà sempre, anche nel processo ordinario, non solo in quello breve. Nel “vecchio” processo, in base ai cann. 1679 e 1536, esse non potevano avere forza di prova piena se non si aggiungevano «altri elementi ad avvalorarle in modo definitivo». Nel processo riformato, confessione e dichiarazioni delle parti potranno avere valore di prova piena «se non vi siano altri elementi che le confutino» (nuovo can. 1678).
Come non vedere in tutto questo un significativo ribaltamento di un aspetto portante del processo? Sembra, infatti, che quanto dichiarano i coniugi possa oggi risultare (auto)sufficiente e decisivo proprio per esplicito disposto della legge processuale: di quella stessa legge che, ieri, voleva invece espressamente evitarlo. Che cosa poi possano dichiarare i coniugi, specie quando concordino nel richiedere la nullità, non è difficile immaginarlo, soprattutto se si affronta la questione con sano realismo; al contrario, è difficile immaginare quali “altri elementi” per confutare le loro dichiarazioni possano emergere soprattutto nel processo breve, in particolare se “consensuale”, e destinato, comunque, ad avere un’istruttoria sommaria. Sicché, di nuovo, l’ombra del favor nullitatis è vasta; di nuovo, la struttura processuale riformata appare assai debole quanto alla massimizzazione della coincidenza della verità processuale con quella storica. Questa debolezza, poi, è incrementata dall’abolizione della doppia conforme.
Infine, l’avvocato di provincia legge con stupore la nuova formulazione del can. 1675: «il giudice, prima di accettare la causa, deve avere la certezza che il matrimonio sia irreparabilmente fallito, in modo che sia impossibile ristabilire la convivenza coniugale». La norma corrispondente del “vecchio” processo (can. 1676), stabiliva: «il giudice prima di accettare la causa ed ogniqualvolta intraveda una speranza di buon esito, faccia ricorso a mezzi pastorali, per indurre i coniugi, se è possibile, a convalidare eventualmente il matrimonio e a ristabilire la convivenza coniugale». Dunque, “prima”, anche un matrimonio realmente nullo doveva essere, se possibile, convalidato. Il favor matrimonii si risolveva in qualcosa di più, addirittura – per dir così – nel favor familiae, nella protezione e nell’incoraggiamento della nuzialità anche a fronte di una vera nullità, e, a maggior ragione, di un fallimento matrimoniale. “Dopo”, ogni matrimonio realmente fallito merita di essere, se possibile, annullato. Sembra che ci sia qualcosa di più sottile – e di più inquietante, va detto – del favor nullitatis: una specie di accettazione, quasi un favor, della facile fallibilità del matrimonio, un tendenziale scoraggiamento dello sforzo di salvare la famiglia (ovvero una pronta disponibilità alla creazione di una famiglia nuova, al “rifarsi la vita” di chi esca da un matrimonio fallito: un’accettazione pratica della filosofia, inequivocabilmente divorzista, della seconda chance).
In tutto questo l’avvocato di provincia, pur consapevole della sua superficiale preparazione canonistica, si sente gravemente disorientato. Ovviamente, egli non è in grado di stabilire se la riforma del processo comporti un’implicita modifica della dottrina cattolica sull’indissolubilità del matrimonio, come è stato suggerito da alcuni commentatori. Può solo dire che non gli pare, che pensa – e spera – di no. Egli vede, però, uno stretto legame col prossimo Sinodo sulla famiglia, e, soprattutto, con il noto problema della comunione ai divorziati risposati. Così, egli ravvisa nella riforma quella “soluzione B” – totalmente empirica, e, dunque, un po’ furbesca – di cui spesso si è parlato: gli sembra, infatti, che non potendo o non riuscendo ad eliminare l’impedimento (l’impossibilità di comunicarsi per i divorziati risposati), si provi ad eliminare gli impediti (la categoria dei divorziati risposati), facendo in modo che ogni divorzio possa, in quanto espressione e conseguenza di un definitivo fallimento coniugale, sfociare facilmente, quasi di default,  in una dichiarazione di nullità. Sarà quindi interessante vedere se i padri sinodali – sia quanti spingono per l’ammissione dei divorziati all’Eucaristia, sia quanti vi si oppongono – riterranno la questione ormai definita, o comunque superata, in virtù del fatto compiuto, ovvero se la stessa riforma del processo matrimoniale  potrà essere in qualche modo ridiscussa. Lo sapremo fra meno di un mese.

 

14 settembre 2015

Motu proprio divorzista?


di Satiricus

Negli scorsi giorni ho proposto qualche commento al Motu Proprio, senza pretese e senza molti filtri (mi dovrò confessare per imprudenza). Chi desidera, può vedere l’articolo precedente. Redarguito dal mio editor, concludo le mie riflessioni con pochi e sparsi pensieri.
Continuo a non sentirmi in grado di giudicare la portata effettiva del testo, né dal punto di vista canonico, né da quello pastorale. Non so quindi se abbia ragione De Mattei quando sostiene che canonicamente si è sostituito il favor matrimonii col favor nullitatis e quando – prendendo un esempio previo di Burke – indica che alcune pastorali matrimoniali in America hanno già mostrato a suo tempo esiti deleteri ai fini della tenuta coniugale (con annessi e connessi disastri spirituali): “Il cardinale Burke ha ricordato come esiste in proposito una catastrofica esperienza. Negli Stati Uniti, dal luglio 1971 al novembre 1983, entrarono in vigore le cosiddette Provisional Norms che eliminarono di fatto l’obbligatorietà della doppia sentenza conforme. Il risultato fu che la Conferenza Episcopale non negò una sola richiesta di dispensa tra le centinaia di migliaia ricevute e nella percezione comune il processo iniziò ad essere chiamato “il divorzio cattolico” (Permanere nella Verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica, Cantagalli, Siena 2014, pp. 222-223)...

“Al favor matrimonii si sostituisce il favor nullitatis, che viene a costituire l’elemento primario del diritto, mentre l’indissolubilità è ridotta a un “ideale” impraticabile”. (SIC)
Certo è che pochi momenti potevano essere tanto sbagliati per pubblicare un simile Motu Proprio. Oppure no?
Papa Francesco voleva gambizzare i tradizionalisti o voleva ammansire i progressisti? Volere a parte, quale effetto avrà un simile provvedimento sul sinodo della Famiglia? Anzi, per unirci al coro del Washington Post: che senso ha convocare i vescovi al Sinodo, se uno dei provvedimenti più clamorosi è già stato preso?
Scarsa collegialità, scarsa prudenza, scarsa resistenza e forse Burke scacciato non tanto per le chiroteche, quanto per l’opposizione al favor nullitatis. (SIC)
Tornando ad altra questione, nella più benevola delle interpretazioni ho tentato gli scorsi giorni di distinguere morale, diritto e psicologia (sempre nell’articolo precedente di questa serie). Serve un'aggiunta: l’aggiornamento psicologico, al fine di sostenere l’evoluzione degli accidenti antropologici dell’epoca contemporanea, non deve esser però né inteso né usato quasi a sostenere una modifica radicale della natura umana substantialiter, e più in generale si richiede che la sfumatura psicologica sia presa non nel senso degli psicologismi riduzionismi di freudiana germinazione, ma nel senso forte di quella psicologia tradizionale, ontologicamente e veritativamente fondata, che ha nella sapienza dei direttori spirituali (soprattutto Padri orientali) il suo modello e guida.
Sarà un macello, ma non mi preoccupo, e non perché mi accascio su auto-compiacimenti individualistici (SIC). Non mi preoccupo perché: 
1) Burke stesso insegna che a certi errori si può porre rimedio, anche se con alcuni decenni di ritardo; 2) l’Africa terrà duro; 3) l’Occidente calerà le braghe, ma tanto gli occidentali a breve saranno massacrati dall’orda dei migranti, nel finto scandalo e compiaciuto sogghigno dei burocrati laicisti.

 

26 ottobre 2013

PELLEGRINAGGIO SUMMORUM PONTIFICUM - Cronaca della terza giornata

di Campari & de Maistre

Terza giornata del Pellegrinaggio internazionale Summorum Pontificum, che avrà il suo momento culminante nella Santa Messa pontificale celebrata dal card. Castrillon Hoyos nella Basilica di San Pietro. Di seguito il resoconto della giornata, che noi di Campari&deMaistre seguiremo, come sempre, in diretta.

EVENTI IN PROGRAMMA VENERDÌ 25 OTTOBRE 2013:

- Adorazione eucaristica alla Chiesa Nuova (Santa Maria in Vallicella) con don Marino Neri, segretario dell'Amicizia sacerdotale Summorum Pontificum, seguita dalla processione verso san Pietro (ore 9)

Un momento dell'Adorazione di Gesù Eucaristico.

















Inizia la processione dei pellegrini verso la Basilica di San Pietro - video


I pellegrini giungono in via della Conciliazione - video:




- Messa pontificale cantata dalla Schola Sainte Cécile e celebrata da Sua Eminenza, il cardinale Dario Castrillon Hoyos all'altare della Cattedra della basilica vaticana nella ricorrenza del giorno della sua ordinazione sacerdotale  (ore 11)

Il video dell'inizio delle celebrazione:



Il momento dell'omelia. Viene dapprima data lettura del messaggio di Papa Francesco, che benedice i pellegrini e augura abbondanti frutti spirituali dal pellegrinaggio. Quindi Sua Eminenza il card. Castrillon Hoyos tiene la sua omelia: Maria Santissima è Mediatrice di tutte le grazie (cita passi del Montfort, ma anche Pio XI e Pio XII). Cenni alla devozione mariana di Francesco. "Caro Santo Padre, siamo sotto il vostro sguardo amoroso, e sotto quello di Maria. Celebrando questo non ci sentiamo soli. Abbiamo secoli di storia e tanti santi. Condividiamo con tutti il calore della fratellanza universale. Dalla Roma di Papa Francesco porteremo il messaggio di Gesù".

Il momento del Sanctus.













Il video della Santa Comunione, con il Tantum Ergo cantato dalla Schola Sainte Cécile.


- Presentazione di "Corpus Christi - La Santa Comunione e il rinnovamento della Chiesa", l'ultimo libro di mons. Athanasius Schneider

"La cosa più sconvolgente quando con la mia famiglia ci trasferimmo dal comunismo all'Occidente fu vedere la Comunione data sulla mano. Per me era sempre stato naturale fare la Comunione in ginocchio e sulla lingua, ma ero l'unico nella mia chiesa: il parroco mi rimproverò. La Comunione sulla mano non era praticata nella Chiesa antica, come dicono. Fu anche su mia esortazione che Benedetto XVI cominciò a dare la Comunione in ginocchio e sulla lingua. Papa Ratzinger disse che molti nella Chiesa erano contrari, ma andò avanti".

Termina così la terza giornata del Pellegrinaggio. Domani, alle ore 9:30, la celebrazione conclusiva: mons. Rifan, ordinario della diocesi personale di Campos, celebrerà la Festa di Cristo Re presso la Basilica di Santa Maria sopra Minerva. Buona serata a tutti!
 

25 ottobre 2013

PELLEGRINAGGIO SUMMORUM PONTIFICUM - Cronaca della seconda giornata (con breve intervista a mons. Fisichella)

di Campari & de Maistre

Prosegue il Pellegrinaggio romano del Populus Summorum Pontificum. Oggi è previsto un fitto calendario di eventi, che terminerà con la Santa Messa pontificale celebrata nella Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini da mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana.
 

30 ottobre 2012

Un Pellegrinaggio "Straordinario"

di Isacco Tacconi 

Il gioco di parole è quanto mai azzeccato, perché quello previsto per il 3 novembre è un pellegrinaggio sui generis. Non si dovranno percorrere lunghe distanze attraverso territori impervi infestati da tartari e predoni sanguinari, anche se la mèta è sempre la stessa, il cuore della cristianità: Roma, la città eterna, sede del vicario di Cristo