Sabato
8 giugno si è svolto a Roma il Gay Pride. Mi risparmio una scontata invettiva.
Invece, vorrei richiamare l’attenzione dei lettori sul dato più sconfortante di
questa ennesima pagliacciata, che ha infestato le strade della Capitale: il
patrocinio della Capitale stessa. L’ha annunciato con soddisfazione il sindaco
Marino su Twitter, prima di recarsi in persona alla manifestazione. Per
fortuna, gli esponenti di governo si sono defilati. Gli unici politici erano
Vendola, con un evidente conflitto di interessi; e il primo cittadino, primo si
fa per dire, se l’ordine è di autorevolezza.
Le posizioni di Marino sono note
da tempo, sia su matrimonio e adozioni gay sia su eutanasia e testamento
biologico. È triste, però, assistere a questo turpe vilipendio delle
istituzioni, perpetrato proprio da chi dovrebbe conservarne la dignità. Già in
occasione delle festività natalizie, il “sindaco per caso” aveva fatto
addobbare via del Corso, centro dello shopping romano, con luminarie
arcobaleno. In barba a ogni rispetto nei confronti della coscienza religiosa,
di chi non vorrebbe celebrare la nascita del Redentore come una festa gay
friendly, soprattutto se a spese di tutti i contribuenti.
Questo sabato,
allora, Marino ha pensato bene di replicare, recando l’immancabile fascia
tricolore alla testa del bieco corteo. Non si capisce quale investitura
democratica lo autorizzi a conferire addirittura il patrocinio ufficiale della
città di Roma, all’oscena parata e alle sue rivendicazioni politiche. Forse
questo è uno dei tanti casi in cui l’Italia sconta un decadimento del buon
senso e della cultura del buongoverno. Buongoverno: ciò che dovrebbe
rappresentare un imperativo di ogni amministratore pubblico e il criterio di
giudizio di ogni cittadino.
Invece, dai tempi delle giunte di sinistra Argan e
Petroselli e delle famose “estati romane”, è tornato in auge il motto di
Ottaviano Augusto: panem et circenses.
All’epoca, fine anni ’70, i sindaci del PCI inaugurarono l’epopea detta dell’effimero, patrocinando una marea
d’iniziative anche pseudo-culturali, peraltro con un apprezzabile – e
gramsciano! – target nazionalpopolare. Quel che si perse, e che ancora oggi
latita dietro improbabili aperture di isole pedonali e concertoni in piazza, è
l’amministrazione dell’ordinario. Banale, quotidiana, ma pur sempre la ragione
per cui esistono delle giunte e dei sindaci. Basta guardarsi intorno: strade
dissestate, fogne satolle, municipalizzate con bilanci disastrati, raccolta
rifiuti al collasso, burocrazia asfissiante e inefficiente, insicurezza
diffusa.
L’unico antidoto per questa deriva è una presa di coscienza, a Roma
come in tutte le città in cui i sindaci pensano alle sagre e non alle buche. I
cittadini dovranno essere i primi a punire la logica dell’effimero e la retorica di questi amministratori, che pensano di
risolvere il problema degli uffici pubblici distribuendo magliette “Io amo il
Comune di Roma”. E che offendono l’intelligenza della parte, scommetterei la
gran parte, di romani, che non vogliono alcun patrocinio della loro città alla
carnevalata LGBT, ma chiedono tasse eque, servizi efficienti, lotta
all’abusivismo e all’illegalità. Anziché propinarci le sue luminarie blasfeme,
Marino combatta la piaga degli accampamenti rom, affronti la questione della
liberalizzazione delle aziende pubbliche, si preoccupi dei guai di bilancio
che, è il caso di riconoscerlo, ha in parte ereditato da anni di gestioni
“allegre”. I gay pride, caro sindaco birichino, se li porta via il vento. Belli
i tempi, in cui l’unico Marino che conoscevano a Roma era il paese dei Castelli.

Marino, un sindaco che non sa come orientare la fascia tricolore che porta a tracolla (v. immagine). O forse l'inversione era voluta?
RispondiEliminaCome mi capita spesso di evidenziare in circostanze analoghe, l'anomalia in fondo non è il sindaco o il suo cattolicesimo "adulto" e ben conformato allo Zeitgeist dominante. L'anomalia, la triste anomalia di cui si parla, è che così tanti romani l'abbiano votato ben sapendo cosa si sarebbero ritrovati dopo.
RispondiEliminaL'anomalia è che questi padroneggiano l'opinione pubblica perché padroneggiano i mezzi di comunicazione.
L'anomalia è che scuole e università siano allineate rigorosamente al pensiero unico.
L'anomalia è che l'ONU sia interamente in mano alle ONG di sinistra, che l'Europa stia realizzando il programma elettorale di Rifondazione comunista di qualche anno fa, che la Commissione europea sembra una sezione del partito radicale.
Marino a Roma, la Seibezzi a Venezia o Pizzarotti a Parma non sono altro che il sintomo di una malattia più profonda.
Quella malattia si chiama assenza di una vera opposizione al degrado proveniente da sinistra.
Quella malattia è la pochezza intellettuale, strategica e propositiva della destra italiana, europea, mondiale.
Se ce la vogliamo dire senza peli sulla lingua.