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10 novembre 2018

Vatican Miracle Examiner. Preti in talare a caccia di miracoli

di Francesco Filipazzi
I cartoni giapponesi regalano sempre delle sorprese. Recentemente è stata resa disponibile sulla piattaforma VVVVID (gratuita e legale), la serie "Vatican Miracle Examiner", una serie anime che parla di una coppia di sacerdoti che girano il mondo per conto della Congregazione per le cause dei Santi. Il loro compito è esaminare "miracoli" per capire se si tratti di fenomeni reali o cialtronerie, per poi fare rapporto alla Santa Sede. L'italiano padre Roberto e il giapponese padre Hiraga si troveranno a far fronte a situazioni strane e complicate ma soprattutto pericolose, perché di miracoloso nelle casistiche che si trovano di fronte c'è ben poco. Il lettore penserà già alla solita serie tv che cerca di mettere in dubbio la realtà dei miracoli, ma Vatican Miracle Examiner in realtà è ben diversa e, anzi, rappresenta bene il sacerdozio cattolico.

I due protagonisti si trovano appunto di fronte a ciarlatani di ogni tipo e mostrano un grande scetticismo di fronte a gente che levita, gravidanze ingiustificate, veggenti, stimmate e altri presunti miracoli, proprio perché entrambi sono armati di una profonda fede e non accettano di essere presi in giro. Più volte, nel corso della narrazione, il giovane Hiraga auspica di trovarsi di fronte ad un vero miracolo, perché crede che appunto i miracoli esistano. Eppure nessuno dei due sacerdoti scende mai nel sentimentalismo di chi, pur di vedere la propria fede confermata, è disposto ad accettare la fregatura. Hiraga e Roberto "credono", non "vogliono" credere.

Entrambi inoltre sono ben consapevoli che esista il male e lo sperimentano sulla propria pelle, quando si ritrovano in mezzo a omicidi e sette sataniche, ma non per questo mettono in dubbio il Bene. Anzi, per fare un esempio, quando Roberto, nel corso della storia, scopre di essere figlio di un maniaco omicida, se ne rammarica molto e si chiede cosa penseranno i suoi conoscenti del fatto che lui sia figlio di un individuo del genere. Il saggio Hiraga gli viene in soccorso, dicendogli che lui si è fisicamente figlio di quella persona, ma la sua anima appartiene solo a Dio. Un concetto che più cattolico non si può.

Se poi aggiungiamo che i due sacerdoti, non girano in pantaloncini corti ma in abito talare dall'inizio alla fine della serie, pregano e rispettano la gerarchia, possiamo ben dire che ancora una volta ad attrarre l'interesse creativo di autori e spettatori non è la chiesa in smobilitazione permanente, ma la Chiesa Cattolica Apostolica Romana di sempre. Certamente qualche semplificazione è presente, ma stiamo parlando di un cartone, non di un trattato telogico. 

Vatican Miracle Examiner è basato su un light novel, pubblicato fra il 2007 e il 2016 in Giappone. Si tratta al momento di tredici volumi ideati da Rin Fujiki con le illustrazioni di Thores Shibamoto. Successivamente è stato prodotto un manga e nel 2016 è andato in onda per la prima volta l'anime, da poco disponibile anche in Italia.
Come conclusione doverosa, segnaliamo a eventuali genitori che pur trattandosi di un cartone, non è certo per bambini piccoli, in quanto le numerose scene splatter potrebbero turbarne i sonni.
Per il resto, per ora lo promuoviamo.

Unico neo: forse la setta nazi satanica, che gestisce un traffico di cocaina in combutta con settori vaticani, che clona Hitler e vuole conquistare il mondo, potevano risparmiarsela.

Avvertenza a piè di pagina: in alcuni casi si riconosceranno delle situazioni che in effetti sembrano ispirate da episodi reali. Non da ultima quella del veggente che scrive interi libri di "rivelazioni".

Avvertenza finale: girano, come spesso accade in queste situazioni, delle "fan art", cioè produzioni amatoriali di fan esaltati, che ricamano sull'amicizia dei due sacerdoti, nel modo che potete immaginare. Al momento di tutto ciò non c'è traccia nella produzione ufficiale e probabilmente non ci sarà mai.

Glossario:
Manga: nell'accezione odierna, si tratta dei fumetti giapponesi. Si leggono "al contrario", cioè girando le pagine da destra a sinistra, anche nelle edizioni occidentali. Sono caratterizzati dalla proposta di valori molto profondi e positivi.
Anime: cartoni animati giapponesi, basati il più delle volte sui manga o su light novel.
Graphic Novel: romanzo a fumetti, è un genere molto diffuso anche in occidente (ricordiamo ad esempio Sin City).
Light Novel: romanzi illustrati, non si tratta di fumetti ma di produzioni in prosa corredate da disegni artistici.
Dojinshi: produzioni amatoriali, talvolta basate su manga famosi.


 

04 febbraio 2018

Masterchef. Cavalcare la tigre come Italo

Di Lorenzo Roselli
I talent show, come vengono definiti questi sceneggiati non particolarmente brillanti che a partire dai primi anni 2000 hanno iniziato ad invadere i nostri palinsesti, non sono soliti regalarci momenti di grande televisione, lo sappiamo bene.
MasterChef, l'X Factor culinario nato da un format inglese (la “gara” di alta cucina più nota al mondo proviene dalla Perfida Albione, quale ironia), non fa eccezione; ancora non mi capacito di come si possa davvero credere alla veridicità di questa presunta competizione attentamente costruita nei minimi dettagli e magari ridacchiare con saccenteria dei fanciulli che si dilettano con il wrestling o (se ancora esiste) Takeshi's Castle.
Nondimeno anche chi scrive, a tempo perso, si concede di tanto in tanto la visione di questo divertissement da pay tv non prosaico come altri prodotti della Magnolia tipo Hell's Kitchen ma nemmeno serio come La Prova del Cuoco (da oggi depauperato della sua madrina Antonella Clerici, a quanto pare).
Certo che dopo 7 anni di degustatori di vini newyorkesi che lanciano piatti per creare dramma, sponsor del Gorgonzola che danno pacche sulle spalle per simulare spontaneità e dandy romagnoli sbiascicanti formule dialettali semi-inventate perché fa ride, non si può dire che l'originalità regni sovrana.
E occorre ammetterlo: difronte a tale tiritera la tentazione di spegnere ulteriormente il cervello e sintonizzarsi su La7 per guardare i servizi allarmati di Corrado Formigli sull'avanzata del neofascismo cresce di anno in anno e minuto in minuto.
Ma questo 2018 una gradita novità in MasterChef Italia l'ha effettivamente vista.
E no, non mi sto affatto riferendo alle inquietanti presenziate della chef triestina con il cognome austro-ungarico .
Parlo di Italo Screpanti, l'ex-pilota di 74 anni con la passione per il curry e l'aneddotica.

La selezione di Italo Screpanti a MasterChef

Sarà l'italiano ricercato, lo charme da presentatore RAI degli anni '60, l'arguta quanto tagliente dialettica craxiana, ma il Capitano Screpanti mi conquista immediatamente.
Ma non è l'elemento originalità o le rughe sul viso emaciato a costituire gli elementi vincenti della ricetta di Italo: ma la personalità titanica, l'inoppugnabile coerenza tra intenti ed azioni a rappresentare una ventata d'aria fresca in mezzo alla minestra riscaldata di MastroCuoco.
Già nella terza stagione del programma, infatti, si era visto “gareggiare” un concorrente un po' attempato, il cremonese Alberto Naponi che impersonò il facile ruolo di pensionato romantico desideroso di realizzare un sogno a dispetto dell'evidente raggiungimento del crinale dei propri anni.
L'amabile nonnino che, come sentenziò lo stesso Barbieri al momento dell'eliminazione di Alberto, non si può che amare.

Ecco, Italo nella corrente edizione di MasterChef è stato tante cose ma di certo non amato.
Se nelle primissime puntate lo scaltro pilota di Pedasso ha generato qualche sorriso ammiccante in cucina con brillanti freddure sugli acciacchi dell'età, il ruolo da commedia plautina si è presto rotto: Italo ha dato sfogo non soltanto alla sua non indifferente erudizione ma anche alla sessantennale esperienza di viaggi oltre le Colonne d'Ercole.
Da qui l'aggiunta di spezie orientali nelle pietanze durante le prove in esterna o il perfezionare una zuppa di pesce da preparare secondo la migliore tradizione norvegese.
Un atteggiamento mosso da audacia ma portato avanti senza recriminazioni, ripensamenti, patetici mea culpa da operetta morale al cospetto dei giudici.
Tanto è bastato per fare di Italo il nemico numero 1 non di due, non di cinque ma di tutti gli aspiranti chef di MasterChef 7. 

Escludendo visitatori accidentali che devono aver digitato su Google “fugge dal bio-parco, tigre investita da Italo sotto il cavalcavia”, immagino che chiunque stia leggendo queste modeste righe sia perfettamente al corrente di quanto scrivo.
Mai prima d'ora si era visto tale accanimento verso un altro concorrente, mai prima d'ora tanta anonima compattezza nell'escludere e fronteggiare il cattivo di turno.
Nemmeno la vulcanica Rachida aveva ottenuto un'opposizione così totale tale da non far percepire altra dicotomia che Italo e gli Altri.
Per carità, questo articolo esordisce proprio irridendo in nuce lo stesso concetto di talent ed è pleonastico affermare che non intenda presentare MasterChef come tv vérité. 
 
Ma se è vero che nessuno di noi il giovedì sera si sintonizza su Sky Uno per ammirare la raffinatezza degli impiattamenti, non possiamo negare che in MasterChef come ormai in qualsiasi aspetto del reale la narrazione conta più della sostanza.
E la narrazione mastroculinaria è fatta di pianti greci, confessioni strazianti alla telecamera, sogni infranti, determinazioni inespresse, lotte contro demoni interiori, autostime da riconquistare, maturazioni esistenziali raggiunte dopo una lunga traversata nel deserto di ben due settimane e mezzo (grossomodo la durata totale delle riprese, presumo). 

Ed ecco che l'immancabile sguardo intenso di Carlo Cracco delle scorse edizioni, l'incoraggiamento di Antonino Canavacciuolo (trapiantato ad hoc da Cucine da Incubo), il complimento a lungo agognato di Joe Bastianich diventano inevitabilmente i veri protagonisti dello sceneggiato televisivo volti a saziare la nostra prevedibile psicologia di spettatori che cercano nella sedicente “competizione di cucina per aspiranti chef” la linearità di una storia che le emozioni (in buona parte anche sincere) dei concorrenti aiutano a costruire.
I quattro giudici di MasterChef non giudicano dei piatti, ma delle vite: si fanno arbitri del valore e successo personale dei concorrenti non inquadrabili da altri punti di vista (come è ovvio che sia) che da quelli degli cuochi amatoriali effusi dalla saggezza, autorevolezza e in qualche caso misericordia dei divini giudici. 

Tale aspetto è comune a pressoché tutti i talent, ma nell'era del food porn chiaramente nell'arte culinaria tutto ciò si intensifica ed è il motivo per cui quando vediamo Bastianich lanciare come un frisbee il piatto del concorrente prestigiatore durante le selezioni di qualche stagione fa, lo troviamo sotto sotto comprensibile e riteniamo che suddetto concorrente abbia fatto una figuraccia inenarrabile a presentare un risotto così scadente (perché ce lo dice Bastianich).
Un fallimento che ci appare tutto meno che parziale se non legato ad un aspetto del tutto futile della persona qualunque che vediamo in televisione; al contrario proviamo pena per lei tanto da portarci a chiamare presunzione o sfrontatezza le reazioni risentite che molti di questi figuri tentano di fare di fronte ai giudici ed il ben più spietato montaggio del programma.
Ma anche in questo, sopratutto in questo, Italo infrange ogni regola.
Eliminato dopo delle tapas mediocri, giunge per Italo il toccante e preconfenzionato momento dell'addio con tanto di sermone finale di Antonia Klugmann.
Ma anche in questo caso, il titanismo di Italo rompe le regole del gioco.




Accompagnato da una musica tetra adatta al monologo del supercattivo dei Power Rangers, Italo si rivolge ai giudici
« Sono stato criticato per la mia saccenza, per la mia presunzione, [diconno che] sono un dittatore. Io sono Italo. Sono cresciuto, ho 74 anni e mi sono fatto sulle mie spalle e nessuno può insegnarmi come devo vivere. Chiaro?»

Poi, girandosi verso gli altri concorrenti:«c 'è una vecchia frase che dice, ed io la posso dire, “io sono già stato quello che voi siete, ma non so se voi sarete quello che io sono”. Grazie a tutti e arrivederci.»
Dopo aver stretto la mano agli chef e a Bastianich, in chiosa soggiunge «Mi sono levato dalle palle. Non sono accettati applausi.»
Riferito ad una maleducata esternazione della Klugmann durante un'esterna della puntata precedente a cui lui, unico fra tutti per la prima volta nella storia italiana del programma, aveva reagito con fermezza.

In una sincerità ben più autentica delle lacrime di decine di aspiranti chef, Italo Screpanti ha ricordato a tutti gli spettatori del programma che lui non accettava lezioni di vita o giudizi sulla sua persona da individui con soltanto maggiore (e non a forza meritata) notorietà rompendo non solo la quarta parete ma anche i piedistalli invisibili su cui i giudici sono posti dalla stessa struttura del programma.
Non ho il piacere di conoscere personalmente Italo, non posso dire che sia una persona straordinaria o meno; certamente però, ha dato una performance televisiva indimenticabile che spero non venga presto accantonata nel mucchio come il 99% di quel che passa (o passava) dal tubo catodico.
La sua eccedenza individuale, il suo amabile egotismo, la sua confidenza in quanto il suo lavoro e le sue avventure gli hanno nel corso di una vita dato spiccano nell'oceano di banalità del talent culinario internazionale e degli (anti)valori a questo connessi.
Riadattando al caso (e ripulendolo per un attimo dai tanti contenuti esecrabili) lo Zarathustra di Friedrich Nietzsche, mi pare quasi di vedere nel titanico Italo il cuoco dilettante che si fa superuomo lasciando alle mosche del mercato il suo grembiule di Masterchef raggiungendo così una vitta libera dal moralismo dei buoni sentimenti e del politicamente corretto di casa Sky.

Per concludere, sono stupito che Italo sia durato tanto in un programma dove non ci si fa (giustamente) problemi a girare un'esterna in una sinagoga durante un bar mitzvah, ma risulta sconveniente coinvolgere per quella a tema scout la più grande e antica federazione italiana di guide ed esploratori, l'AGESCI ( Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani), preferendogli il ben più ridotto e laico CNGEI ( Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiani).
Eziandio la pur breve permanenza di Italo su MasterChef ha risuonato come un ruggito di leone in un branco di gazzelle. O meglio, come il ruggito di una tigre.
 

11 gennaio 2016

Don Matteo torna e sbanca l’auditel. Una lezione per tutti



di Giuliano Guzzo

Don Matteo torna per la decima volta e sbanca letteralmente l’auditel totalizzando subito una media di ascolti, fra il primo ed il secondo episodio, pari a circa 9 milioni di telespettatori. Numeri da capogiro che hanno immediatamente portato alcuni critici, increduli di fronte a tanta longevità catodica, a tuonare – un po’ come altri hanno fatto, in questi giorni, (s)parlando di Checco Zalone – contro un pubblico che sarebbe mediocre e poco esigente, assai facile da accontentare.  Ora, al di là di quanto pensa questo o quel giornalista, credo che sul successo di Don Matteo ci si dovrebbe interrogare un po’ tutti per una ragione molto semplice, che è la natura del personaggio di Terence Hill: un prete vestito da prete – trasgressione enorme, se ci pensate -, che non ha particolari fissazioni per vere o presunte “aperture dottrinali” e, alla denuncia del global warming e alla lotta alla corruzione e ad altre priorità sociali, preferisce instancabilmente il tema Dio. Un peso da museo, si direbbe.

Eppure – dicevamo – don Matteo continua ad essere seguito pure alla decima serie, quando i personaggi principali sono familiari a chiunque, quando la struttura generale delle puntate è arcinota, quando gli ingredienti nuovi sono per forza di cose limitati rispetto ad una “macchina” ormai collaudatissima sotto tutti i punti di vista. Merito del fascino dell’intramontabile spalla di Bud Spencer? Della simpatia travolgente del maresciallo Cecchini, alias Nino Frassica. Delle ambientazioni incantevoli? Certo, sono senza dubbio elementi caratteristici anzi fondamentali per il successo di questa serie ormai è a tutti gli effetti un classico, almeno per la televisione italiana. Ma forse c’è qualcos’altro, qualcosa che ha a che vedere con quanto dicevamo poc’anzi rispetto alla straordinaria normalità di questo prete che affascina un’Italia che va sempre meno a Messa ma che quando ritrasmettono per la milionesima volta don Camillo o, appunto, per la centesima don Matteo orienta il telecomando con sicurezza.

Forse non è poi così vero che agli Italiani ne hanno abbastanza della Chiesa e la fede non interessa più. Forse le persone vorrebbero preti – e più in generale di cattolici -, che sappiano credibilmente parlare loro di Gesù Cristo, di Dio, dei santi; forse le Messe piene di effetti speciali e poco raccoglimento e le prediche costellate di sociologia ma povere di teologia fondamentale, semplicemente, interessano poco o comunque fino a quando non ci si imbatte in uno spettacolo o in un predicatore più interessante. Forse è per questo che don Matteo, personaggio carismatico ma semplice, capace di proporre a tutti il perdono senza però svenderlo a chi non sia realmente pentito, continua ad fare il boom di ascolti. Perché nei telespettatori alberga la speranza di respirare ancora, non solo davanti alla tv, quella genuinità che il prete interpretato da Terence Hill incarna da anni e in modo solo apparentemente ripetitivo, perché dopo duemila anni la notizia di un Dio fatto uomo, disposto amando a caricarsi sulle spalle tutte le nostre piccole e grandi miserie, non solo non è invecchiata, ma mantiene giovane chi l’annuncia.

http://giulianoguzzo.com/2016/01/09/don-matteo-torna-e-sbanca-lauditel-una-lezione-per-tutti/
 

12 marzo 2013

Le "Iene" e gli sciacalli mediatici contro la Chiesa

di Marco Mancini

Proprio nell’imminenza del Conclave, torna di moda il tema degli abusi sessuali nella Chiesa. Nell’opera di divulgazione mediatica sul tema si è particolarmente distinto il programma “Le Iene” (nomen omen…), che ha trasmesso per due puntate consecutive servizi sullo scandalo della pedofilia, riguardanti in particolare la diocesi di Savona.
 

23 ottobre 2012

Il giullare Benigni e il feticismo della Costituzione

di Marco Mancini 

Ieri sera, poco dopo le 20, ero ospite a casa d’amici: il televisore era sintonizzato sul TG1. Ad un tratto, mi è apparsa chiara e evidente la ragione principale per cui non guardo quasi mai la TV, e ancora meno i telegiornali: troppo alto il rischio di imbattersi in figure come quella di Roberto Benigni, che si è infatti puntualmente materializzata.
 

10 febbraio 2012

Il solito Chimabretti SunGay Show

di Alessandro Rico
Una domenica nevosa è un’ottima occasione per mettersi davanti alla televisione. E pensare, come il Papa: «Speriamo che la primavera arrivi presto». Il Chiambretti Sunday Show è un tripudio di retorica, perché l’irriverenza, quando gira sempre intorno allo stesso leitmotiv, diventa conformismo. Si comincia con Rocco Siffredi: non guardate il tg, pensate a scopare. E fin qui ci può pure stare, la prendi come un’esortazione a goderti le gioie della vita. Poi però arrivano le Femen, tre godibili signorine ucraine che si spogliano per protesta contro gli uomini che frequentano i bordelli; il conduttore le oppone a un goffo incravattato che recita la parte del matusalemme e viene maltrattato dalle svalvolate, con l’aiuto di tre militanti femministe italiane.