di Paolo Maria Filipazzi
La conclusione, terribilmente infelice, della vicenda referendaria, impone un’analisi della situazione italiana che non potrà non essere cruda e senza pietà.
Senza mezze misure: ciò che è accaduto è spaventoso.
Il potere di fatto dell’Anm sulla magistratura da lunedì scorso è diventato potere legittimato dalla volontà popolare. E con esso, l’intero blocco dei poteri forti denunciato nel 1994 da Tatarella e che, adesso, ha il mandato popolare per gestire la nazione alla faccia della politica. È una vittoria del potere tecnocratico che non ha precedenti nella storia, una situazione kafkiana che il più immaginifico ideatore di distopie non sarebbe mai riuscito a escogitare.
Analizzare come ci sia arrivati è ancora difficile, ma è doveroso iniziare ad abbozzare almeno qualche appunto.
Come era ovvio aspettarsi, al banco degli imputati è finito il governo di Giorgia Meloni, il malcontento nei cui confronti sarebbe stato la causa della sconfitta. La questione, però, impone due distinguo.
Il primo: se pensate che gli italiani abbiano punito la Meloni perché non si è schierata con Putin, non ha mandato la PEC di disdetta dell’adesione dell’Italia alla NATO e all’Unione Europea, non ha fatto aperta apologia del Duce e, in generale, “non ha fatto niente di destra” (qualunque cosa questo voglia dire) state confondendo la società italiana con la vostra nicchia social, nicchia irrilevante a livello elettorale (anche perché se così fosse non avrebbe nemmeno vinto le elezioni politiche del 2022). Molto più probabile che abbiano influito cose molto più prosaiche, come l’aumento della benzina poco prima del voto: il livello cui si situano le motivazioni che spingono i comportamenti elettorali degli italiani è da sempre quello.
Il secondo: quali che siano le ragioni di malcontento di alcuni elettori verso il Governo, non sono quelle il fattore decisivo nel risultato di un voto che ha rappresentato un caso unico nella storia italiana e forse occidentale.
Approvando il progetto di riforma della giustizia la maggioranza di centrodestra ha lanciato una sfida all’ esistenza stessa dell’ establishment, mirando più in altro di chiunque altro. E’, quindi, paradossale e kafkiano che sia stata accusata di esserne diventata succube, così come è paradossale e kafkiano che ci sia stato chi, probabilmente, ha votato contro la riforma per punirla di questo. Un livello di dabbenaggine simile può solo fare piangere calde lacrime di rabbia.
Certo, dobbiamo capire come sia stato possibile un tale fraintendimento. Uno dei motivi, a nostro avviso, è da ritrovare nell’ aplomb rassicurante che il governo ha voluto darsi, non facendo proclami anti-sistema, non sfidando il potere a parole, cosa che ha indisposto un mondo che si sarebbe forse aspettato uno stile più urlato. In tal modo, non è stata mai spiegata fino in fondo la reale portata della sfida che si stava lanciando, così come non si è voluta condurre una campagna referendaria in cui si mettesse in chiaro la reale posta in gioco. Una maledetta baldanza ha indotto a pensare che si sarebbe vinto e che sarebbe stata una passeggiata, salvo poi accorgersi troppo tardi che non sarebbe stato così ed essere corsi ai ripari in modo, diciamo la verità, assai poco ragionato.
Il punto vero della questione è, però, un altro: il Potere che si stava sfidando ha capito benissimo cosa stava succedendo, ed ha iniziato una campagna ventre a terra risvegliando una piovra dormiente da molto tempo, al punto che non se ne sospettava più l’esistenza.
Il primo dato che viene all’occhio è l’alta affluenza alle urne: milioni di persone che non votavano da anni e probabilmente non voteranno mai più si sono mosse in massa per votare NO. La natura dell’arcitaliano medio è da sempre nota: perennemente scontento, perennemente in lamentela contro tutto ciò che non funziona ma poi, alla resa dei conti, fiero oppositore di ogni cambiamento, che farà di tutto per impedire salvo poi tornare a lamentarsi. Esiste in Italia un’ampio popolo di “antisistema”: gente a cui non la si fa, che la sa più lunga, no euro, no vax, complottisti che non votano perché non votando delegittimeranno il “sistema” che così sicuramente crollerà (ahahahah!). Peccato che per costoro “il sistema” siano “i politici”, che sarebbero “tutti uguali” e “tutti ladri”, intenzionati solo a “rubare” e a “fregarci”. Insomma, si tratta di utili idioti dell’establishment, per il quale l’antipolitica è lo strumento necessario per tenere in piedi la tecnocrazia. E lo stesso establishment ha schiacciato il pulsante con cui da sempre questa fascia di società viene trasformata in un esercito di zombie docili e ubbidienti: ha lanciato la parola d’ordine “difendiamo la Costituzione”.
Che la Costituzione sia stata già modificata decine di volte è, ovviamente, fatto irrilevante: il 99% degli italiani ne è ignaro. Del resto, il 99% degli italiani ha totalmente rimosso dalla memoria che questo è il quinto referendum costituzionale; che, se si ha anche solo l’età di chi scrive queste righe, che di anni ne ha trentotto e non novantadue, si ha avuto modo di partecipare a tutti e cinque; che in due casi ha vinto il SI e che il secondo caso di vittoria del SI risale al 2020, cioè solo sei anni fa. La massa che ha votato NO non se lo ricorda: o non votò, magari non sapendo nemmeno che si votava, oppure votò, e magari pure per il SI, ma non sapeva cosa stesse facendo. Del resto, in quel caso, non fu schiacciato il pulsante, non serviva… Ma poi, diciamocela tutta: quanti italiani hanno letto la Costituzione? Quanti hanno capito davvero COS’ È LA “COSTITUZIONE”? Martellati dalla culla con la parola “Costituzione” da scuola e media, reagiamo come il cane di Pavlov al solo sentirla pronunciare. Orwell scansati…
In questo abisso di desolazione, ovviamente, non poteva non spuntare la retorica dei “giovani”, andati a votare a ranghi serrati per “difendere la Costituzione”.
Chi scrive le presenti righe ha la massima sfiducia dei “giovani” fin dal tempo della propria gioventù. Alla gran parte dei miei coetanei imputo la colpa di avere rovinato le proprie vite, cosa che sarebbe affar loro se l’effetto di questo non fosse stato anche la rovina della mia e della minoranza della nostra generazione che, come me, non avrebbe voluto. I grandi ideali che hanno infiammato la gioventù della maggior parte di coloro che hanno più o meno la mia età sono stati il matrimonio gay e riuscire a far condannare Silvio Berlusconi. Entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti. Anni dopo è morto Paolo Villaggio e il commento più gettonato era che, tutto sommato, la vita di Fantozzi, vista ai giorni nostri, non era poi così male, dato che aveva praticamente tutto ciò che per la maggior parte di noi è un miraggio. Rimpiangiamo di non essere come Fantozzi. Rimpiangiamo. Di. Non. Essere. Come. Fantozzi. Però abbiamo da dieci anni la legge Cirinnà e possiamo parlare di Berlusconi chiamandolo “il pregiudicato”. Volete mettere?
Domenica e lunedì scorso un’altra generazione ha iniziato a rovinare sé stessa trascinando con sé anche quella minoranza di coetanei che non vorrebbe. Tra qualche decennio rimpiangeranno di non essere come noi così come noi rimpiangiamo di non essere come Fantozzi…
Pubblicato il 30 marzo 2026

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