Dodici cristiani al giorno muoiono per la sola colpa di essere
cristiani. Questo è il numero che delinea “l’ecumenismo del sangue”, termine
utilizzato da Papa Francesco per simboleggiare l’unità di tutte le confessioni
cristiane, che quando si tratta di essere massacrate non conoscono distinzione.
Uccisi tutti in nome di Gesù Cristo e del Vangelo, per un
totale di oltre 4300 solo nel 2014.
I maggiori massacratori sono i macellai dell’Isis, che in Siria e Iraq attuano una vera e propria caccia casa per casa, senza risparmiare nemmeno i bambini
che sono anzi i destinatari delle azioni più turpi, oltre alla distruzione
sistematica di chiese e, per la verità, anche di moschee e di tutto ciò che
rappresenti un legame con un qualsiasi passato, si pensi alle mura di Ninive. Le
cronache parlano di cristiani crocifissi, sepolti vivi, stuprati e mutilati
senza nessuna pietà e senza tregua.
Nello stesso solco operano i miliziani di Boko Haram, in Nigeria, che
hanno messo in atto un’escalation proprio all’inizio di quest’anno, quando hanno cancellato dalla faccia della Terra almeno 2000 persone nella città di Baqa,
lasciandone ferite al suolo una quantità non definita che non è stato possibile
curare. Non è stato risparmiato nessuno, neanche una partoriente, che è morta
assieme al figlio ancora in procinto di uscire dal suo corpo.
Gli atti di violenza contro i cristiani sono all’ordine del giorno
anche in paesi non islamici, come riporta la World
Watch List 2015.
Il caso indiano è emblematico. Negli ultimi due mesi sono state
bruciate cinque chiese e si sono registrate violenze anche contro persone,
tanto che i vescovi hanno deciso di mettersi in marcia per fare pressione contro
il governo per denunciare “un clima di impunità per chi attacca i cristiani”,
che ormai è insopportabile e anche Obama
ha chiesto al governo indiano di fare qualcosa per fermare le violenze.
Rimane sempre aperta la questione Cina, dove sopravvivono la
Chiesa clandestina e la chiesa asservita al governo. La prima è chiaramente
perseguitata senza pietà e proprio in questi giorni Asia News dà notizia della
morte di un Vescovo che era
scomparso nel 2001 dopo l’arresto. L’ennesimo caso di un vescovo ucciso dal
governo cinese per la sua fedeltà al Vangelo e per la libertà di culto. Il
cadavere del monsignore è stato occultato dalla polizia, in quanto una tomba
potrebbe diventare luogo di pellegrinaggio e risultare molto scomoda, in quanto tomba di
un martire della Fede.
In generale sacerdoti e suore sono vittime sacrificali piuttosto
frequenti ad ogni latitudine, rappresentando la guida delle comunità ed
esercitando non di rado un carisma capace di aggregare e convertire molte
persone con la sola forza dell’Amore e della gioia cristiana. Il posto più
pericoloso per la vita consacrata non è però in Asia o in Africa, ma in
Messico. Fra i consacrati, i missionari in particolare sono bersagli simbolici,
tanto che nel solo 2014 ne sono stati uccisi
in totale 26.
Di fronte a una realtà come quella qui descritta solo in parte,
sarebbe giusto da parte di tutti farsi un serio esame di coscienza, in primo
luogo da parte di noi cristiani occidentali, abituati a dare molto spesso per
scontata la libertà di andare alla Santa Messa senza trovarsi contro i mitra spianati
all’uscita.

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