di Alessandro Rico
Alla
diatriba nazionalpopolare su Conchita Wurst al Festival di Sanremo,
mi permetto di aggiungere un commento originale. Perché in fondo i
partiti del no e del sì si sono scontrati sul tema della propaganda
gender, surrettiziamente veicolata dalla Rai a spese dei contribuenti
per i primi, scorrettamente chiamata in causa in quel che è solo
spettacolo per i secondi. In tal senso, il riequilibrio dal lato
tradizionalista, che ha portato sul palco dell’Ariston la famiglia
calabrese con sedici figli rappresenta il frutto di una negoziazione
tra chi vorrebbe più rappresentati i valori su cui si fonda una
buona società e chi si esalta per i fenomeni prodotti dalla nuova
sottocultura omosessualista. E il punto sta proprio in quella parola:
“fenomeni”, da baraccone, aggiungerei. Voglio dire che dietro la
polemica tra cattolici/teocon e laicisti rischia di dissolversi
l’aspetto più serio di una questione che altrimenti finirebbe con
Sanremo 2015. C’è un uomo che si fa crescere la barba ma si
traveste da donna e lascia che la sua immagine di ircocervo, per
prendere in prestito la definizione da Adinolfi, sia impiegata per
intrattenere. Diciamoci la verità: se Conchita ha fatto raggiungere
alla trasmissione il picco di share lo si deve meno alle sue doti
canore, che probabilmente la maggior parte di noi ignora, che alla
curiosità degli spettatori per quella barba in abitino da sera. Dal
punto di vista di chi ha a cuore la dignità di questa persona, che
magari al di là dell’esuberanza scenica vive un profondo disagio
interiore, la maggiore preoccupazione dovrebbe essere proprio che
Conchita/Tom non venga de-umanizzato per interesse. L’interesse può
essere di tipi: uno economico e un altro ideologico. Dei due, non
saprei dire qual è il più pericoloso, il più subdolo, o il più
riprovevole. Da un lato c’è chi intravede in questo singolare
personaggio la possibilità di fare quattrini, assecondando il gusto
della gente per il monstrum, ovvero, lo straordinario,
l’incredibile. Un po’ come la storia di Elephant Man, un
uomo deforme che l’Inghilterra vittoriana trasformò in
un’attrazione circense.
Io trovo semplicemente inaccettabile che una persona sia trasformata in un valore di scambio. Per quanto volontariamente si sottoponga al pubblico ludibrio, malcelato dietro i proclami di tolleranza e open-mindedness, la persona resta un bene indisponibile – che poi, fino a che livello Conchita faccia scientemente uso della sua immagine, e quanto sia condizionato da mode, pressioni culturali ed economiche, è difficile stabilire. E ciò non fa che rafforzare la mia indignazione. Nel caso, invece, dell’interesse ideologico, ci troviamo di fronte a una lobby che strumentalizza un’umanità problematica, per fare arruolare un soldato nella guerra ad antiche verità antropologiche. A tal proposito, vale quel che diceva Chesterton: «Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa». In realtà, quello della strumentalizzazione è un abuso che possono compiere pure quelli schierati dall’altro lato della barricata: d’altro canto, «strumentalizzare» vuol dire servirsi di un fine in sé come di un mezzo, cosa che può accadere sia che si faccia di Conchita una bandiera della teoria gender, sia che lo si consideri un modello deteriore da stigmatizzare. Se le cose stanno come credo, si direbbe che non siano molti, i passi avanti compiuti dal XIX secolo a oggi. Invece, dovrebbe farci vibrare il cuore e drizzare le antenne quel disperato sfogo di Joseph Merrick, l’Uomo elefante di cui i contemporanei non si riconoscevano più umanamente fratelli: «Io non sono un elefante, non sono un animale! Sono un essere umano, un uomo».
Io trovo semplicemente inaccettabile che una persona sia trasformata in un valore di scambio. Per quanto volontariamente si sottoponga al pubblico ludibrio, malcelato dietro i proclami di tolleranza e open-mindedness, la persona resta un bene indisponibile – che poi, fino a che livello Conchita faccia scientemente uso della sua immagine, e quanto sia condizionato da mode, pressioni culturali ed economiche, è difficile stabilire. E ciò non fa che rafforzare la mia indignazione. Nel caso, invece, dell’interesse ideologico, ci troviamo di fronte a una lobby che strumentalizza un’umanità problematica, per fare arruolare un soldato nella guerra ad antiche verità antropologiche. A tal proposito, vale quel che diceva Chesterton: «Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa». In realtà, quello della strumentalizzazione è un abuso che possono compiere pure quelli schierati dall’altro lato della barricata: d’altro canto, «strumentalizzare» vuol dire servirsi di un fine in sé come di un mezzo, cosa che può accadere sia che si faccia di Conchita una bandiera della teoria gender, sia che lo si consideri un modello deteriore da stigmatizzare. Se le cose stanno come credo, si direbbe che non siano molti, i passi avanti compiuti dal XIX secolo a oggi. Invece, dovrebbe farci vibrare il cuore e drizzare le antenne quel disperato sfogo di Joseph Merrick, l’Uomo elefante di cui i contemporanei non si riconoscevano più umanamente fratelli: «Io non sono un elefante, non sono un animale! Sono un essere umano, un uomo».

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