Recentemente mi è stata raccontata una lunga e suggestiva
storia, eco di altre storie che forse un tempo conoscevamo.
Siamo nell’antico Egitto, ma non quello colorato e opulento
che molti di noi avranno immaginato da bambini. Quella del nostro racconto è una
terra arida e grigia che ricorda più la Scampia di Gomorra che un luogo dove a
regnare erano sovrani venerati come dei. Il faraone, appunto, è un ometto
grigio, placido, che ha allevato suo figlio, il futuro sovrano del regno, come
un bulletto frustrato che teme, più di ogni altra cosa al mondo, di sfigurare
nei confronti del fratellastro Mosè, amato ed odiato. Mosè, in effetti, per
quelli di voi che non lo sapessero, è un valoroso generale osannato da tutti e,
fondamentalmente, una cifra coatto. Non ci è dato sapere, esattamente, da dove
provenga questo energumeno palestrato e dalla spada facile, ma sappiamo che il
ragazzo non ha problemi di autostima.
Purtroppo, improvvisamente e senza spiegazioni, il faraone
muore e il bulletto eredita il trono. Bruttissima faccenda per Mosè, che pensa di poter mettere il nuovo sovrano
nell’angolo e continuare a scoattarsela a corte. Il passo falso però arriva,
nel momento in cui, sempre nel tentativo di affermare chi è che comanda, Mosè
va a farsi una scampagnata nella grigissima città di Pitom, dove tutti gli
israeliti del regno sono radunati in miseria ed ingiustizia sociale a costruire
piramidi già decrepite. Durante la gita un anziano dalla faccia arzilla
e paracula decide di mettere a parte il prode generale rivelandogli le sue vere origini. Il nostro guerriero non la prende benissimo, al punto che per sfogare la tensione pensa
bene di uccidere due israeliti che lo avevano chiamato “schiavo” per deriderlo.
Il faraoncello viene intanto informato di ciò che si dice
del fratellastro e si decide a mandarlo nel deserto nella speranza che crepi,
nascondendogli però tra i mantelli il suo amato spadone, regalato ad entrambi
dal faraone defunto, così che eventualmente possa sfidare la disidratazione a
duello. Mosè quindi inizia a vagare nel deserto, dove salverà a suon di sguardi trucissimi un gruppo
di pastorelle; una di queste lo ricompenserà presentandolo in famiglia, sposandolo e facendoci un figlio. Al poverino non rimane ora che portare le
pecore a pascere proprio sul monte Oreb, che tutti gli indicavano come sacro e
proibito.
E qui, amici miei, viene il bello. Mosè, finalmente, sul
sacro monte Oreb, incontra… un bambino. Che poi, a ben vedere, ci accorgiamo che questo bambino appare davanti ad un
cespuglio avvolto da alte fiamme blu che non lo consumano, ma Mosè non ci fa
caso perché, colto alla sprovvista da una tempesta, è colpito in
testa da un masso. E dunque, signori, sia messo a verbale che Mosè, sul monte
Oreb, venne colto da allucinazioni le quali, senza un perché, pretesero da lui
che tornasse in Egitto a salvare “il suo popolo”.
E senza un perché, Mosè torna in Egitto. Raduna tutti gli israeliti, insegna
loro la sublime arte della guerra e li scatena contro l’esercito del faraone.
E, pensate un po’, non ottiene niente se non morti, feriti e frustrazione. Estremamente seccato dal risultato, pensa bene di fare una
sfuriata al bambino dell’Oreb che gli ha fatto sprecare del tempo prezioso. Ma
anche il pastorello è sfastidiato, per cui chiede fondamentalmente a Mosè di
mettersi da parte e “stare a guardare”, che allora sì che ci sarà da
divertirsi. Partono così le piaghe d’Egitto. Una dopo l’altra, senza
sosta, senza che Mosè ed il faraone si scambino una parola, senza che nessuno
spieghi perché improvvisamente le acque diventano sangue, per dirne una. Il faraone abbozza e li lascia andare tutti quanti,
salvo poi ripensarci, spinto dal desiderio profondo di sfogarsi sul fratellastro.
Mosè intanto, solo e forte del suo spadone che mai lo ha
abbandonato fino a quel momento, guida il popolo a casaccio, senza aver ben
chiara una meta e mancando comunque clamorosamente uno stretto nel Mar Rosso che avrebbe permesso loro di uscire definitivamente dall’Egitto grazie a delle
prodigiose basse maree. Il guerriero è solo davanti al mare, dove capisce che deve abbracciare
completamente la figura del leader carismatico con un gesto altamente
evocativo: via, lo spadone viene lanciato in mare e si conficca nel fondale. Mosè quindi si addormenta sulla spiaggia e al risveglio
trova le acque del Mar Rosso divise e attraversabili. Il resto, bene o male, lo sapete.
Vediamo un'ultima volta il nostro generale mentre sta scalpellando su dei lastroni di pietra. Il bambino è accanto a
lui, in una grotta, e sembra finalmente compiaciuto. Chiede a Mosè cosa ne pensi di quanto gli sta dettando (!) e
quello, con un cenno, gli fa capire di approvare.
Sorrisi, felicità. Vissero tutti felici e contenti.
Questa storia è un film di un signore chiamato Ridley Scott. “Exodus” dovrebbe essere il racconto dell’esodo del popolo di Dio
dalla schiavitù d’Egitto, ma c’è un grande, enorme, fatale MA: Dio, di fatto,
non c’è. C’è un titano borioso che preferisce la sicurezza di una
spada a quella del Signore. Ci sono prodigi naturali e divinazione. Ci sono
paura e odio. Ma non c’è vera salvezza, non c’è uno scopo, non c’è, appunto,
Dio.
Il Mosè che avevo imparato a conoscere ed amare era un uomo umile, un balbuziente, strumento nelle mani del Signore. Oggi, in questa storia, non riesco più a vedere niente di tutto ciò. Stiamo forse perdendo la capacità di raccontare Dio perché
Gli neghiamo il Suo posto nella Storia?

Ma cosa ci si aspetta da un film della Holywood di oggi ?
RispondiEliminarr
In un certo senso, ha ragione "Rr": nel 2014, ad un pubblico talmente "evoluto" (lasciamo perdere!) come quello di oggi, mica puoi più proporre le vicende storiche, bibliche o mitologiche, o i capolavori della letteratura, in versioni fedeli a come si sono tramandate per secoli! Un tempo, al pubblico presunto "ignorante" (anche qui lasciamo perdere: mio padre, classe 1921, 5^ elementare, sapete quanti punti darebbe a tanti laureati di oggi?) degli anni '50, '60 o '70, cinema e televisione si sentivano anche chiamati alla missione di fornire alla gente, con i loro mezzi spettacolari, quelle basi della cultura generale che, probabilmente, non avevano avuto modo di apprendere a scuola.
EliminaCosì, ecco gli splendidi "teleromanzi" di Sandro Bolchi o Anton Giulio Majano, fedelissimi agli originali (Promessi Sposi, Fratelli Karamazov ecc.) e altrettanti films. Per restare nel tema del post, si pensi a "I Dieci Comandamenti" di Cecil De Mille.
Oggi, di fronte ad un pubblico che si presume che le storie classiche le sappia a memoria, e che ne abbia anche le scatole piene, qualunque regista si sentirebbe un poveretto a riproporle in modo tradizionale, e quindi le fa in maniera "rivisitata", personale, producendo lavori che, dagli originali, possono dirsi al massimo liberamente "tratti" od "ispirati".
Un altro tipico esempio di questa realtà è "Il ritorno di Ulisse", recentemente trasmesso in TV, storia inventata oggi di sana pianta che non ha nulla a che vedere con quanto narrato da Omero, a differenza della splendida "Odissea" anni '60, che ci affascinò e calamitò quando eravamo ancora in giovanissima età.
Tommaso Pellegrino - Torino
www.tommasopellegrino.blogspot.com