di Fabrizio Cannone
Come
previsto da un anno, si è svolta a Roma, domenica 4 maggio u.s., la IV edizione
nazionale della Marcia per la Vita. I numeri hanno ampiamente confermatol’esistenza e la tenuta di un popolo della vita, giovane e dinamico, gagliardo,pronto sia alla resistenza alla cultura della morte, sia al contrattacco. Le
premesse erano buone, nonostante alcune mancanze a livello organizzativo e alcune
sterili polemiche favorite dalla superficialità e dalla liquidità della cultura
del web (presenti però, ormai, in ogni evento di massa). In effetti, un
centinaio circa di associazioni cattoliche, sia ecclesiali che meramente culturali
e civili, avevano offerto la loro adesione ai valori della Marcia, sintetizzati
a partire da quest’anno nell’efficace formula Per la Vita, senza compromessi.
Ma cosa chiede il Popolo della Vita, per così dire “dal basso”, ai promotori della Marcia per la vita e della
altre analoghe attività? Direi due cose, assolutamente legate e
imprescindibili: la fermezza dei principi e l’unità. La fermezza dei principi
ovviamente non implica, nella pratica, il rifiuto del discernimento e del
giusto senso della strategia e della tattica. La realtà infatti – al contrario dei principi – non è tutta
bianca o tutta nera, ma quasi sempre variegata e fatta di colori meno netti, spesso
difficili da decifrare. Da un lato è ovvio che non può esistere un vero
anti-abortista che non sia, in principio, favorevole all’abrogazione della
legge che permette l’aborto; così, se uno si dichiara favorevole alla legge
194, costui sta già, ne sia cosciente o meno, nel campo dell’abortismo. D’altro
canto però nessuno può dire quale sia la strada in assoluto migliore per
sconfiggere la cultura della morte, anche perché questa cultura è liquida, morbosa
come un virus, difficile da combattere, mutevole e insidiosissima. Faccio un
esempio chiarificatore. Nel 2014 in Spagna una nuova legge, approvata dal
centro-destra, ha ridotto la possibilità di abortire, rispetto alla legge votata
dal governo Zapatero. Alcuni pro life spagnoli ed europei ne sono stati
contenti, altri no. Chi ha avuto ragione? Direi, fatte le debite proporzioni,
tutti e due. Coloro che hanno gioito per la nuova legge, che comunque mantiene
la possibilità dell’aborto, lo hanno fatto vedendo in essa un inizio di
inversione di tendenza e la speranza di salvare alcune vite umane innocenti,
che sarebbero state sacrificate nell’ottica della precedente situazione
normativa. Gli scontenti, altrettanto giustamente, hanno sottolineato che comunque
la legge del 2014, non proibendo l’aborto, è una legge cattiva, e questo è fuori
discussione. E quindi? Quindi per certi versi la nuova legge approvata dal
centro-destra segna un miglioramento nella battaglia per la difesa della vita
(cosa colta benissimo dal fronte dei cultori della morte e dalla massoneria);
ma per altri versi l’auto-inganno è possibile: alcuni potrebbero prendere
questa legge come il giusto compromesso tra vita e morte, tra bene e male, e
limitare la loro protesta alla giusta applicazione della legge (iniqua). Ma un
aborto giusto non esiste e un male minore, desiderabile
certo rispetto ad un male maggiore, resta un male da combattere, in nome di
quel bene che anche se pare irraggiungibile deve essere sempre auspicato e
voluto dai buoni, specie dai cattolici. E’ giusto in Italia oggi sia voler
cancellare la 194, sia, nell’attesa della sua doverosa cancellazione,
appellarsi all’obiezione di coscienza prevista dalla “legge” per non compiere
omicidi. E ciò senza reale contraddizione.
La
seconda richiesta del mondo pro life italiano ai suoi capi organizzativi è l’unità.
Pur nelle differenze e nel rispetto della sensibilità di ogni gruppo, la vita è
un bene per tutti, e l’aborto è la morte della vita. Così è possibile e perfino
desiderabile dividersi nelle riflessioni e negli elementi accidentali che ogni
lotta comporta; ma guai se ci dividessimo nella lotta stessa che ha un solo e
semplice obiettivo, riconosciuto facilmente dai buoni: la fine dell’era
dell’abortismo, ovvero la scomparsa della cultura della morte e delle sue
leggi, a partire in Italia proprio dalla legge, iniqua sopra ogni dire,
dell’IVG.
Tornando
alla Marcia vorrei sottolinearne altresì il valore antropologico e sanamente
ludico, formativo, motivante e mobilitante. Certuni, pochi per la verità, ma
fastidiosissimi, credono ancora di poter restare a casa in pantofole, celandosi
dietro farsi di convenienza come le seguenti: “basta pregare”, “Dio, se vuole,
cancellerà l’aborto”, “il trionfo del Cuore di Maria è prossimo”, “i santi più
che manifestare facevano sacrifici”, etc. Queste frasi prese in un certo senso sono corrette o quantomeno dense di nobile
spiritualità; ma se vengono usate contro le mobilitazioni di piazza, oggi
assolutamente doverose e impellenti, divengono un formidabile strumento nelle
mani di Satana per archiviare ogni resistenza alla dittatura del relativismo,
che coincide al 100% con la monarchia del diavolo. Se dico “pregare è bene”,
dico una verità; ma se dico “pregare è bene” per non andare al lavoro e restare
a casa (col rosario in mano), compio un atto sommamente blasfemo poiché mi
servo dell’Evangelo per promuovere l’inattività, la pigrizia, l’ingiustizia
(verso la società e i figli a carico), etc. La Chiesa cattolica, sempre al
passo coi tempi poiché ispirata da Colui che è fuori dal tempo, ha promosso i
pellegrinaggi nei primi secoli, le crociate nel medioevo, gli esercizi
spirituali nel periodo della Controriforma, mezzi modernissimi come giornali,
fogli e gazzette già nel ‘700 e nell’800, fino alle mobilitazioni di massa nel
Novecento, e ha usato sempre tutti i mezzi leciti per il trionfo dell’ideale
cristiano. Nessuno si arroghi il diritto di contestare questa logica in nome di
una logica pseudo-evangelica di rifiuto della lotta, dell’apostolato e della militanza. Nessuno
infine cerchi di dividere i pro life italiani, come si è fatto stoltamente e
miseramente da parte di alcuni: costoro sono da classificare come i migliori
alleati dell’abortismo.
I
40.000 della Marcia, 50.000 secondo Adnkronos, sono arrivati prima del Regina Coeli a piazza san Pietro e
hanno, ancora una volta, ricevuto la pubblica approvazione del Papa. Segno che
la battaglia per la difesa della vita umana innocente è quanto di più giusto e
importante oggi: su questa nobile battaglia si può e si deve cercare il
consenso più vasto per ricacciare nell’abisso le leggi infami del genocidio più
immane della storia.
Pubblicato il 05 maggio 2014

Sette parole, sette,alla fine del discorso! Se questa e' pubblica approvazione che vi soddisfa ....
RispondiEliminaIl Magistero della Chiesa è chiarissimo sull'aborto e Papa Francesco ha ribadito più volte, nel primo anno di pontificato, che abortire è uccidere. 7 parole non mi sembrano nulla, ma qualcosa. E' vero che la teologia attuale, anche episcopale, ignora spessissimo le tematiche della vita e della famiglia, lasciandole ai 'conservatori' e ai 'tradizionalisti'. E su questo il Papa dovrebbe redarguirli e censurarli. Le lodi del Papa alle varie Marcie del mondo, anche con un solo tweet, sono però un segno di speranza.
RispondiEliminaEMR
Abbiamo il Magistero e quelle 7 parole sono più che sufficienti, grazie a Dio il popolo pro-life non soffre di clericalismo
RispondiEliminaIo c'ero e rispetto alla portata dell'iniziativa, al significato generale ed alle aspettative dei partecipanti, l'attenzione del Papa è apparsa oggettivamente ridotta. Basti osservare lo spazio dedicato alla Marcia confrontandolo con quello, largamente maggioritario, dedicato all'Università Pontificia ed ai vari gruppi occasionalmente presenti.
RispondiEliminaPersonalmente mi aspettavo qualche parola in più, anche di incoraggiamento e di sostegno.
Forse sbaglio interpretazione, ma sembra proprio che questo Pontefice sia in tutt'altre faccende affaccendato.
da bambino insieme alla mia mamma ho volantinato pro life prima del referendum sull'aborto. se la vita non ha valore neanche quando è concepita e indifesa che ne sarà nella nostra società? si è visto quanto l'italia è decaduta da allora, per me e' iniziato tutto o molto da quell' infausto passaggio legislativo e credo che molti dei nostri attuali pastori non ne abbiano capito la reale portata.
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