di
Ilaria Pisa
Lo scopo di
molti portali di notizie, come L'Espresso, non è fornire
ai lettori informazioni neutrali, ma esporre i fatti unitamente a
giudizi, riflettendo scelte editoriali certamente opinabili ma
altrettanto certamente legittime e, soprattutto, trasparenti e
conoscibili a tutti. Nihil sub sole novi.
Suscita però
perplessità e meraviglia constatare come il normale taglio
ideologico di un articolo può grottescamente diventare isterismo
fazioso, non appena si abbandoni anche l'ultimo appiglio con
l'elementare senso di realtà.
E'
il caso di questo
pezzo, di appena un paio di giorni fa. In sintesi: il livore
dell'articolista si indirizza dapprima sul Presidente della Regione
Lombardia, Roberto Maroni, colpevole di aver confermato i
finanziamenti (nove milioni di euro iscritti a bilancio) al
cosiddetto "pacchetto maternità" che da quattro anni i
Centri di Aiuto alla Vita offrono alle donne che affrontano una
gravidanza in situazioni di precarietà economica. Di seguito, con
pungente sarcasmo, l'articolo
descrive la meritoria attività dei CAV come vezzo ideologico "dei
cattolici più tradizionalisti" o come minacciosa guerra al
presunto "diritto all'aborto" (ah,
approfitto per dire che ancora attendo chi mi dimostri
scientificamente, i.e. giuridicamente, che l'aborto è un diritto ai
sensi della legislazione italiana vigente).
Tralasciamo
l'acidità tradita dall'autore del pezzo: un tempo si parlava di
"continenza" verbale nell'informazione a mezzo stampa, ma
trattandosi di un vocabolo dagli echi pericolosamente cattolici, è
verosimile che sia stato accantonato... ma tralasciamo, dicevo, le
forme.
Tre
inciampi logici mi sembrano emergere con prepotenza.
Uno:
generalizzando al massimo, la Weltanschauung di
sinistra - che L'Espresso si pregia di esprimere -
non guarda con sfavore a provvedimenti di sussidio economico per
situazioni svantaggiate, provvedimenti che anzi spesso reclama,
denunciando l'inerzia della politica o l'insufficienza dei mezzi di
fronte alle iniquità sociali. Quando però il braccio
operativo non appartiene allo Stato, ma reca un'impronta cattolica,
improvvisamente il chinarsi del Leviatano sui sudditi bisognosi non è
più da lodare. Persone più colte di me potranno chiamare, a
spiegazione storica di questo dato empirico, la filosofia liberale di
matrice rivoluzionaria, l'odio giacobino per i corpi intermedi,
l'oppressivo statalismo dalle molte incarnazioni storiche, etc.;
resta un'evidente, imbarazzante illogicità.
Due. L'azione
di un CAV, nell'alveo di scopi che pertengono allo Stato (ricordiamo
che, beffardamente, la l. 194/1978 è titolata anzitutto "norme
per la tutela sociale della maternità"), non è solo osteggiata
in quanto ideologica e confessionale; un'aura di sospetto
circonda infatti le associazioni che operano a tutela della vita
impiegando denaro pubblico, del quale sono sprezzantemente definite
"utilizzatori finali". A parte l'evidente assurdo
terminologico (solo chi usa gli assegni mensili erogati nei
progetti Nasko e Cresco potrà,
eventualmente, essere chiamato utilizzatore finale), mi piacerebbe
conoscere le ragioni di questo bias che investe
associazioni no-profit per antonomasia, ma è meno
pronto a condannare quella mano pubblica che non di rado,
amministrando risorse finanziarie, ha versato più di qualche
spicciolo in tasche private, molto poco no-profit.
Tre. La
chiusa dell'articolo riporta le dichiarazioni di un'ex Consigliera
regionale in quota SEL: "Ecco cosa succede quando si decide
di far deragliare la legge che regola gli aborti e sponsorizzare con
milioni di euro le attività di cattolicissime associazioni pro-vita.
Invece di armonizzare le percentuali dei territori con medici e
infermieri obiettori e non, il governo regionale feudo del
centrodestra da vent’anni ha remato in direzione opposta: su 338
Centri di aiuto alla vita in tutta Italia che “offrono accoglienza
e sostegno alle maternità più contrastate", ben 60 hanno sede
qui: da Casalmaggiore nella bassa del Cremonese, fino ai 13 avamposti
della Provincia di Milano. In contromano rispetto al buon senso e al
rispetto delle leggi dello Stato non vengono garantiti i diritti di
tutte le donne". Ne ricaviamo che la donna è
titolare solo del diritto di abortire gratuitamente e velocemente
presso la prima struttura pubblica davanti a cui transita;
correlativamente, l'obiezione di coscienza del personale sanitario
cessa di avere la dignità di un diritto da tutelare, e gli obiettori
sono liquidati come un bug del
sistema. La stessa donna però, se colta da resipiscenza decide
di portare a termine la gravidanza, cessa per ciò stesso di avere
diritti: nessuno s'azzardi a sostenerla economicamente con denaro
pubblico, poiché le tasse dei consociati servono per uccidere e non
per allevare. Tra le righe, la donna povera che desideri tenere il
suo bambino è quasi dipinta come una minaccia. Una "nemica del
popolo", una lebbrosa da ostracizzare?
Concludo con
due brevi osservazioni. La prima deriva dalla felice
esperienza che porta da anni l'unione Giuristi Cattolici, di cui
faccio parte, a collaborare con i CAV tramite eventi formativi,
sensibilizzazione sui temi della vita e anche sostegno molto concreto
(pensiamo al Progetto Gemma) per donne e famiglie in speciale
difficoltà. Mi piacerebbe che l'articolista conoscesse la gioia
di ricevere un'email con la lettera manoscritta di una volontaria CAV
che racconta le avventure e le gioie, le fatiche e le speranze di
tante persone per cui l'aborto non è mai stato un diritto, ma
unicamente lo spettro della paura e della miseria. Mi piacerebbe che
parlasse di libertà, di diritti, a chi nell'intenzione di molti
sarebbe abbandonato a se stesso e costretto, magari, a non
riconoscere il figlio o, peggio, a sopprimerlo per il tragico errore
che la disperazione più nera può dettare alla ragione offuscata.
La
seconda osservazione è un corollario. Vorrei
che i pro-morte (perché non c'è altro aggettivo, nonostante lo
scandalo degli interessati) avessero coraggio: non di aggredire a
intervalli regolari chi prega di fronte alle cliniche
abortiste, ma di dire forte e chiaro che per loro la donna è una
risorsa se individuo, ma un pericolo se madre.
Un esempio se rimane atomo, ma una deviata se vuol essere "vite
feconda" (Sal 127)
di una famiglia. Una paladina della libertà sessuale finché è
coinvolta solo la sua vagina, ma una folle schiava di pregiudizi
religiosi qualora ami e accolga in grembo il frutto che quella
libertà ha portato.

Le solite "verità" biforcute dei sinistri...
RispondiEliminaBrava madàma, ottimo articolo.
Q.F.M.
Accostare le parole "scientificamente" e "giuridicamente" porta ad un buffo involontario ossimoro. Cioè, si vuol forse asserire che i legulei, gli azzeccagarbugli sono "scientifici"? Forse, nel complicare inutilmente il linguaggio! XD
RispondiEliminaPer il resto, malcelata acidità a parte, sono tutto sommato d'accordo!