di Alberto Calabrò
La
Spagna di Mariano Rajoy fa marcia avanti in fatto di legislazione
sull’aborto. Sì, marcia avanti. Non si può fare un
discorso preciso perché si tratta di un disegno di legge, roba
ancora da discutere (e forse modificare) in Parlamento. Le linee
generali sono queste: aborto consentito per gravidanza dovuta a
violenza carnale (previa denuncia all’autorità della violenza
subìta) e per grave, imminente e certificato rischio della vita
della madre. Di certo rispetto alla riforma Zapatero del 2010 -per la
quale si poteva procedere ad aborto senza addurre alcuna motivazione
almeno entro la 14ma settimana- la stretta c’è stata.
Perché
marcia avanti? Non scomoderò Dio, la religione o la morale;
lascio questo compito a menti più raffinate della mia.
Semplicemente:
la scienza medica, negli ultimi 30 anni almeno, ci dice che l’essere
umano è tale fin dal concepimento. Lo spermatozoo si unisce alla
cellula uovo, i due DNA si fondono e formano un unico DNA completo.
Un essere vivente è definito in base alle proprie caratteristiche
genetiche: non esiste alcuna differenza tra il DNA di un embrione e
quello di un uomo di 40 anni, quindi questi sono la stessa identica
cosa. Sono uomini. E’ un dato, qualunque sproloquio
radical-femminista che pretenda di definire il concepito come un
“ammasso di cellule” non ha alcuna valenza scientifica. Punto.
Datemi
del medioevale. Vi racconto la mia medioevale visione delle cose.
Vorrei
che la gravidanza non fosse più vista sotto l’occhio della
religione o della politica. Vorrei che tutti ci riunissimo e
finalmente ascoltassimo cosa i medici ci stanno gridando da anni.
Vorrei che chi ha dato del “medioevale” ai pro life si
cospargesse la testa di cenere dicendo: “Scusateci, vi abbiamo
offesi ingiustamente e, ancor peggio, abbiamo creato leggi che hanno
portato al massacro di migliaia di esseri umani che noi –nella
nostra ignoranza scientifica- credevamo essere semplici ammassi di
cellule.”
Una
volta metabolizzato il dato scientifico, vorrei che tutti ci
riunissimo per capire quale potrebbe essere la migliore legge a
tutela di due vite umane strettamente legate: poiché di due vite
identiche si tratta, quella della mamma e quella del bambino.
Ho
un’idea a riguardo: niente possibilità di abortire in caso di
stupro (se un uomo commette violenza carnale è giusto rispondere
alla barbarie sopprimendo una vita umana che non ha alcuna colpa?)
niente possibilità di abortire in caso di malformazioni del bimbo
(siamo ad Auschwitz?), aborto consentito solo in caso di grave,
imminente, e certificato rischio di morte per la madre. Ovviamente il
bimbo estratto dal ventre materno dovrebbe essere immediatamente
rimesso a procedure mediche salvavita, a costo d’infilarlo in
un’incubatrice finché non sia giunto a uno sviluppo tale da poter
vivere autonomamente.
Una
normativa né di destra né di sinistra, né laica né religiosa, né
cinica né moralista ma votata al rispetto delle evidenze mediche.
Credo
che uno Stato sia civile e moderno quando non risolva la questione
maternità con un “ok signora, abortisca!” ma impegnandosi
attivamente per garantire la vita al bambino e l’assistenza alla
mamma. Sgravando fiscalmente le famiglie con figli, per permetter
loro di crescerli e farli studiare senza arrivare alla canna del gas;
stanziando milioni di euro per promuovere la ricerca di cure sempre
nuove invece di accucciarsi in un comodo sterminio dei malati nel
ventre materno. Garantendo un sistema di adozioni
rapido ed efficiente, in modo tale che i bimbi non voluti non debbano
essere soppressi come accade oggi, ma dati alla luce e affidati a chi
un figlio lo vorrebbe ma non riesce purtroppo a concepirlo.
Cancellando
in modo definitivo la perversa mentalità che vuole “libero”
colui che non procrea e si impegna nel globale disegno abortista, e
“servo, medioevale, bigotto, indottrinato dal Vaticano” chi
semplicemente tutela la vita umana concepita allo stesso modo di
quella nata, seguendogli insegnamenti della medicina.
Uno
Stato che la smetta con la paura delle mammane e che abbia gli
attributi per dire: “Vogliamo difendere la vita di ogni essere
umano, così come non puoi ammazzare il tuo vicino di casa non puoi
nemmeno ammazzare tuo figlio; se ricorrerai ad aborto clandestino e
finirai per riportare danni alla salute, affari tuoi. Anzi, se
sopravvivi preparati –tu e la mammana- a essere incriminata per
omicidio.”
Ecco
perché dico marcia avanti. Perché per quanto ci siano ancora
incertezze nel dare piena dignità umana al concepito, la Spagna sta
andando in quella direzione. Non più il capriccio di una donna
autorizzata ad ammazzare una persona per evitare la scocciatura di un
bimbo frignante, non la filosofia nazista della soppressione di una
persona perché malata, non la porcheria della soppressione libera di
una persona entro le prime 14 settimane indotta dall’idea che un
feto sia un semplice ammasso informe di cellule.
Un
pro life non è un ottuso medioevale che passa la propria vita
inginocchiato nel confessionale con il cilicio alla coscia e
rincoglionito dai sermoni. Guardate alla scienza medica, leggete cosa
questa ci racconta sull’essere umano (perché la questione è tutta
qui: aver ben chiaro da quale momento un essere umano inizia a essere
tale, e da quel momento concedergli piena dignità umana e tutela
legale).
Il
resto è fuffa, è un ammasso d’idiozie femministe prive di valore
scientifico inventate in un momento storico in cui il partito
radicale e le sinistre vedevano nella libertà sessuale (e nella
libertà di disfarsi del frutto di una concezione libertina della
sessualità) il massimo grado di ribellione, in spregio degli
(allora) dominanti (almeno a parole) valori cattolici e di “contegno
democristiano”.
Oggi,
da persona che 26 anni fa (da malato rifiutato dalla madre quale
sono) sopravvisse alla perfida mentalità abortista, grido “Evviva
la Spagna!”.
Spero,
un giorno, di poter gridare “Viva l’Italia, viva il mondo!”
Viva
l’uomo!
Viva!
Pubblicato il 23 dicembre 2013

Stella, "non esiste alcuna differenza tra il DNA di un embrione e quello di un uomo di 40 anni, quindi questi sono la stessa identica cosa. Sono uomini".
RispondiEliminacome non esiste alcuna differenza tra il DNA di un uomo di 40 anni e quello dei sui capelli (tagliati) o quello del suo cadavere una volta che sarà morto.
la prossima volta che cerchi "prove scientifiche" alle tue ideologie pensaci un po' di meglio.
In altre parole: riprova, sarai più fortunato.
Quindi, secondo lei, non esiste differenza fra la vita e la morte, visto che lei confonde un embrione vivo, un adulto vivo e un cadavere di un uomo.
EliminaAnche se non sono uno scienziato, non credo che possa essere definito scientifico. Da filosofo, però, debbo constatare che è l'apoteosi dell'assurdità.
È chiaro che dire: "Non esiste alcuna differenza tra il DNA di un embrione e quello di un uomo di 40 anni", presuppone il tener conto che essi debbono essere intesi come organismi vivi e completi, appartenenti alla medesima specie e che si trovano semplicemente in diverse fasi dello sviluppo.
Francesco S.
Mah, che dire? Io non ho mai messo in dubbio che l'embrione sia un essere umano. Però quest'essere umano diventerà figlio, per sempre, dei suoi genitori. Se mi dicessero che il figlio che mia moglie porta in grembo è affetto da una grave malformazione (di quelle che sono in grado di distruggere la vita di una famiglia, perché quel figlio richiederà un'assistenza continua e perenne), credo che opterei per l'aborto.
RispondiEliminaQuali sono le alternative? Partorirlo e lasciarlo nella ruota di un convento o di un ospedale? Qualcuno lo adotterà? Vivrà invece in qualche istituto? O la mia famiglia farà la fine di altre famiglie, devastate dal peso insostenibile di un figlio cerebroleso che ha bisogno di tutto, per sempre?
Non lo so: la realtà, al di là delle belle speranze di Calabrò, è che sarà la famiglia, a dover far fronte a una vita che può trasformare la vita altrui in un tormento infinito. Siamo in Italia: e io, che di figli ne ho tre, rido (per non piangere) di fronte a chi auspica "sgravi fiscali per le famiglie con figli, per permetter loro di crescerli e farli studiare senza arrivare alla canna del gas": io, personalmente, non posso neanche cambiare gli occhiali (e dovrei, visto che la presbiopia ha le sue regole inflessibili). Oppure li posso cambiare, ma per farlo dovrei far interrompere a uno dei miei figli il corso di musica. Non negargli il cellulare: negargli un banalissimo corso di pianoforte, visto che la scuola non educa alla musica e io credo che la musica sia fondamentale per una persona. In Italia i figli sono tutti sulle spalle della famiglia e lo Stato è assente: me lo vedo proprio, questo fantomatico Stato, aiutare una famiglia con un figlio cerebroleso. Sì, certo, si può fare tutto, anche allevare un figlio cerebroleso rinunciando alla propria vita: ma perché lo dovrei fare? Perché la vita è sacra? Sarà anche sacra, ma la fatica non lo è, ed è tutta sulle spalle della famiglia, a cui voi volete imporre pesi insopportabili. Non so, mi sembra troppo.
Certamente, Manlio. Viviamo in un Paese nel quale una famiglia con figli è lasciata a sé stessa. E' una cosa vergognosa. Credo che lei concordi in questo, visto che mi conferma di doversi privare di un paio di occhiali per garantire ai suoi un accettabile stile di vita, fatto (come è giusto e sacrosanto) non solo di necessità ma anche di piccoli piaceri.
EliminaIl mio non è un discorso sul cosa lo Stato fa, ma sul cosa dovrebbe fare. E dovrebbe, a parer mio (e immagino anche suo!) agevolare quelle famiglie che decidano di intraprendere la dura strada della procreazione ed educazione di uno o più bambini.
Le posso dare la mia testimonianza di gravissimo malato cronico dalla nascita: non è una vita facile. Per nulla. Ma sono qui, anche se in teoria "il bambino morirà entro le prime 24 ore, o comunque sopravvivrà in uno stato di totale handicap fisico e condizioni psichiche vegetative". Mi è andata bene.
Come lei dice, si può far tutto: si può, per esempio, iniziare a coalizzarci tutti perché finalmente si arrivi a forti sgravi fiscali per le famiglie, affinché persone come lei possano comprarsi un paio di occhiali senza togliere nulla ai bimbi. Sarebbe un sacrificio da parte dello Stato, perché incasserebbe meno denari, ma un sacrificio fatto per una causa umanitaria e nobilissima.
Allo stesso tempo si può, in un dibattito democratico, chiedere un cambiamento di mentalità nella società civile. Non un cambiamento secondo soggettive idee morali o religiose, ma un cambiamento, come ho scritto, dettato da considerazioni mediche. Avrà apprezzato, per lo meno, la laicità e oggettività del mio articolo. Date le considerazioni mediche, sì, sarò duro, Manlio: così come lo Stato dovrebbe smetterla di succhiare migliaia di euro, privandosi di parte degli introiti, e facendo respirare gli italiani, i singoli dovrebbero, considerata l'insindacabile umanità del nascituro, "sacrificarsi" per evitare ciò che dalle leggi è considerato legittimo, ma che secondo scienza altro non è se non un omicidio. Con tutte le varianti del caso, dalle adozioni dal meccanismo più "fluido" di quello oggi in vigore, a uno Stato che garantisca assistenza ai piccoli malati, fino alla base di tutto il ragionamento: genitori che, per evitare la commissione di un omicidio (omicidio in chiave scientifica, inteso) accettano la disgrazia della malattia del figlio come qualsiasi altra disgrazia che può accadere nella vita. E' solo una questione di mentalità: a nessuno verrebbe in mente di strangolare il vicino di casa perché si è avuta la sfortuna di un dirimpettaio molesto, che rompe le palle notte e giorno; questo perché, rompipalle quanto si vuole, ma il dirimpettaio molesto è e resta un individuo. Lo stesso dovrebbe valere, scienza medica docet, per il figlio. Da qui capisce come la legge 194 sia, alla fin fine, un impianto legale che consente a tutti noi di sgravarci di una delle tanti probabili sfortune del destino. E' comoda. Come sarebbe comodo poter ammazzare i vicini molesti.
Comoda ma ingiusta. Criminale.
Un grande augurio di buon anno!
Caro Calabrò,
RispondiEliminanon credo che i genitori debbano accettare "la disgrazia della malattia del figlio come qualsiasi altra disgrazia che può accadere nella vita": perché non tutte le disgrazie sono inevitabili. Si possono e si devono accettare quelle inevitabili, quelle che non dipendono dalla nostra volontà e che càpitano al di fuori del nostro controllo. Già il fatto che lei definisca "disgrazia" la nascita di un figlio gravemente malato indica chiaramente che anche lei attribuisce alle vite un valore diverso a seconda della loro qualità; o - perlomeno - che anche lei si rende conto quanto un figlio disabile possa rendere disgraziata la vita della famiglia che quel figlio si trova ad accudire.
Ho lavorato per quattro anni in una comunità-famiglia per persone con gravi handicap mentali: e lì vivevano perché le loro famiglie non erano più in grado (ammesso e non concesso che lo fossero mai state) di badare ai loro figli. Di fronte a quella incommensurabile sofferenza ho maturato la convinzione che la scelta di avere un figlio simile non può essere imposta dallo Stato: può solo essere accettata con piena avvertenza e deliberato consenso da chi quel figlio dovrò prendersi cura.
Ogni considerazione sulla pericolosità di questa opzione mi pare vana e vacua: così come non si ferma la ricerca genetica per il timore che si finisca per costruire un essere umano in maniera artificiale, così non credo che lasciare la decisione sulla nascita di un figlio malato alla famiglia porterà, in futuro, alla soppressione degli embrioni sulla base di considerazioni estetiche o similmente futili.
Detto brutalmente: considero la vicenda delle gravidanze "indesiderate" (nel senso sopra precisato) come rientrante nella categoria dello stato di necessità che, da sempre, non habet legem, se non quella che di volta sarà decisa che chi nello stato di necessità si trova. Avere un figlio gravemente cerebroleso si avvicina alla situazione di chi si trova naufrago in mezzo all'oceano, in una barchetta con moglie, figli e una bottiglia d'acqua: chi dovrà o potrà bere? Chi avrà la speranza di salvarsi e chi dovrà soccombere?
Solo chi si trova di fronte a questo enorme dilemma (ce la farà la mia famiglia a sostenere il peso di un "figlio-disgrazia"?) può decidere cosa fare: il resto è ideologia sterile e presuntuosa.
E come, da sempre, necessitas non habet legem, allo stesso modo, da sempre, ad impossibilia nemo tenetur: e che qualcosa sia possibile o impossibile non lo può certo decidere, una volta per tutte e per tutti, una qualunque ideologia.
Vogliamo chiamare omicidio la soppressione di feto gravemente malato? Giuridicamente, lo stato di necessità esclude l'antigiuridicità di qualsiasi comportamento. Lei lo chiami omicidio: il mondo del diritto, dall'epoca romana in poi, non lo ha mai chiamato né lo chiamerà mai così.
Inoltre, credo che occorra ridimensionare di molto l'aura di sacralità che circonda l'attività sessuale delle persone: la gravidanza è solo un possibile effetto della copula e, per rispetto all'intelligenza e alla volontà umane, dovrebbe essere indiscutibile che fare l'amore è un'attività piacevole e una forma profonda di comunicazione dalle quali è perfettamente legittimo e naturale escludere ogni conseguenza non voluta: si fa l'amore anche perché è belli farlo, senza la spada di Damocle dell'accettazione necessaria e necessitata di ogni conseguenza puramente ed esclusivamente biologica e irriflessa.
Anche l'ubriachezza può essere una conseguenza di un'attività naturalissima come bere del vino: ma non sono obbligato a ubriacarmi ogni volta che bevo. Posso bere poco, posso vomitare il vino in eccesso: questo interferisce forse con il "disegno naturale" delle sostanze alcoliche?
Buon anno anche a lei.