di Alessandro Rico
Le
elezioni nel Regno Unito ci hanno regalato l’ennesima clamorosa smentita di
proiezioni e sondaggi, in una fase storica di elettorati volatili e di rigide
polarizzazioni dell’ultimo minuto. I Tories hanno stravinto e il sistema
Westminster, con il gabinetto che è espresso dal partito dominante, è salvo.
Quanto ai valori non negoziabili, per i cattolici non ci sono motivi di
entusiasmo. Non ci sarebbero stati in ogni caso: solo l’Ukip difendeva una
piattaforma un po’ più conservatrice, ma il partito di Farage è stato
notevolmente ridimensionato rispetto alle Europee, dove pesava di più il
malcontento nei confronti dell’establishment di Bruxelles – lezione che la destra nostrana dovrebbe
appuntarsi, ora che è tentata da una riconversione populista.
La
Bussola Quotidiana aveva rilanciato i risultati di un sondaggio, che mostrava
come la base elettorale dei Labour fosse sorprendentemente meno libertaria di
quella dei Cons. Fatto sta che già da qualche anno il premier Cameron ha
abbandonato le battaglie tradizionaliste, consegnando il Partito Conservatore all’aberrante
crociata dei “diritti” civili. La cosa non stupisce, visto il passato di una
nazione che ha una storia e delle tradizioni giuridico-politiche gloriose, ma
pure il peccato originale di aver esiliato la Chiesa Cattolica e di aver
soggiogato il potere spirituale a quello politico. Checché ne pensino alcuni
conservatori inglesi doc, come Roger Scruton, l’anglicanesimo era di per sé
destinato a finire preda del modernismo.
Tra
i motivi di apprensione c’è soprattutto l’«economocentrismo» della politica
contemporanea. Da una parte è un esito inevitabile, nell’epoca in cui sul mondo
occidentale aleggia lo spettro della recessione. In questo campo, i Tories sono
sembrati più credibili: Cameron ha alle spalle cinque anni di taglio della
spesa e delle tasse, sensibile aumento dell’occupazione e crescita economica.
Non gode di una leadership particolarmente carismatica (critica mossagli dal
nemico interno, il sindaco di Londra Boris Johnson), ma è stato abile a drenare
voti dall’Ukip, catalizzando gli umori nazionalisti (l’Italia lo sa bene, visto
il sostanziale rifiuto di impegnare la Gran Bretagna nella gestione dei flussi
migratori). Dal canto loro, i laburisti non hanno conquistato neppure i loro
elettori. Il vecchio trucco di spendere i soldi degli altri non aveva appeal su
questa Inghilterra; e la Scozia, roccaforte rossa, stavolta ha scelto l’ibrido
socialismo nazionalistico dell’SNP, punendo i Labour per non aver sostenuto il
referendum indipendentista.
Se
sui temi etici non ci sono segnali incoraggianti, la vittoria dei Conservatori
è tutto sommato una buona notizia. Vince un programma che sfida apertamente
l’anticapitalismo montante tra gli intellettuali à la page. Vincono gli incentivi indiretti all’impresa, perseguiti
tramite i tagli delle imposte. Vince l’attenzione al rigore nel bilancio. Vince
l’idea di un’Inghilterra dinamica, capace di attrarre investimenti e “capitale
umano” (anche questo, gli italiani in fuga Oltremanica lo sanno bene). E si
consolida, come accennavo sopra, il modello Westminster. Per la verità, non più
saldamente imperniato su un bipartitismo non scardinabile, ma almeno capace di
riconsegnare a un singolo partito il controllo del Parlamento. Resta intatta la
tenuta dei collegi uninominali, nucleo del modello maggioritario britannico,
che la nostra Italia ha ripetutamente quanto timidamente e farsescamente
provato a imitare. Sono dissolte le nubi del governo di coalizione, ostaggio di
un gruppo minoritario nel ruolo di ago della bilancia. In questa prospettiva,
lo Scottish National Party è davvero un terzo incomodo, ma il pericolo di una
riconversione del Regno Unito alla democrazia consociativa sembra dissipato.
Non ne viene una perfetta conferma della Legge di Duverger, che sanciva la
tendenza di un sistema maggioritario verso il bipartitismo, ma in fondo si può
ancora guardare all’Inghilterra come a un esempio istituzionale al tempo stesso
stabile e flessibile.
Pubblicato il 08 maggio 2015

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