Il
boom della Lega Nord, che secondo l’ultimo sondaggio SWG
viaggia a ridosso del 12%, ha persuaso molti orfani della destra a
cercare in Salvini un nuovo padre adottivo. Il “Matteo contro
Matteo” stuzzica persino il Cavaliere, che con il suo endorsement
forse prende tempo nello scontro con Fitto, ma restituisce gli umori
di un elettorato alla disperata ricerca di un leader. È indubbio che
Salvini funzioni alla grande: unico esponente di destra che sia stato
capace di costruirsi una piattaforma social,
non passa giorno che non faccia parlare di sé, abile provocatore e
apologeta del senso comune. Mentre Forza Italia si sgretola e il
Nuovo Centrodestra appare una miserrima stampella di Renzi,
votare/votarsi a Salvini sembra l’ultima scialuppa sulla nave che
affonda. Ma non basta. Ci sono tre elementi che impediscono alla Lega
di diventare la futura colonna portante della destra italiana: la
congiuntura storica, la volatilità dell’elettorato, il limite
intrinseco del partito.
I
primi due problemi sono strettamente correlati. Sembrerò ripetitivo,
ma voglio ricordare che, nel bel mezzo della crisi economica, il voto
di protesta diventa un fenomeno dilagante. E questo spiega anche
perché la grande fetta di elettori insoddisfatti non si distingua
per la propria fedeltà a un partito: il M5S aveva sfondato nel 2013
ma sta velocemente affondando, inizia l’emorragia di consensi anche
dal PD, la Lega può raccogliere una parte di questo malcontento, ma
non è sull’esasperazione della gente che si possono costruire
programmi politici. E questo ci porta alla questione dei limiti
costitutivi di un partito come la Lega, di per sé destinata a
oscillare rapidamente, come un pendolo di Schopenhauer, dal successo
alla sconfitta. Il movimento di Salvini si fa forte dei sentimenti
“contro” di tanti italiani: contro l’Europa, contro il degrado
delle periferie, contro la clandestinità, tutte battaglie
sacrosante, che però ingrossano il partito quando è all’opposizione
e lo sgonfiano quando diventa maggioranza. Perché governare, specie
in un sistema politico che, a meno di clamorosi colpi di mano da
parte di Renzi, rimane essenzialmente consensuale e corporativo, vuol
dire scendere a compromessi, “moderarsi”. E a quel punto, Salvini
non ha ragion d’essere. È vero che già si è costituita la
corrente “centrista” di Tosi, ma è una legge ferrea del
marketing politico che se l’offerta moderata è molteplice, gli
elettori preferiscono l’originale – sia Forza Italia, NCD, o più
probabilmente lo stesso PD renziano.
Ipotizziamo
però che l’alchimia funzioni ancora a lungo e che magari la Lega,
come il Front National, benefici di cospicui finanziamenti dalla
Russia. Il problema è che un simile stato di cose contribuirebbe ad
accrescere l’anomalia del centrodestra italiano, vincolandolo alle
sorti di un’internazionale vacillante – viste le crescenti
pressioni delle potenze mondiali su Putin – e sinceramente
discutibile – capisco e condivido le simpatie per il leader russo,
ma come scrisse su questo blog Riccardo
Facchini, non sarà Putin a redimere il mondo. Per quanto
possiamo essere deboli in Europa, Russia e Corea del Nord mi sembrano
partner meno affidabili che, ad esempio, una Francia decisa a
contrastare la governance tedesca. Da questo punto di vista, posso
essere d’accordo sul fatto che i reiterati attacchi di Alfano a
Salvini rappresentino l’ennesima testimonianza della miopia dell’ex
delfino di Berlusconi. In questa fase, farebbe bene almeno a
rispettare le esigenze di rottura di cui il leader leghista si fa
portavoce, anziché cadere nella trappola dello snobismo. D’altra
parte, rimango favorevolmente colpito dal tentativo coraggioso di
smarcarsi da facili strategie elettorali, sforzandosi di costruire un
soggetto politico più simile ai Tories britannici che ad Alba
Dorata. Di sicuro Alfano, Lupi o la Lorenzin non saranno i Thatcher
italiani. Ma se non si può fare a meno di condividere molte delle
posizioni di Salvini, mentre i radical-chic rosicano e gridano al
pericolo fascista, resta il fatto che la Lega è lontana dal
rappresentare quel grande contenitore liberal-conservatore che, solo,
potrebbe risorgere dalle ceneri del berlusconismo. Le nubi nere
all’orizzonte della destra sono ancora lungi dall’essersi
dissolte.

Non so se siano i tempi di un grande "polo liberal-conservatore" ...come Cameron o Sarkozy? L'Ungheria di Orban mi sembra più vicina a Salvini, e vincente! Comunque, chi ha occhi per vedere più lontano (così DOVREBBERO essere i cattolici) farebbe bene a passare un po' di idee sane al "vicino" leghista, che almeno non ha guardie del corpo davanti alle ville dentro cui succede di tutto... e quello che fa viene fuori dopo 1-2 minuti...
RispondiEliminaArticolo discutibile e contestabile:
RispondiElimina1) la Destra, quella vera, non ha nulla da spartire con il liberalismo. La Destra, quella vera, è identitaria, anticapitalista, con una visione sociale organica e basata sui corpi intermedi, certamente anti-individualista e orientata al sacro. Tutto il contrario del liberalismo;
2) nel deserto della Destra politica attuale, si salvano Fratelli d'Italia e, appunto, la Lega. Certo, con molte riserve e molti distinguo. Ma c'è altro?
3) l'alleanza con il Front National (preferivo il padre, ma non si può avere tutto) è significativa di una precisa scelta di campo di Salvini;
4) Putin è oggi, che ci piaccia o no, l'unica alternativa alla dittatura supercapitalista, con le sue appendici antirazziste, omesessualiste, anti-identitarie. Il blocco eurasiatico risponde non solo agli interessi geopolitici europei, ma alla sua (dell'Europa) storia, alla sua cultura, alle sue radici;
5) Salvini sta aggregando, almeno al centro-sud, tutte le sparse realtà di Destra-Destra;
6) la lotta contro l'immigrazione, l'ordine pubblico, l'arroganza dell'Unione europea la vedo solo nella Lega e in Fratelli d'Italia, destinati, inevitabilmente, ad almeno un'alleanza tattica.
Conclusione: ritenere che la Destra possa essere rappresentata da Forza Italia o, peggio, dal NCD, significa non sapere cosa sia la Destra o mistificare il significato delle parole.
Lapalissiano.
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