di Andrea Virga
Quando
ho visto in una libreria della Habana Vieja un saggio intitolato “El pensamiento social católico en Cuba en la
década de los 60”, alla modica cifra di 10 pesos (0,32 €), non ho potuto
fare a meno di acquistarlo. Ve ne offro qui una recensione e discussione
critica.
L’autore,
lo storico della filosofia Maximiliano Francisco Trujillo Lemes, docente
all’Università dell’Avana, è dichiaratamente marxista, e sposa la tesi
materialista per cui la religione sarebbe espressione della società, a sua
volta prodotto dei rapporti materiali. A questo proposito, nella sua analisi
del fenomeno religioso in generale, e del cattolicesimo nello specifico, si
rifà a Feuerbach, Marx, Lenin e Gramsci. Non di rado, inoltre, mostra una
conoscenza superficiale della religione cattolica nel suo insieme, laddove ad
esempio taccia il Medioevo di oscurantismo, o esagera il cambiamento portato
dal Concilio Vaticano II. Tuttavia, il contenuto della sua opera rimane molto utile,
per quanto riguarda la storia del cattolicesimo cubano nel primo decennio della
Rivoluzione, e ricca di citazioni interessanti.
Nella
prima parte introduttiva, oltre alle succitate elucubrazioni marxiste, traccia
un quadro dello sviluppo storico della Chiesa Cattolica a Cuba, mettendo in
luce il suo ruolo fondamentale nello sviluppo intellettuale dell’isola e della
nazione, senza trascurare i suoi punti dolenti, come l’eccessiva dipendenza
dalla Spagna, prima ancora che da Roma, e la scarsa attenzione mostrata verso i
ceti meno abbienti, a partire dagli schiavi. Ricorda inoltre che al processo rivoluzionario
contro il regime instaurato da Batista parteciparono numerosi cattolici, come
il Cavaliere di Colombo José Antonio Echeverría, il fondatore del Movimento
Nazionale Rivoluzionario Rafael García Bárcena, che scrisse in carcere l’opera
neotomista “Rediscubrimiento de Dios”,
e Padre Guillermo Sardiñas, che partecipò alla guerriglia sulla Sierra Maestra,
né fu l’unico cappellano tra le fila dei rivoluzionari. Tra le gerarchie
ecclesiastiche, il principale oppositore del regime fu Mons. Enrique Pérez
Serantes, Arcivescovo di Santiago.
Dopo
che la Rivoluzione prese il potere, ossia a partire dal 1° gennaio 1959, tra i
cattolici ci furono tre tendenze principali, secondo la ricostruzione dell’autore.
La prima cercò di mantenere uno spazio cattolico all’interno del processo
rivoluzionario, rivendicando la partecipazione del laicato e del clero a questa
tappa della storia nazionale. È il caso appunto di Mons. Pérez Serantes, che
chiede al governo democrazia e riforme sociali, così come del quindicinale
francescano “La Quincena”, o del Vescovo di Pinar del Río Mons. Evelio Diaz, o
del Presidente dell’Azione Cattolica Andrés Valdespino. Del resto, nota
l’autore, la Chiesa cubana possedeva pochi terreni, da quando i principali
ordini religiosi erano stati espropriati nell’Ottocento, e quindi poteva
schierarsi tranquillamente a favore della riforma agraria. Questa tendenza
culmina nel Congresso Cattolico Nazionale alla fine del 1959, per poi svanire a
favore delle altre due tendenze, man mano che la situazione politica e sociale
si radicalizzava.
Un'altra
parte dei cattolici, invece, mostrò ostilità fin da subito verso la Rivoluzione
Cubana, a partire dalla Legge 11, che colpiva l’istruzione privata, ma ebbe
maggiore rilevanza a partire dall’inizio del 1960, aumentando man mano che si
diffondeva l’opinione secondo cui il processo rivoluzionario stava assumendo
caratteri marcatamente comunisti e marxisti. La nazionalizzazione
dell’educazione e della stampa, così come la legge sulla proprietà immobiliare
urbana, andavano inoltre a colpire gli interessi materiali dell’Episcopato, che
reagì con la Lettera Collettiva del 7 agosto 1960, con cui esprimeva la propria
preoccupazione per la deriva socialista del governo e i suoi legami, non solo
economici, ma anche culturali con i Paesi del Blocco comunista. I principali
esponenti ecclesiastici a levare la propria voce contro il comunismo furono
sempre Mons. Pérez Serantes, ribadendo lo slogan “Cuba sì, comunismo no”, e Mons.
Eduardo Boza Masvidal, Vescovo ausiliario dell’Avana e Rettore dell’Università
di San Tomás de Villanueva, il quale lamentava come le misure sociali
intraprese fossero anticristiane nello spirito.
Non
mancò, però, neanche una terza tendenza, ossia quella dei cattolici schierati
apertamente con la Rivoluzione, ritenuta consonante con il cristianesimo. La
personalità più rilevante fu Padre Ignacio Biaín, direttore de “La Quincena”, ma ve ne furono molti
altri, come il succitato Valdespino, Sara Pastora Fernández, e non pochi
sacerdoti e laici. L’ala più radicale era quella dell’associazione cattolica
“Con la Cruz y con la Patria”, guidata dal sacerdote Germán Lence, poi sospeso a divinis per i suoi violenti attacchi
contro i suoi superiori. Giova però notare come tutti costoro non fossero marxisti né legati esplicitamente alla Teologia della Liberazione, ma
proclamassero il carattere antiliberista della dottrina sociale della Chiesa,
schierandosi quindi su posizioni nazionaliste e cristiano-sociali,
tendenzialmente in linea con il governo castrista. Sarebbe quindi falsa, secondo
l’autore, la ricostruzione per cui la Chiesa avrebbe osteggiato compattamente
la Rivoluzione Cubana.
L’ostilità
tra queste due fazioni, che avevano ormai assorbito la prima tendenza, più
attendista, infiammò il dibattito politico e culturale cattolico dall’inizio
del 1960 fino a metà del 1961. Nei due anni successivi, i controrivoluzionari
tacquero, senza cessare però la loro opera politica e militare contro Cuba,
dall’invasione di Playa Girón, alla guerriglia nell’Escambray. In questo
periodo, molti religiosi furono espulsi o se ne andarono da Cuba. Molti storici
hanno parlato di “silenzio della Chiesa” per il periodo che va dal 1961, con
l’ultima lettera pastorale di Mons. Pérez Serantes, al 1969, con la
pubblicazione di un Comunicato della Conferenza Episcopale che accettava essenzialmente
il fatto compiuto e si poneva in una posizione di dialogo. L’autore non concorda
con questa tesi, dal momento che i cattolici cubani continuarono ad esprimersi,
anche in assenza di pronunciamenti ufficiali delle gerarchie episcopali.
Questo
non vale solo per i cattolici rivoluzionari, i quali trovavano spazio sulla
stampa pubblica, ed abbracciavano positivamente il Concilio Vaticano II. Il
nuovo organo “ufficioso” della Chiesa fu, invece, “Vida Cristiana”, fondato nel
1962 a Sancti Spíritus e liberamente pubblicato ogni domenica in tutta l’isola
a partire dall’inizio del 1963 fino ad oggi. Per circa vent’anni fu l’unico
periodico non governativo, anche se furono pubblicati anche altri testi da
parte ecclesiastica. Oltre ad argomenti prettamente religiosi ed ecclesiali,
“Vida Cristiana” portò avanti una serrata critica all’ateismo scientifico
propugnato dal marxismo, riaffermando di contro la conciliabilità tra scienza e
fede.
Dall’altra
parte, dopo la morte di Biaín nel 1963, la rubrica “Mundo Católico” sul settimanale “El Mundo” fu rilevata dal sacerdote Carlos Manuel de Céspedes García-Menocal,
oggi Vescovo di Matanzas. L’autore dedica alle sue
posizioni molto spazio. In pratica, Céspedes difendeva il valore sociale e
umano del cristianesimo, accettava il dialogo con gli acattolici e criticava
gli errori commessi dal clero cubano in passato, restando però su posizioni
cattoliche e tomiste in linea con il Magistero di Paolo VI. Possiamo dire che,
per molti versi, anticipasse già la via che avrebbe seguito la Chiesa Cattolica
a Cuba, volta a ricercare un modus vivendi con il governo socialista.
Concludendo,
il testo, ancorché di difficile reperimento fuori da Cuba, resta valido.
Nonostante la parzialità ideologica dell’autore, le tesi storiche espresse,
ossia l’eterogeneità delle posizioni cattoliche di fronte alla Rivoluzione e
l’assenza di un vero e proprio “silenzio della Chiesa”, sono ben documentate e
condivisibili. L’interesse destato dall’opera coinvolge, inoltre, non solo la
questione storica della rivoluzione cubana, ma più in generale la questione
attuale dei rapporti tra Tradizione cattolica e movimenti sociali in America
Latina.

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