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19 novembre 2019

Celebrano il nulla al posto degli eroi

di Tommaso Lupica
Ogni epoca ha bisogno dei suoi eroi. I giorni nostri non fanno eccezione. Molte persone mancano di punti di riferimento, di grandi uomini e donne che insegnino come agire nei momenti di crisi. Di conseguenza, avere un’occasione per conoscere e interrogare questi personaggi è utile non solo al singolo individuo, ma, di riflesso, anche all’intera società. Questo pensiero vale soprattutto per quel fenomeno commerciale che è la festa di Halloween, da poco passata.
Non farò una rassegna dei pro e dei contro della festa, né la sua storia, né dei legami con altre pratiche di carattere occulto (se non propriamente satanico). Tutto il contrario. Voglio invitare a riflettere su quanto la festa di Halloween sia inutile (quando non dannosa) se posta in rapporto alla festa di Ognissanti. Ma, ci tengo a sottolineare, da un punto di vista civile e laico.

La festa di Halloween è sfruttata abilmente, come tante altre occasioni, in un’ottica principalmente commerciale, mentre la sua origine interessa, in realtà, solo i pochi addetti del mestiere. Per poter sfruttare questa ricorrenza è necessario abituare la gente a festeggiarla e a farlo in un determinato modo. Vi è dunque un’accurata preparazione, un coinvolgimento di tutte le attività commerciali, la partecipazione dell’autorità civile. Il tutto davanti ad uno sfondo macabro, perché, seppur in forme fantasiose o divertenti, i soggetti della festa appartengono alla sfera della morte e del truculento.

I bambini la percepiscono come un evento giocoso, e passano alcune settimane avvolti da queste eccentriche ambientazioni. Andando in su con l’età, adolescenti e giovani la sfruttano come occasione per fare festa, con il particolare della mascherata e del costume da qualsivoglia creatura delle tenebre. Se vista su un piano superficiale, la festa ha una sua facciata caratteristica, ma null’altro. Il suo significato interessa a pochi, ed è normale dato che non appartiene alla nostra tradizione. Se poi si va ad approfondire il  valore che la ricorrenza ha per il mondo dell’occulto si scopre ben altro, ma di questo non verrà discusso qui.
Dunque il giorno dei santi e dei morti ha ormai preso questa caratterizzazione. Anche se non ci venisse detto nulla, capiremmo benissimo che si tratta degli ultimi giorni di ottobre da tutte le decorazioni che tappezzano. La festa ormai è diventata questo.

Dove sta il male? A cosa si è sostituita? Non alla festa dei morti, poiché in un certo senso li richiama esplicitamente, bensì alla festa dei santi.
Mettendo per un momento da parte l’aspetto religioso, i santi si potrebbero definire uomini e donne che hanno costituito eccezionali esempi di virtù: nella carità, nell’ascesi, nel prendersi cura del prossimo, nello studio, fino all’estrema e fatale coerenza dei martiri. Esempi di virtù che hanno colpito non solo i credenti, ma anche i non credenti e gli appartenenti ad altre religioni. La festa di Ognissanti ricorda dunque questi grandi uomini e donne. Anche per un non credente dovrebbe essere evidente il patrimonio di cultura e di insegnamenti che queste persone hanno lasciato (e continuano a lasciare) a noi contemporanei.

Ogni età ed ogni categoria ha i suoi santi. San Domenico Savio e sant’Agnese per i bambini; il beato Carlo Acutis e Chiara Luce Badano per i ragazzi; i coniugi Martin per i genitori; santa Monica per le madri; san Giuseppe per i padri; san Giorgio e san Michele Arcangelo per i combattenti. Si potrebbe andare avanti per moltissime pagine. Vi sono esempi per tutte le età, per tutte le categorie, per tutti i mestieri. Esempi di virtù per ogni persona. Un immenso patrimonio di comportamenti virtuosi da cui attingere. E sono questi i protagonisti di Ognissanti.

Nel momento del bisogno, perché non sfruttare le esperienze di vita di queste persone straordinarie e ricavare qualcosa di buono anche per i giorni nostri? Questa è la vera domanda che dovremmo porci. Difronte alla possibilità di ricordarli ( e quindi di conoscerli), perché sprecare questo tempo prezioso nel vortice consumistico e aperto all’occulto di Halloween? Non è mai semplice ribaltare una consuetudine, ma capire gli assoluti benefici che la vera festa può dare, è un notevole passo avanti.

Cosa poter fare dunque per tornare a valorizzare Ognissanti? Intanto attuando un notevole sforzo educativo nel mostrare come sia molto più conveniente avvicinare le persone alle figure dei santi piuttosto che alla vuota e macabra manifestazione di Halloween. Partendo dall’infanzia, facendo conoscere a bambini e giovani la loro storia e ciò che hanno realizzato. Togliere tempo ad inutili decorazioni, dedicandosi piuttosto a progetti che mettano al centro santi vicini ai bambini e ai ragazzi, per mostrare come la virtù sia tutt’altro che un’utopia. Per gli adulti si potrebbero creare momenti di approfondimento, soprattutto di temi come l’immensa produzione letteraria, religiosa, storica e filosofica che i santi hanno lasciato. Altra proposta possibile: il ruolo dei santi e delle sante nelle grandi battaglie sociali. Incontri, cicli di conferenze, percorsi tematici. Potenzialmente le iniziative sono numerosissime, e i benefici, credo, evidenti. 

Riappropriarsi della festa di Ognissanti non può assolutamente definirsi “una cosa da bigotti”, né la riproposizione di una ricorrenza ormai priva di significato. Al contrario, essa può rivelarsi una grande fonte di benefici per l’intera società, sia per i credenti che per i laici. Inoltre le verrebbe nuovamente attribuito il profondo significato che le spetta e di cui godeva in passato; cosa utile per toglierla dal cortocircuito commerciale e occulto in cui è ormai scaduta.
Non vi sono controindicazioni nel tornare a guardare ai santi. Tornare a dar loro valore non è un peso, ma una delle cose di cui avremmo più bisogno.


 

01 novembre 2017

Il gatto nel medioevo


di Storia delle idee

Tra poco si festeggerà Halloween e come tutti gli anni si tornerà a parlare delle superstizioni legate ai gatti neri, animali da sempre associati alla stregoneria e alle tenebre.
Tali discorsi spesso si allargano a considerare la figura del gatto nel Medioevo, e in queste circostanze viene rinverdita una vecchia storia secondo la quale il Medioevo fu un’epoca particolarmente ostile a questi felini, con massacri di gatti giustificati e fomentati perfino da bolle papali. Secondo questa narrazione, la penuria di gatti che si era venuta a creare favorì la crescita demografica dei topi e con essa l’insorgenza di epidemie di peste.

In effetti è ben possibile che superstizioni sui gatti si siano tramandate durante il corso del Medioevo, soprattutto nei ceti meno abbienti e nelle aree rurali.
Non si può nemmeno escludere che durante alcuni festeggiamenti popolari si facesse del male a certi animali, del resto superstizioni e maltrattamenti sono presenti tanto nel mondo antico quanto in quello moderno.
Per il mondo antico il sacrificio animale era un’istituzione ufficiale e veneranda che solo il cristianesimo arrivò a mettere in discussione, e a livello popolare erano numerose le festività in cui gli animali venivano uccisi, spesso in modo brutale: in occasione dei Cerialia, 19 aprile, i Romani davano fuoco a delle volpi e le lasciavano scappare avvolte dalle fiamme, il 3 agosto invece crocifiggevano cani.
Per quanto riguarda l’età moderna si potrebbe segnalare l’usanza, attestata in varie zone ancora nel XVII secolo, di gettare animali vivi nei falò di San Giovanni, che sia i poteri laici che la Chiesa avevano tentato senza successo di togliere di mezzo.
Senza arrivare a tale livello di crudeltà verso gli animali, possiamo dire che perfino ai nostri giorni persistono molti pregiudizi, ad esempio, non è ancora del tutto scomparsa l’idea che il gatto nero porti sfortuna quando attraversa la strada su cui siamo in cammino.

Ma l’idea che il gatto in particolare fosse oggetto di diffusa crudeltà durante il Medioevo, e che questa crudeltà godesse addirittura dell’avallo della Chiesa, sembra tutta da dimostrare.

Si citano in particolare due documenti papali che avrebbero prodotto, direttamente o indirettamente, un’autentica mattanza di gatti: “Vox in Rama”, bolla di Gregorio IX (1233), e la bolla “Summis desiderantes affectibus” di Innocenzo VIII (1484).
Il primo documento, la cui autenticità tra l’altro è discussa, non indica il gatto come animale demoniaco, né incoraggia i fedeli a perseguitarlo. Semplicemente il testo riporta la descrizione di un rituale di iniziazione ad un culto satanico, un Sabba, che in una sua fase coinvolgerebbe un enorme gatto nero:

“tutti si siedono per banchettare e quando anche questo e’ finito e tutti si alzano, da una specie di statua che di solito si trova in queste riunioni, emerge un gatto nero.
E’ grande quanto un cane di buona taglia, ed entra camminando all’indietro con la coda sollevata.
Per prima cosa il novizio gli bacia il posteriore, poi fa lo stesso il Maestro delle Cerimonie, ed infine vi partecipano tutti, a turno. O almeno, tutti quelli che meritano tanto onore. Il resto, cioe’ quelli che non ne sono ritenuti degni, baciano il Maestro delle Cerimonie.
Ritornati ai loro posti, per un po’ restano in piedi in silenzio, con le teste girate verso il gatto.
Quindi il Maestro esclama: “Perdonaci”.
La persona dietro di lui ripete la formula ed una terza aggiunge: 'Signore lo sappiamo'. Un quarto partecipante finisce la formula dicendo: 'Obbediremo'.
Quando questa cerimonia si e’ conclusa, le luci vengono spente ed i presenti si abbandonano alla piu’ abominevole sensualita’, senza badare al sesso”

Il documento è semplicemente un’esortazione ad estirpare le eresie, nessuna crociata contro i gatti è bandita.

Per quanto riguarda la bolla “Summis desiderantes affectibus”, in cui il pontefice incaricava i due domenicani Heinrich Institor Kramer e Jacob Sprenger di estirpare la stregoneria dalla Germania, non è possibile citare i passi riguardanti i gatti per la semplice ragione che questi non vi sono mai menzionati!
La bolla non parla mai di gatti e dunque non può averli demonizzati in alcun modo. In realtà non c’è evidenza nel Medioevo di un odio così forte e diffuso verso i felini, soprattutto all’interno della Chiesa.
Monasteri e cattedrali ospitavano spesso i gatti, apprezzati proprio per la lotta contro i topi, e a testimoniarlo ci sarebbero svariati manoscritti medievali evidentemente macchiati da impronte feline. A volte si dotavano le porte di passaggi per gatti (nella cattedrale di Exeter uno dei più antichi).
Una gatta, “Sora gattuccia”, compare anche nell’agiografia di Santa Chiara d'Assisi, a stretto contatto con lei e le clarisse fino al punto di presenziare anche alle attività che si tenevano in chiesa.

A prova della stretta convivenza tra monaci e gatti anche la seguente poesia, scritta da un monaco irlandese che paragona i propri sforzi per apprendere a quelli del suo gatto nel cacciare i topi:

“Io e Pangur Bán, ciascuno di noi
è occupato con la sua specialità:
la sua mente è presa dalla caccia dei topi
la mia mente è presa dal mio studio.

Io amo, più che ogni fama,
restare a studiare in silenzio sul mio libro,
Pangur Bán non mi invidia,
lui ama la sua arte divertente.

Quando siamo, senza nessuna noia,
soli nella nostra casa,
abbiamo qualcosa a cui applicarci:
è un'occupazione senza fine.

Capita che un topo cada nella sua trappola,
è il risultato di una battaglia valorosa.
Da parte mia, nella mia trappola cade
qualche difficoltà di significato.

Lui dirige il suo occhio acutissimo
verso la parete della stanza.
Il mio occhio, anche se molto più debole,
lo dirigo verso la sottile conoscenza.

Lui è contento con un rapido movimento
quando un topo è intrappolato.
Anch'io alla fine sono felice
quando risolvo una questione difficile.

Siamo sempre così,
e nessuno di noi disturba l'altro:
ad ognuno piace la sua abilità
e si contenta dei suoi risultati.

Lui è il padrone
del lavoro che fa ogni giorno,
io posso terminare il mio compito:
comprendere ciò che è difficile.”


In un manuale il gatto è addirittura consigliato come animale da compagnia alle donne che intendono farsi eremite!
Anche nel mondo profano il gatto era spesso tenuto in buona considerazione: era l’animale da compagnia di Eleonora Plantageneto, Francesco Petrarca e altri.
L’imperatrice Teodora poi coccolava a tal punto il suo gatto da farlo mangiare in una scodella d’oro tempestata di pietre preziose.
Nei manuali di buona educazione dell’epoca si raccomandava di non far accostare i gatti al tavolo dove si mangia (testimonianza indiretta del fatto che fosse diffusa l’usanza opposta, e che quindi i gatti vivessero a strettissimo contatto con i padroni)

Ora, è certamente vero che il gatto talvolta è diventato icona luciferina, ma ciò è avvenuto, paradossalmente, proprio perché si ammiravano le sue doti predatorie, perfette per rappresentare la pericolosità del demonio.
Dietro certe associazioni di idee non si cela necessariamente disprezzo per l'animale, altrimenti dovremmo concludere che anche i preti fossero mal considerati, visto che nel Malleus Maleficarum viene riportato un aneddoto in cui il diavolo si sarebbe manifestato sotto forma di sacerdote.
In qualche caso il gatto diventa addirittura uno strumento attraverso cui Dio disapprova e castiga chi lo rifiuta: in un racconto di Luca da Tüy (XIII sec.) un gatto domestico si scaglia contro un eretico e bestemmiatore.

Stando così le cose, possiamo concludere che il gatto, al di là dei significati allegorici, nel Medioevo ha vissuto accanto agli uomini senza particolari problemi, apprezzato da molti per le sue qualità predatorie e da altri semplicemente per il suo aspetto.
Che il gatto possa esser diventato spesso un simbolo di voracità e insidia può lasciar perplesso solo l'uomo moderno, poco avvezzo ad assistere allo spettacolo della cattura dei topi da parte dei suoi amici felini.
Oggigiorno il gatto può solo occasionalmente sorprenderci catturando un uccellino sotto i nostri occhi, ma l'eterna e cruenta lotta tra gatto e topo di sicuro non è più, per la maggior parte di noi, un'evidenza quotidiana e costante come lo era nel Medioevo. Il gatto a cui siamo abituati è, per certi versi, una versione edulcorata di quello di cui facevano continuamente esperienza i nostri antenati.

Non si confonda, ad ogni modo, il ruolo simbolico dell'animale con l'effettivo trattamento ad esso riservato.
Nell'antico Egitto il gatto godeva teoricamente di grandissima considerazione, eppure in epoca ellenistica dei gattini venivano appositamente allevati, uccisi e mummificati per essere venduti, come offerte votive, ai pellegrini in visita ai templi.
Grandissima considerazione riceveva anche il cane presso i Persiani, ma, come abbiamo già visto in passato, questo lo esponeva a dure punizioni corporali che oggi non riusciamo a comprendere e condividere.
Considerando che presso le fasce più incolte e povere della popolazione in ogni tempo si perpetuano superstizioni e tradizioni che non disdegnano atti di violenza contro gli animali, sarebbe strano se, sotto questo punto di vista, il Medioevo facesse eccezione.
Ma sembra di poter dire che il Medioevo non si è contraddistinto in questo campo e che la Chiesa, spesso accusata di aver alimentato certe idiosincrasie, in realtà non c'entri nulla con la persecuzione dei gatti.
Una curiosità: la santa patrona dei gatti, spesso raffigurata con un gatto nel grembo, è Santa Gertrude di Nivelles, donna dell’alto medioevo (VII sec.).

Viene allora da chiedersi chi e perché abbia diffuso una certa narrazione dei fatti. Rinunciando per ora a dare una risposta esaustiva a queste domande, segnaliamo due fatti in cui ci siamo imbattuti durante le nostre ricerche.

1- Una famosa citazione di Innocenzo VIII senza fonti attendibili?

Sul web si riporta spesso, attribuendola ad Innocenzo VIII, la seguente frase: "Il gatto è l'animale preferito del diavolo e idolo di tutte le streghe".
In genere viene presentata come datata al 1484, che è l'anno di pubblicazione della bolla "Summis Desiderantes Affectibus", nella quale però, come sappiamo, la frase non compare.
I primi siti internet a riportarla, fanno riferimento all'articolo "Heretical Cats: Animal Symbolism in Religious Discourse" di Irina Metzler, che però data la frase al 1486.
La Metzler dove ha trovato questa frase?
La fonte non è affatto un testo antico ma "Gatti nell'arte" di Stefano Zuffi, nell'edizione tedesca del 2007 (sul web si riesce a leggere l'estratto che ci interessa solo nella versione inglese del 2007, e la frase in effetti è presente, benché datata al 1484).  Per una lettura integrale non ci è stato possibile reperire altro che l'edizione italiana del 2016 e in essa non è contenuto nulla del genere: la frase non compare, né datata al 1484 né datata al 1486, e in bibliografia sono riportati solo 14 libri, tutti di storia dell'arte, senza che vi sia nemmeno un documento pontificio o un volume di storia ecclesiastica.

La nostra ipotesi è che nelle prime versioni fosse contenuto un errore poi cassato in quelle successive.

2- I gatti murati vivi nella Torre di Londra e nella Christ Church sono frutto di un equivoco?

Un’altra storia ricorrente sul web è quella secondo la quale dei gatti sarebbero stati murati vivi sotto la Torre di Londra e la Christ Church (di quale città? Non è mai specificato). Anche sul già citato “Gatti nell’arte” si fa un breve cenno all’usanza di murare vivi dei gatti nelle fondamenta di alcuni edifici, tuttavia effettuando una ricerca sul web non abbiamo trovato nulla di simile ascrivibile al medioevo europeo.
In compenso abbiamo forse scoperto da dove derivano le storie sulla Torre di Londra e sulla Christ Church.
Se la Christ Church cui si fa riferimento è quella di Dublino, allora segnaliamo che esiste un aneddoto riguardante un gatto ed un topo rimasti incastrati nelle canne dell’organo della cattedrale e rinvenuti successivamente, attorno al 1860, oramai mummificati.
I due animaletti sono tuttora esposti nella cripta dell’edificio.

Per quanto riguarda la Torre di Londra, nel 1794 vi fu rinchiuso l’avvocato e poeta John Augustus Bonney, accusato di alto tradimento.
Durante la prigionia fece amicizia con un gatto a cui diede il nome di “Citizen”, fin quando le accuse contro di lui caddero e poté riassaporare la libertà.
Citizen morì qualche tempo dopo in un incendio, e il poeta, distrutto, desiderò che venisse seppellito nella Torre di Londra. Per il suo amico a 4 zampe scrisse questo epitaffio:

EPITAPHON A CAT NAMED CITIZEN

IF, led by fancy o'er this sent of woe
In search of secrets hid within these walls,

Thine eye, kind reader, thou should'st chance to

   throw

On the small spot where my poor dwelling falls;

Think not, within this cell there there is compress'd
Aught which the world could envy, nor could fear;
Nor stars, nor ribbons deck'd my honest breast?
An humble Citizen lies burled here.
A friend, that could my lowly talents prize,
(At his fond kindness, reader, do not laugh)
Sooth'd my last moments, clos'd my dying eyes.
Dug here my grave, and wrote my epitaph.
But lest these lines thy fancy should deceive,
And thou should'st think some patriot claims a tear,
Thy rising anguish let me now relieve:
'Tis only Puss, the Citizen, lies here.


Buried in the Tower Wall, 22d August 1794. J.A.B


Si ringrazia per la consulenza Gianluca Mandatori, dottorando di ricerca in Storia Antica, Sapienza-Università di Roma


Bibliografia:

“Gatti nell’arte”, Stefano Zuffi, Sassi 2016

“Gli animali che vissero coi Santi”, Felice Rossetti, Porziuncola, Assisi 1995

“I regni dei Celti”, Myles Dillon e Nora Chadwick, Il Saggiatore 1968

“Il martello delle streghe”, Heinrich Institor Krämer e Jacob Sprenger, Spirali 2003

“La religione di Roma antica”, Dario Sabbatucci, Edizioni SEAM 1988

“Heretical Cats: Animal Symbolism in Religious Discourse” Irina Metzler, Medium Aevum Quotidianum Vol. 59 (2009)

http://storiadelleidee.blogspot.it/2017/10/il-gatto-nel-medioevo-era-davvero-cosi-odiato.html


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28 ottobre 2016

Portate i figli al cimitero e non avrete paura di Halloween


di Francesco Filipazzi

La questione Halloween si ripropone, nell'area cattolica, puntualmente, anche quest'anno. Fra chi ostenta la sonora condanna contro la satanica festa consumista, chi lo festeggia all'oratorio e chi se ne frega altamente, viene da chiedersi chi abbia ragione.

L'atteggiamento puritano, quello che contribuisce a rendere i cattolici delle macchiette, è in realtà frutto di una protestantizzazione del linguaggio in corso da alcuni anni. L'avversione ad Halloween è infatti nata in ambienti luterani oltranzisti e recentemente è rinverdita negli ambienti evangelici. Come nota Massimo Introvigne, le usanze che tipicamente vengono legate a questa festa fanno parte del retaggio delle usanze dei cattolici del nord Europa, tipicamente quelle irlandesi e l'avversione verso di esse nasce dall'avversione degli eretici per i "papisti".

Fa parte inoltre del retaggio culturale italiano, tipicamente delle zone del sud, la leggenda per cui nella notte fra la ricorrenza dei morti e quella dei santi, i defunti di ogni famiglia portino dei doni ai parenti ancora in vita. La tradizione popolare quindi non è totalmente estranea rispetto alle rappresentazioni folkloristiche (termine non usato in senso spregiativo) dei cari estinti, tanto che la sera dei Morti in alcuni luoghi diventa una festa di paese, con tanto di braci accese e tavole imbandite.

Va infatti notato che il rapporto dei cattolici con Sora Morte non è tetro ma anzi a tratti goliardico. I morti sono infatti ancora vivi altrove e commemorarli non deve essere per forza un'autoflagellazione, in stile appunto puritano.

Ciò che di Halloween viene contestato è tipicamente la piega macabra che prendono gli eventi, poiché adulti e bambini si mascherano da mostri e demoni per giocare a dolcetto o scherzetto. Anche in questo caso, posto che l'importazione consumistica di questa usanza è solo un grande affare per chi sa cavalcare queste cose, è abbastanza stucchevole pensare che qualche ragazzino vestito da mostro possa evocare il Demonio fra le nostre case. Al momento ci pare che il Nemico non abbia bisogno di costumi per girare liberamente fra noi, evocato com'è quotidianamente nelle cliniche abortiste (ricordiamo che l'aborto è, quello si, un'antica usanza sacrificale a Satana) o nei laboratori di ingegneria genetica.

Il consiglio è, per i genitori che si interrogano su questa data, di non assumere atteggiamenti caricaturali. Se la figlia di sei anni dovesse chiedere di andare a fare dolcetto o scherzetto con gli amichetti, riponete per un attimo torce e forconi e date il giusto peso a ciò che vi si para davanti. Vostra figlia non è una strega!

Personalmente, se dovessi fare un invito, più che a non festeggiare Halloween inviterei a portare i figli al cimitero. Inoltre chiederei ai preti di evitare di festeggiare questa non-festa in oratorio, spiegando invece cosa sono l'1 e il 2 novembre. Noi cattolici dovremmo infatti spiegare ai nostri bambini il vero significato della ricorrenza dei Morti, portandoli a trovare i nonni, gli zii e i parenti scomparsi, per spiegare che in quelle tombe ci sono i nostri antenati e le nostre radici. Questo permetterà loro di sapere chi sono, molto più che il divieto di andare a fare una festicciola con gli amici, curandosi nel caso che rimanga una festicciola e che non sfoci in qualche gioco più pericoloso.

Il pericolo di Halloween si materializza infatti quando alla pagliacciata viene sovrapposto il Sabba. Molti per gioco in questa notte si mettono a emulare rituali che non andrebbero mai celebrati, pensando che sia solo divertimento. In questo caso l'attenzione deve essere altissima, come spiegano gli esorcisti, perché dal divertimento alla tragedia il passo è breve. Che la notte fra il 31 e l'1 abbia infatti una certa valenza per le sette, in virtù dei significati cosmici che le si possono attribuire, è vero e ciò non va preso sottogamba. Che certe "porte" possano essere varcate evocando presenze malvagie e pericolosissime è vero.

E' giusto quindi vigilare, quando i figli crescono e non solo una notte all'anno.

 

31 ottobre 2013

Halloween: notte di streghe o di santi?

di Lorenzo Roselli

Normalmente, quando a proferire la parola Halloween è un cattolico, risulta difficile non sentire esecrazioni e recriminazioni ad essa associati. In generale, molti cristiani vedono nella festa autunnale di Halloween nulla più che pericolose rimembranze di culti ancestrali, rielaborate in chiave cimiteriale. Altri le affibbiano direttamente attributi diabolici, ispirati magari da qualche remoto fatto di cronaca riguardante le Bestie di Satana.
 

29 ottobre 2012

Tutto quello che non ci dicono su Halloween (II parte)

di Giuliano Guzzo

(LEGGI LA PRIMA PARTE: http://www.campariedemaistre.com/2012/10/tutto-quello-che-non-ci-dicono-su_5196.html)

Perché è una festa da non festeggiare 
Potremmo naturalmente continuare a lungo con le citazioni se non fosse già evidente che la notte di Halloween è per eccellenza la notte dei satanisti e, per chi ci crede, del Diavolo. Dunque una notte non così allegra e che oltretutto, secondo alcune ricerche, presenta altri risvolti non particolarmente allegri. Infatti, anche se non è stata dimostrata una crescita superiore dei tassi di violenza, sappiamo che la “notte delle streghe” coincide col momento dell’anno nel quale nascono meno bambini [14] e nel quale ne muoiono di più dato che la mortalità infantile per incidenti, a causa dell’abitudine – tipicamente statunitense ma diffusa sempre più anche da noi - di lasciare i giovanissimi circolare a caccia di dolcetti per vie e strade, la notte di Halloween arriva ad essere quattro volte superiore alla media [15].
 

Tutto quello che non ci dicono su Halloween (I parte)

di Giuliano Guzzo

Esageri, è incredibile, non scherzare: le reazioni che s’incontrano nel raccontare le dinamiche esoteriche della festa di Halloween sono in genere di questo tipo, ossia del massimo scetticismo. Svelare i retroscena di quella che per molti è solo una carnevalata genera disturbo rispetto ad convincimento che non si vuole mettere in discussione: Halloween è bella festa, innocua ed allegra, e sbaglia chi ne dubita. Ora, spiace contraddire quanti – in perfetta buona fede, naturalmente – si sono fatti di quest’idea, ma poiché è sempre disonesto sottrarsi ad confronto con la realtà, eviteremo di farlo.