di Giuliano Guzzo
Grandi festeggiamenti, l’altro ieri, per la notizia che la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali delle quali è stato così caldeggiato il riconoscimento. In realtà, la Corte europea dei diritti umani – oltre ad essersi da tempo espressa contro il divieto dell’adozione del single omosessuale (caso E.B. c. Francia, 2008) – aveva già definito come violazione sia la mancata tutela e riconoscimento, in uno Stato, delle coppie omosessuali (caso Schalk e Kopf c. Austria, 2010), sia la loro esclusione dalle unioni civili (caso Vallianatos e altri c. Grecia, 2013), pronunciandosi successivamente pure a favore della richiesta, da parte di una donna, di poter adottare il figlio biologico della sua compagna (caso X c. Austria, 2013). Quindi la decisione di ieri – che fra l’altro non è definitiva e può essere appellata – stupisce fino ad un certo punto, dato che rispecchia una tendenza giurisprudenziale consolidata e del tutto combaciante con le istanze della cultura egemone: i giudici europei, molto semplicemente, hanno scelto di proseguire la loro marcia arcobaleno; la notizia è tutta qui, anche se è comprensibile il tentativo, da parte del mondo LGBT italiano e dei suoi sostenitori, di presentare la sentenza di condanna all’Italia come rivoluzionaria.
Grandi festeggiamenti, l’altro ieri, per la notizia che la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali delle quali è stato così caldeggiato il riconoscimento. In realtà, la Corte europea dei diritti umani – oltre ad essersi da tempo espressa contro il divieto dell’adozione del single omosessuale (caso E.B. c. Francia, 2008) – aveva già definito come violazione sia la mancata tutela e riconoscimento, in uno Stato, delle coppie omosessuali (caso Schalk e Kopf c. Austria, 2010), sia la loro esclusione dalle unioni civili (caso Vallianatos e altri c. Grecia, 2013), pronunciandosi successivamente pure a favore della richiesta, da parte di una donna, di poter adottare il figlio biologico della sua compagna (caso X c. Austria, 2013). Quindi la decisione di ieri – che fra l’altro non è definitiva e può essere appellata – stupisce fino ad un certo punto, dato che rispecchia una tendenza giurisprudenziale consolidata e del tutto combaciante con le istanze della cultura egemone: i giudici europei, molto semplicemente, hanno scelto di proseguire la loro marcia arcobaleno; la notizia è tutta qui, anche se è comprensibile il tentativo, da parte del mondo LGBT italiano e dei suoi sostenitori, di presentare la sentenza di condanna all’Italia come rivoluzionaria.
Il dato su cui riflettere, tuttavia, è un altro ossia la sempre più
lampante necessità di difendere la famiglia come istituto naturale e non
più e non solo come istituto giuridico. Anche nel mondo cattolico
italiano, infatti, si è fatta recentemente strada la moda di dichiararsi
a favore della «famiglia costituzionale», come se la
centralità dell’unione stabile e pubblicamente riconosciuta fra uomo e
donna fosse da attribuirsi alla saggezza dei Padri costituenti o a
qualche illuminata sentenza della Corte Costituzionale. Intendiamoci: è
vero che l’articolo 29 della nostra Carta riconosce la famiglia come «società naturale fondata sul matrimonio»
ed è anche vero che a tal proposito la Corte Costituzionale, difendendo
il primato dell’unione matrimoniale, ha stabilito che, per quanto
travolgenti, le «trasformazioni dell’ordinamento, ma anche dell’evoluzione della società e dei costumi» non possono, rispetto, alla concezione del matrimonio dei Padri Costituenti, incidere «sul nucleo della norma»
(Sentenza n. 138/2010). Tuttavia i pronunciamenti agghiaccianti della
Corte europea dei diritti umani da un lato, e quelli della nostra alta
magistratura dall’altro – si pensi al riconoscimento del sesso come
espressione di autodeterminazione (Cass. sez. I, sent n. 15138/2015) –
impongono ulteriori riflessioni.
C’è bisogno cioè di comprendere con chiarezza che non esiste la «famiglia costituzionale»
e neppure, a ben vedere, la famiglia tradizionale, ma semplicemente la
famiglia, che è un pilastro del quale nessuna civiltà, neppure fra
quelle più differenti dalla nostra, ha saputo fare a meno, come dimostra
il fatto che, nel mondo, a tutt’oggi ancora tantissimi Paesi non
riconoscono le unioni omosessuali ma non ve n’è neppure uno, piaccia o
meno ai giudici europei, che osi non riconoscere l’unione fra un uomo ed
una donna desiderosi di sposarsi. Come mai? Ritardo culturale mondiale?
Omofobia planetaria? Si può anche pensarlo e più di qualcuno, di certo,
lo penserà. Tuttavia un esame meno superficiale della questione non
potrà che condurre verso l’ammissione che matrimonio e famiglia sono
diffusi ovunque perché superano – e per molti versi anticipano – i
confini di singole tradizioni culturali e persino religiose essendo
patrimonio dell’umano. Questo significa che ogni qual volta qualcuno si
prende il lusso di giudicare la famiglia, anche solo parificandola ad
altri istituti quali possono essere le unioni fra persone dello stesso
sesso, è destinato a sua volta ad essere giudicato dalla famiglia e
dalla comune consapevolezza che è impossibile, per una società, farne a
meno.
Facile e fin troppo prevedibile, ora, l’obiezione: il riconoscimento
dei diritti delle coppie omosessuali non impedisce alle altre di
sposarsi e generare. Apparentemente, in effetti, sembra sia così. Se
però si abbandona l’antropologia da Baci Perugina nella quale siamo immersi – con tutto il rispetto per i Baci Perugina
ovviamente, che sono favolosi – si comprenderà presto come in
prospettiva non vi sia modo più lieve, e al tempo stesso più micidiale,
per iniziare ad eliminare, umiliandola, la famiglia che iniziare
giuridicamente a parificarla con un altro tipo di unione, peraltro
strutturalmente e non già accidentalmente infeconda quale è quella fra
persone dello stesso sesso. In quest’ottica, anche se non sembra non
soltanto il primato della famiglia viene messo seriamente in
discussione, ma si verificano contemporaneamente due passaggi
drammatici: viene fortemente relativizzato, da un lato, il valore
sociale della fecondità, e, dall’altro, viene relativizzata l’idea che i
figli abbiano bisogno di un padre e di una madre. Quanti hanno
manifestato il 20 giugno in piazza san Giovanni a Roma lo sanno bene ma
molti altri, giudici inclusi, evidentemente no. Verrebbe perciò da
piangere, anche se la consolazione – direbbe Chesterton (1874-1936) – è
che tutto questo non durerà che per una sola generazione.
(“La Croce”, 22.7.2015, p.3)

0 commenti :
Posta un commento