di Alessandro Rico
È notizia recente la
proposta di legge di Michela Brambilla, che condannerebbe a due anni
di reclusione chi mangia il coniglio, tenero animale da compagnia che
merita quindi le stesse tutele giuridiche di cani e gatti. Spaventosa
è la prospettiva illiberale di uno Stato che si ricorda di essere
etico quando vuole decidere cosa possiamo mangiare‚ e non quando
nelle scuole pubbliche si insegna la dottrina gender. In realtà si
tratta solo di una delle tante tiritere animaliste che subiremo
durante le festività pasquali, quando le bacheche dei social network
si riempiranno di commoventi immaginette di agnelli da salvare dal
mattatoio. Da qualche anno a questa parte sembra proprio che
l’umanitarismo liberal, tanto di moda negli ambienti più
all’avanguardia di Europa e Stati Uniti, si sia spinto così in là
da far rientrare nella categoria dell’umano anche gli animali. Ne è
un esempio piuttosto celebre il filosofo australiano Peter Singer,
tra i massimi esponenti della corrente intellettuale devota alla
causa degli animal rights – anche se fonti ufficiose ci
assicurano di averlo visto gustare una bella bistecca. In fondo, è
il prevedibile approdo del materialismo sensistico del mondo moderno,
in cui non c’è più posto per l’idea di una creazione ordinata e
disposta finalisticamente, né per la fede in un’anima razionale
che distingue uomo e bestia. Contano solo i sensi, ossia in che
misura si può assecondare la ricerca del piacere; e in ciò non ci
sono soglie che dividono l’animale dall’essere umano – qualcuno
direbbe che un pastore tedesco adulto ha la stessa intelligenza di un
bambino di tre anni.
Eppure,
c’è tutto un sistema di significazione attraverso il quale diamo
un nostro senso al mondo, tutto un universo cognitivo che ci separa
dagli animali, al punto che Wittgenstein, nelle sue Ricerche
filosofiche, poteva affermare che “anche se un leone potesse
parlare, noi non potremmo capirlo”. Questo mondo è il nostro mondo
e ha un certo senso per noi, e solo dentro questo nostro senso ci
sono “loro”. Che posto occupano allora gli animali? Possono
essere sfruttati, maltrattati come oggetti? Il filosofo conservatore
Roger Scruton offre forse la risposta più convincente alla pletora
di buonisti, dalla Brambilla ai vegani di Facebook. Gli animali sono
nostri amici, ma trattarli da amici significa rispettare la verità
della loro condizione. Essi non sono passibili di scelte morali,
neppure potenzialmente. Pertanto può essere discutibile una certa
modalità industriale di impiegarli, come l’allevamento in
batteria; al contrario, i metodi tradizionali di allevamento, in cui
l’animale vive nel suo ambiente prediletto, indisturbato fino al
momento della macellazione, rispondono perfettamente all’ordine (e
alla gerarchia) della natura. In questo quadro si inserisce anche la
cultura venatoria, oggetto di attacchi feroci da parte degli
animalisti, che evidentemente non hanno coscienza di quanto il vero
cacciatore ami e rispetti l’ambiente, inserendosi al posto giusto
in quella che una volta si chiamava catena alimentare – a
differenza di certi ambientalisti che per salvare una specie di pesci
porterebbero
alla rovina un intero ecosistema.
A ciò
si aggiunga che l’agnello di Pasqua veicola un profondo significato
spirituale‚ quello dell’Agnello di Dio che col suo sacrificio
dona salvezza agli uomini. Da questo punto di vista quell’arrosto
segnala un profondo cambiamento nella sensibilità religiosa dei
cristiani‚ che agli animalisti dovrebbe piacere: la fine di ogni
olocausto‚ sostituito una volta per tutte dalla morte del Figlio di
Dio. In effetti‚ verrebbe da chiedersi quanti dei sostenitori
dell’etica animale si sarebbero dissociati dalla condanna sommaria
di quell’Agnello‚ il Cristo appeso alla croce a soffrire per la
nostra redenzione. Perché l’esito di queste morali senza Dio‚
che pure partono da premesse tanto umanistiche da radunare in unico
abbraccio anche cani e capretti‚ è di sottrarre all’uomo la sua
posizione speciale‚ specie quando la persona si trova in condizioni
di particolare invisibilità‚ debolezza o malattia. Si può
uccidere un feto e sopprimere un malato‚ ma guai a cuocere gli
arrosticini. E allora‚ da buoni cristiani‚ sediamoci con la
famiglia‚ ringraziamo Dio e godiamoci l’agnello pasquale. Prima
che ci vietino pure questo.

Incondizionatamente d'accordo. L'animalismo nulla è se non una tragica negazione della gerarchia del Creato e delle conseguenti, necessarie differenze ontologiche delle creature. L'affetto per gli animali - o meglio, per alcuni animali - è comprensibile e persino apprezzabile, ma questo sentimento non ci deve far dimenticare che l'Universo è stato creato, biblicamente, in funzione dell'uomo e per l'uomo.
RispondiEliminaL'animalismo, il vegetarianismo, l'idolatria per la natura, l'equiparazione dell'uomo a ogni altro essere vivente rappresentano non solo una folle negazione della realtà, non solo una perversa e insensata ideologia anti-umana, ma anche un gravissimo rischio totalitario, come ben dimostrano le demenziali proposte della Brambilla, che rappresentano il lato "moderato" e "legalitario" dell'eco-terrorismo e delle sempre più diffuse attività e violenze animaliste ed ecologiste, da Greenpeace a Earth first agli assaltatori di allevamenti di animali.