Che la promozione della ideologia
gender vada a braccetto con esponenti del pedofilismo, lo abbiamo già indicato
nella storia di Bruce Brenda David. Che il fenomeno trans sia oggetto di
una strumentalizzazione ideologica, poco attenta ai singoli coinvolti, ma molto
presta a creare campagne sensazionaliste utili a pochi, lo abbiamo letto nelle
pagine di Paper Genders. Se ora cortesemente volessimo evitare di
coinvolgere i morti nelle nostre tresche, sarebbe cosa gradita. Lo chiediamo a
Covacich, che dal Corsera del 23 agosto prende le difese di un caso delicato,
confondendo cronaca giornalistica e demagogia idealistica, informazione e
indottrinamento, fatti e manipolazioni. La chiave di lettura del testo è
semplice: assumiamo la petizione ideologica secondo la quale i trans sono
felici e realizzati, realizzati nella loro propria vocazione. Chi si oppone a
ciò è cattivo, fossero pure i genitori. Di qui il primo insegnamento: nella
crisi della famiglia e del genere ci salveranno i giornalisti. Solo che questa
volta si tirano in ballo i morti. E questo mi infastidisce.
A
Massa Carrara è morto un uomo, aveva 36 anni, nella bara è stato riposto il
corpo onorato, come è costume nella nostra società, con un abito appropriato
alla situazione. Nella bara i parenti, i genitori, hanno accompagnato il
cadavere di una persona cara, conosciuta e affiancata fin dai primordi della
sua esistenza, compianta nella dipartita, amata nella buona e nella cattiva
sorte. Ma Covacich, a servizio del sistema, ci distoglie dalle preghiere di suffragio,
e ci costringe a ritornare sulla sorte del defunto, quella di aver dovuto
affrontare il dramma di una scelta transessuale. Su questo dato il giornalista
intesse la propria predica: il ragazzo è diventato donna, contro il DNA, contro
la natura, contro i genitori, contro ogni apparenza, Nicole era una donna,
perché così diceva di sé. Come è stato dunque possibile seppellirlo vestito da
uomo? Mi duole, e non vorrei essere offensivo, ma l'unica categoria di gente
che sostiene di essere qualcosa a dispetto di ogni apparenza sono i matti.
Dunque chiedo, e lo chiedo seriamente, che mi si mostri la differenza tra
transessualismo e follia. Io so che c'è, ma ritengo che la provocazione di
Covacich la azzeri. Preciso: i matti o i mistici. Torneremo a breve sull'alternativa.
Covacich ci dà dentro, e difende
questo trans, dipingendolo a mo' di anima cartesiana femminina, costretta a
cadere dalla sua platonica biga arcobaleno dentro a un corpo apparentemente
maschile. "Io non sono solo il mio corpo": è vero, ma qui si va oltre
e sembra piuttosto che il corpo venga annullato e ridotto a mere fattezze
estrinseche all'identità umana. Però non è possibile dire semplicisticamente
che il giovane fosse nato "con le fattezze di un uomo", perché il DNA
che ci definisce non è fattezza o apparenza, non è un abito che si possa
cambiare dentro o fuori dalla bara, non è un optional: Nicole, questo il
nomignolo da trans, è nato uomo e non donna. E da uomo è morto, e da uomo è
stato vestito. Covacich non ci sta, sono i genitori i colpevoli, coloro che
"non hanno resistito al desiderio di ricondurla nell’immagine che
conservavano in cuore, quella di un bambino, il figlio che hanno amato senza
mai riuscire ad accettare le sue scelte di adulto". Al contrario martiri
ed eroi sarebbero gli amici che hanno subito il duro colpo di "vederla
nella bara in giacca e cravatta, privata della sua identità, questa volta sì
travestita". Purtroppo nella bara c'era un corpo maschile, non c'era uno
spirito asessuato convinto di essere donna, non c'era un condensato di idee
soggettivistiche, c'era un corpo e solo quello, un corpo virile. Chiunque si
fosse avvicinato alla bara avrebbe visto qualcosa di normale: un uomo morto
vestito da uomo. Solo gli amici e gli ideologi potevano vedere altro, e non dico
neppure che questo altro sia disdicevole, lo rispetto, ma ciò non autorizza a
denigrare la scelta dei parenti, legittima e normale. O vogliono i trans
sottrarre i figli alle loro famiglie?
L'articolista non disdegna un
contributo omiletico de principiis, intrecciando con fine retorica il
lessico vocazionale religioso e quello del nichilismo nicciano. E sempre
bastonando i genitori in lutto. Si sprecano i topoi della sofistica
omosessualista: io non sono solo il mio corpo, noi non siamo animali, la nostra
identità è in divenire, io sono i miei gesti, diventa ciò che hai appreso ad
essere, e infine la necessità di accettare l'autonomia e le volontà di chi
hanno cresciuto. Tutte cose vere, se contestualizzate; retoriche e mendaci, se
assolutizzate. E soprattutto tante belle parole che si infrangono
impietosamente contro il muro della morte, e contro questa realtà
provvidenziale per cui nella morte ci rimane solo il corpo - maschile o
femminile - di chi ci ha lasciato in anima, con buona pace di ciò che l'anima
stessa ha vissuto intimamente.
Ma veniamo al bivio mistici e
matti. Ci interessa perché Covacich tende a equiparare transessualità e
vocazione. E dunque porto la mia testimonianza. Chi scrive è un sacerdote, uno
che ha sperimentato sulla propria storia quali e quanti possano essere gli
abbagli vocazionali. Tanti errori, tante illusioni. Discernere una vocazione è
sfida tra le più delicate. Vogliamo chiamare "vocazione" il desiderio
dei trans? Facciamolo, con tutti i capricci che la attraversano. Come fare ad
evitare gli sbagli vocazionali? La regola suprema è evitare la
auto-referenzialità e confrontarsi con la realtà. Ora, questo secondo appunto
mette già in crisi il discernimento circa la vocazione dei trans, che con il
reale faticano. Proviamo a buttarci sulla prima: il seminarista si affianca a
una guida spirituale disinteressata, eventualmente dura, preoccupata di far
verità e non di far propaganda. Chi riveste questo ruolo per i trans? Covacich?
Money? Kinsey? Interessante è anche il ruolo della famiglia, la quale deve
certo imparare a rispettare la libertà dei figli, ma anzitutto ha il dovere di
guidarne le scelte in modo sano, responsabile, silenziando i capricci, evitando
il più possibile gli errori dolorosi specie se irreversibili. Mio padre mi ha
tolto il saluto per molti anni quando entrai in Seminario, vecchio lupo
comunista. Però buon padre. Ci siamo riconciliati quando ha visto nei miei
occhi la gioia di una vocazione realizzata, forse poco naturale a suo parere,
ma in effetti non nociva per alcuno. Aggiungo: reversibile; perché la Chiesa,
Madre prudente, lascia tanta libertà in merito. Dunque i genitori hanno un loro
co-protagonismo sano nella crescita vocazionale dei figli. Una vocazione che si
pensi a tavolino contro i genitori e contro le loro legittime apprensioni è
cosa sospetta.
Vediamo ora come tutto ciò si
applichi al caso di Massa Carrara. Pongo alcune domande, che domande restano -
altrimenti cadrei io stesso nella strumentalizzazione del defunto -: il ragazzo
era felice nella sua esistenza transessuale? Ha seguito una vocazione o un
capriccio? Ha trovato o ha smarrito la propria identità? Si è confrontato
serenamente con la realtà, la famiglia? Ha trovato guide disinteressate e
prudenti? Ha evitato capricci e fazioni? Nell'opzione transessuale è rinato o è
morto al proprio compimento umano?
A questo risponde ora il nostro
amico davanti a Dio. E a noi rimane la benedizione di una morte piena di
insegnamenti, una morte cioè in cui ai vivi resta l'immagine istruttiva di un
corpo che sopravvive alle nostre idee, di una natura che dà fondamento alla
nostra cultura, ma anche - lo dico come promessa piena di sollievo per tutti i
sofferenti della galassia omo e transessuale - un corpo in cui le ossa
sopravvivono ai nostri organi genitali, l'identità più profonda di noi stessi
alle nostre fatiche di identificazione sessuale. Non siamo solo il nostro
corpo, e il nostro corpo non è solo il nostro sesso. Ma è anche questo, e con
questo facciamo i conti alla fine del gioco.
Morale della favola: circa la
vita, che nel suo complesso è più dei nostri sessi, ci istruiscono bene i
genitori e la bara, principio e fine di ogni esistenza. E, più affidabili e
incontestabili di qualsiasi giornalista piacione, allineato, retorico.

Superno don Marco ! Don Marco for BISHOP!!!
RispondiEliminaGrazie!
RispondiEliminaCorriere letto da migliaia di persone indottrinamento di massa. Mi dispiace.
RispondiEliminail punto è, se il morto si fosse potuto vestire prima di andare al suo funerale, che si sarebbe messo?
RispondiEliminail resto sono chiacchiere
Un morto sepolto dai suoi familiari è un fatto, non una chiacchiera. E che i morti per avere certi vestiti nella bara debbano fare affidamento ad altri, in primis ai parenti, è un altro fatto. Il resto - ipotetiche dell'impossibilità incluse - sono chiacchiere. Don Marco B.
RispondiEliminasarà che siamo pessimisti, ma dalle mie parti usa in particolare tra le persone anziane, "mettere da parte" i vestiti per la sepoltura in modo da sgravare i parenti da tale onere in un momento difficile.
Eliminaa me sembra che i genitori si siano comportati in modo ridicolo. Come se avessero voluto un figlio medico e lo avessero vestito con il camice bianco...
E' proprio il contrario, è come se il figlio avesse voluto essere vestito con il camice della sua professione da sogno, e i parenti lo avessero vestito per quel che era nella realtà, sogni e professioni a parte. DMB
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