Dopo più di tre anni dall'episodio, una giovane donna
denuncia e racconta di come si sia trovata in condizioni drammatiche e precarie
ad abortire il figlio malato, priva dell'assistenza medica necessaria in quanto
tutti i sanitari in servizio al momento erano obiettori (qui la sua storia in
forma di intervista).
Premessa d'obbligo: la sofferenza solitaria, in
questo caso della madre non assistita durante la fase conclusiva dell'aborto, è
qualcosa di tragico. Non a caso, la Chiesa ha sempre posto particolare
attenzione nell'accompagnare con delicatezza e compassione i malati, anche
cronici, i minorati e gli anziani con un'assistenza che guarisse la solitudine
prima che il dolore o l'impedimento fisico.
Tuttavia, se si cerca di astrarre dai toni
pelosamente ricchi di pathos che Repubblica adotta - del resto, la vulgata
per cui "il buon medico non obietta" dà molto lustro, e nella
redazione del noto quotidiano tutti tengono famiglia, per cui la linea
editoriale, anche se abnorme, si rispetta - se si cerca, dicevo, di astrarre da
chi vorrebbe indurre nel lettore un sentimento di sacro furore nei confronti
dei medici crudeli (basta leggere i commenti in calce all'articolo), questa
vicenda appare molto strana. Non strana perché devii rispetto al pensiero unico
dominante, di cui invece ricalca fedelmente il copione, ma strana perché è un
tale concentrato di valori capovolti, un tale distillato di antiumanità, che è
curioso come gli stessi protagonisti, a qualche anno di distanza e superato il
comprensibile shock, non se ne siano resi conto.
1. La sfortunata protagonista ha una malattia
genetica trasmissibile. Vorrebbe avere un figlio attraverso le procedure di PMA: e guai
a discutere il "diritto" al figlio. Un diritto potestativo. Talmente potestativo che è un diritto al figlio
"sano". In poche parole, il nascituro deve essere creato a tavolino,
perché chi mai ordinerebbe al grossista una partita di prodotti difettosi? Ed è
qui che subentra la prima difficoltà: la legge 40 consente sì di costruirsi il
figlio, ma non consente di costruirlo su misura (perché la diagnosi preimpianto
è vietata). Una legge crudele, dunque.
2. Doppiamente crudele l'ordinamento che non consente
un'eugenetica come si deve: che senso ha COSTRINGERE (tale è il termine
impiegato dalla donna) la madre all'aborto, quando basterebbe eliminare
l'embrione difettoso prima dell'impianto? Insomma, la donna già vede frustrata
la sua voglia - pardon, il suo diritto - alla maternità; già subisce la
sgradevole sorpresa di avere in pancia un prodotto difettato; a quel punto - ed
è già il quinto mese - è obbligata ad eliminarlo. Non può fare altro. Il figlio
non funziona e la garanzia è scaduta: si può solo buttare. Che dal punto di
vista giuridico e morale sia evidente l'illogicità e l'incongruenza della legge
40, alla luce della 194, è un punto su cui il consenso è trasversale: lo dicono
tanto i prolife più coerenti, quanto i prochoice più convinti.
Quando la CEDU si pronunciò in materia, aveva sul punto perfettamente ragione (v. qui per un caso più recente).
3. Postilla. Ci dicevano una volta - beata innocenza
democristiana - che l'aborto era per la donna una scelta tormentata e dolorosa.
Qui vediamo che l'aborto è più il fastidioso onere burocratico di chi ha
scoperto che nel pacco del corriere non c'è la merce ordinata: si potrebbe
forse fare qualche riflessione al riguardo, così come sul tema sempre sollevato
- e sempre snobbato - dell'aborto ad nutum, come è oramai nel nostro
ordinamento; poco più che una contraccezione d'emergenza. Guai però a dirlo
troppo forte, c'è sempre qualche coro di barbaredurso pronte a scandalizzarsi
per tanto cinismo.
4. Riprendiamo il filo della vicenda: poiché
assurdamente l'Italia consente di fabbricare il figlio, ma non di scartarlo
prima che venga impiantato in utero, e però permette di ucciderlo con il
pietoso aborto terapeutico, la donna si accinge ad abortire ed entra in
ospedale. Per dare un po' di colore alla vicenda, Repubblica non manca di
sottolineare che la procedura (iniziata ovviamente da sanitari non obiettori) è
molto più dolorosa del previsto. E' anche molto lunga: i turni del personale si
avvicendano e quando il feto ucciso sta per essere difficoltosamente espulso
dal corpo della madre, tutti i sanitari in servizio sono, a quanto risulta,
obiettori. La donna rimane pertanto "sola" ad abortire nel bagno,
assistita unicamente dal marito. L'avvocato della donna ipotizza in ciò una
violazione della legge 194 e l'integrazione dell'omissione di soccorso, ma il
comma 3 dell'art. 9 della legge sull'IVG sancisce che "L'obiezione di
coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie
dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e
necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza, e non
dall'assistenza antecedente e conseguente all'intervento". Ma, finché
il bambino morto non esce, direi che l'intervento non sia concluso e non si
possa quindi parlare di "assistenza conseguente" (e peraltro l'ospedale ha fornito una versione differente).
5. Il capro espiatorio di questa storia è l'altissima
percentuale di medici obiettori nella regione in cui la vicenda si è svolta (il
Lazio). Non ho personalmente le conoscenze necessarie ad affermare, come molti
fanno forse fondatamente, che questa alta percentuale non denoti fedeltà al
giuramento di Ippocrate ma fedeltà al portafogli, rimpinguato dagli aborti
effettuati privatamente (e a pagamento) da obiettori con poca coscienza. Non
posso quindi escludere che un simile marciume sia autentico. Voler però
contrastare un abuso eliminando l'obiezione di coscienza o limitandola
fortemente, ossia di fatto obbligando il personale sanitario a uccidere,
simultaneamente rendendo il medico simile a un militare in tempo di guerra (il
pericoloso nemico, ovviamente, è il bambino) e costringendolo a violare
frontalmente il giuramento pronunciato all'atto di prendere servizio, è
qualcosa di abominevole. Non in nome della libertà di coscienza di cui
l'obiezione è divenuta bandiera, ma in nome del "non uccidere".
Essere costretti a fare ciò che è universalmente proibito è un monstrum giuridico.
Di cose abominevoli, peraltro, in questa triste
vicenda ce ne sono a iosa. Certi giornalisti, poi, dell'abominio fan pastura.
"A me questa legge ingiusta concede solo di rimanere incinta e
scoprire, come poi è avvenuto, che la bambina che aspettavo era malata,
condannata", dice la madre, dimenticando forse che la sentenza
capitale per la figlia è stata lei a pronunciarla, e dimenticando altresì che se
qualcuno avesse scoperto prima della sua nascita che il suo DNA presentava i
segni del male, adesso lei non sarebbe qui a fare la paladina dei
"diritti" parentali. Ma sono dettagli.
"Già una arriva in ospedale disperata, perché
in quel figlio ci hai creduto e sperato per cinque mesi, poi ti mettono ad
abortire a fianco delle neo mamme e senti i bambini piangere, uno strazio. In
più, mentre ero lì stravolta dal dolore entravano degli attivisti anti aborto
con Vangeli in mano e voci minacciose", continua l'edificante
intervista. In effetti, per chi si accinge a uccidere il proprio figlio negando
forse a se stessa che quel figlio sia una persona, vedere accanto a sé che
altre donne non si sono trovate a proprio agio nelle vesti di Medea, è un bel
colpo; sia mai però che la verità delle cose induca resipiscenza. Se i fatti
urlano, tanto peggio per i fatti, bisogna turarsi le orecchie. Quanto agli
attivisti prolife, è appena il caso di ricordare quanto siano minacciosi
e pericolosi, come Giorgio Celsi può ben confermare.
"Il responsabile è lo Stato che non
garantisce un servizio sanitario adeguato. Nel Lazio quasi tutti i ginecologi
sono obiettori. Pensate la desolazione che troppi devono vivere, obbligati a
implorare per un ricovero, per abortire, come me, un figlio desiderato".
Mi viene in mente un recente servizio di El Paìs, intitolato "un
aborto si compie con lo stesso amore con cui si compie un parto": il figlio
è persona, è fortemente desiderato, è già amato prima della sua nascita, e però
proprio per questo - diabolica perversione della logica - viene ucciso, anzi
DEVE essere ucciso. A volte invidio gli abortisti, che della logica
aristotelica possono fare coriandoli.
Gettiamo la maschera. Assodato che il presente regime
legge 194/legge 40 è contrario al principio di ragionevolezza, bisogna avere il
coraggio di affermare che generazioni di donne sono state prese per i fondelli,
che l'aborto non deriva da un sofferto bilanciamento di diritti, che la lotta
all'aborto clandestino era uno specchietto per le allodole e che tutto quello
che interessava era rendere le madri delle lucide assassine della propria
prole. La vicenda di Roma lo mostra in maniera esemplare. Io voglio un figlio
sano, il figlio malato lo rifiuto, lo uccido, e visto che ucciderlo dopo mi fa
più male, meglio prima che poi (del dolore fetale, nessun accenno, anche se è
intuitivo che un aborto al quinto mese non sia la migliore esperienza possibile
per un feto, e del dolore fetale si parla da vent'anni). In questo lucido e
insieme folle percorso verso la morte, il medico obiettore (preghiamo che sia
un'obiezione autentica e non dettata dall'avidità) è un noioso ostacolo, come
lo è il farmacista che non vuole vendermi una pillola dell'x-giorno dopo. Un
ostacolo su cui riversare biasimo e odio. Un molesto convitato di pietra, che
non può impedire l'omicidio ma solo astenersi dal compierlo.
Eppure è uno dei mantra degli abortisti: libertà di
scelta, libertà di autodeterminazione, ciascuno sceglie in coscienza, se non
vuoi abortire nessuno ti obbliga a farlo. A meno che tu sia ginecologo.
Pubblicato il 12 marzo 2014

pare che la notizia sia tutta una bufala, costruita atavolino per affiancarsi alla decisione di Strasburgo sull' obiezione di coscienza im Italia. Cfr anche Repubblica di oggi.
RispondiEliminaIn Francia vogliono limitare la liberta' di coscienza dei sindaci contro le mariage pour tous. La sinistra non si smentisce: hai ragione alla tua liberta' di coscienza, ma solo see' d' accordo con le mie leggi.
Rosa
diamo per buona la vicenda in sé, pur con le necessarie cautele (parzialità di Repubblica, smentite e rettifiche dell'ospedale, meccanismo dello "scoop a orologeria"...)
Eliminacerto lo strabismo sulla c.d. libertà di coscienza è grande. andrebbe chiamata oramai libertà di incoscienza.
Solo un appunto: " ... la Chiesa ha sempre posto particolare attenzione nell'accompagnare con delicatezza e compassione i malati, anche cronici, i minorati e gli anziani con un'assistenza che guarisse la solitudine prima che il dolore o l'impedimento fisico." Vero. Ma lo stesso comportamento non è previsto per chi uccide il proprio figliolo e per di più ha pure la spudoratezza di reclamare mancata assistenza
RispondiEliminain effetti la madre del racconto non rientra nelle categorie dei sofferenti innocenti, ma se si pensa ai conforti spirituali forniti anche a carcerati e condannati a morte... :)
Elimina74 minuti e mezzo di applausi
RispondiElimina^_^
EliminaNpn solo sono abortisti quelli ( che già basterebbe per meritarsi una macina al collo) ma pure falsi e maledettamente vigliacchi.
RispondiEliminaImmaginate se dovessero arrivare al potere???
Una vicenda umana veramente tragica: senza dubbio la donna e l'uomo debbono essere ancora sconvolti se quello che dicono è tutto vero ( iniziare un aborto e poi essere lasciati soli? è pazzesco? ).
RispondiEliminaPerò i medici l'aborto l'hanno iniziato c'erano: è tutta una questione di organizzazione dei turni?
Se l'hanno mandata ad abortire non controllando se poteva farlo hanno fatto un errore amministrativo? O di procedura?
Insomma... se questa cosa sconvolgente viene fuori dopo tre anni è perchè vuoi dei diritti oppure perchè vuoi dei soldi?
Onore alla camerata Ilaria!
RispondiEliminaEMR
Mah, che dire? Io posso solo ringraziare di avere avuto tre figli sani e di non essere più nelle condizioni di dover affrontare la legge 194 e la legge 40. Personalmente considero le leggi in materia di aborto, fecondazione assistita e fine vita dei mali necessari, perché ognuno dovrebbe essere libero di decidere (senza la camicia di forza di norme ideologiche) cosa fare della propria vita. Perché, anche se ve lo dimenticate, nel caso - ad esempio - di un bambino affetto da una grave malattia c'è anche la vita dei genitori, che deve essere presa in considerazione. Ho visto troppi casi di famiglie devastate dalla presenza di figli gravemente cerebrolesi per considerare l'aborto un omicidio tout court.
RispondiEliminaIn questi casi, personalmente adotterei il principio, vecchio come il mondo, dello stato di necessità: e l'unico che può giudicare, in questi casi, è la persona che dovrà reggere per tutta la vita il peso di un figlio da accudire totalmente, ventiquattro ore al giorno 365 giorni all'anno.
L'alternativa, mi pare, è rendere obbligatoria (con relativa sanzione) la conclusione della gravidanza: ma voi di questo non parlate. Vi fermate agli slogan: "l'aborto è omicidio", "il feto è un essere umano". Ma sono esseri umani anche le madri (e, se ci sono, anche i padri) condannati a vita ad assistere un bambino e a rinunciare a tutto per lui.
Non condanno chi non se la sente di scegliere un simile calvario. Voi, invece, mi pare abbiate la condanna facile; in ogni caso, chi vuole rendere l'aborto illegale deve spiegare come intenderebbe sanzionare chi violasse il divieto di aborto.
Se qualcuno riesce a spingersi fin lì e a darmi una risposta, eterna riconoscenza.
Grazie.
Manlio Pittori
Le posizioni della Chiesa ( che, essendo cattolico sono anche le mie ) sono molto dure da capire e severe, però sono credute giuste da chi è cattolico. E io le credo giuste. Così come credo ingiuste quelle che confliggono con esse ( ovviamente ). Non si possono emanare leggi che si ispirino a due o più sistemi contrapposti, bisogna scegliere quale è la filosofia dello stato.
Elimina" l'unico che può giudicare, in questi casi, è la persona che dovrà reggere per tutta la vita il peso di un figlio da accudire totalmente, ventiquattro ore al giorno 365 giorni all'anno." dici, ed in parte sono d'accordo. Mi spiego però. Io penso che il primo " padre " di una persona sia Dio, il secondo sia lo stato, il terzo il padre naturale. Questo per un motivo pratico e filosofico: il primo è Dio perchè è la prima causa della vita, inoltre cura ogni persona per tutta la vita senza mai abbandonarla, cosa che alcuni padri non fanno ( anche se la maggior parte delle madri non abbandona i propri figli il discorso è lo stesso, talune lo fanno ). Il secondo è lo stato perchè ha la il suo potere da Dio e perchè, vivendo a tempo indefinito e avendo potere assoluto sul proprio territorio, può curare ogni persona dalla nascita alla morte. Il terzo è ovviamente il padre biologico, che prende la sua autorità da Dio sotto la tutela dello stato e che dovrebbe idealmente provvedere ai figli fino alla loro indipendenza.
Siccome Il padre biologico non ha spesso ampi mezzi nè è immune da malattie e disgrazie, interviene in sua mancanza lo stato che tutela il figlio. In caso di gravi decisioni ( aborto ) credo che la decisione spetti allo stato perchè egli ha i mezzi per provvedere assieme al padre naturale al figlio malato, secondo la volontà di Dio.
Ora mi chiederai se sono comunista? Alcuni lo fanno talvolta.
Gentile OlatusRooc,
Eliminal'ultima cosa che mi viene da chiederle è se lei sia comunista: mi sembra che di tutto la si possa accusare, fuorché di essere comunista.
E credo che i comunisti abbiano moltissime colpe, tra le quali mi pare non figuri l'annoverare tra le loro fila una persona che, come lei, antepone all'individuo non solo lo Stato (da buon bolscevico) ma anche Dio (da buon integralista religioso).
Un destino che non sarebbe venuto in mente neanche alla buonanima di Pol Pot.
Distintamente,
Manlio Pittori
La legge verrà cambiata, prima o poi, con o senza il consenso di Ilaria; E' solo che non le va di passare da reazionaria: è difficile, però, passare per moderna se scrivi su campariedemaistre.
RispondiEliminaQuindi è reazionario anche lei?
EliminaNiky
ne è fiera, come tutti quelli che scrivono su CEDM; "reazionario" è un insulto per me non per Ilaria
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