Mai come in questi mesi l’Europa
ha assunto una presenza così rilevante all’interno del dibattito pubblico. Lo
ha fatto, purtroppo, nel peggiore dei modi, diventando cioè il bersaglio
polemico di una nutrita schiera di politici ed osservatori. L’aggravamento
della crisi economica, nella visione di una parte ormai consistente delle
opinioni pubbliche del Vecchio Continente, è attribuito alle ricette di
austerità suggerite e imposte da Bruxelles, quando non alla “camicia di forza”
della moneta unica. Prospera in tutta Europa un sentimento di critica e di
rifiuto nei confronti del processo d’integrazione, che da decenni ha preso il
nome di euroscetticismo.
Negli ultimi tempi, però,
qualcosa è cambiato rispetto al passato. Se qualche anno fa l’euroscetticismo costituiva
una risorsa strategica dei partiti posti alla periferia del sistema politico
per rafforzare il proprio profilo anti-sistema (la famosa teoria di Taggart del
“touchstone of dissent”), oggi sembra
accadere viceversa: a imitazione del caso britannico, è l’assunzione di
posizioni euroscettiche ad essere diventata la variabile indipendente e a
caratterizzare in senso “estremista” anche forze tradizionalmente considerate mainstream. Il cleavage europeo, per citare un termine rokkaniano, ha assunto insomma
una propria specifica autonomia, sovrapponendosi in maniera trasversale al
tradizionale continuum
destra-sinistra, che rischia – come nell’intuizione di Marco Tarchi – di
rivelarsi obsoleto.
Basta osservare i risultati delle
elezioni tedesche ed austriache per comprendere il punto. In Germania, la lista
“Alternativa per la Germania” ha posizioni liberalconservatrici molto simili
alla CDU della Merkel; tuttavia, le sue posizioni anti-euro la rendevano già
prima delle elezioni un partner di governo indesiderato, anche nel caso in cui
avesse superato la soglia di sbarramento e avesse avuto i numeri per costruire
una maggioranza insieme ai cristiano-democratici.
Anche in Austria, i popolari sono
costretti a proseguire la loro storica collaborazione con i socialisti, stante
l’impossibilità di coalizzarsi con il FPÖ; la famiglia politica liberale si è
divisa addirittura in due tronconi tra loro incompatibili, quello euroscettico
e populista del magnate Stronach, e quello europeista della lista NEOS.
Insomma, è l’Europa il crinale su cui ci si diversifica, la linea di conflitto
in base alla quale si costruiscono le coalizioni di governo e si spaccano le
tradizionali famiglie politiche. Gli ultimi eventi italiani, dalle elezioni
politiche di febbraio alla nascita del governo Letta fino alle recenti vicende
interne al PdL, ne costituiscono un’ulteriore dimostrazione.
Nell’Italia liberale, Destra
storica e Sinistra storica si fusero nel grande centro trasformista dei
“costituzionali”, allo scopo di difendere l’ordine costituito dalle ali estreme
dei repubblicani, dei socialisti e dei clericali. Oggi popolari e socialisti,
sempre più indistinguibili, governano insieme in buona parte d’Europa, per
difendere il processo d’integrazione dagli attacchi degli euroscettici. Si
tratta del travaglio di un nuovo nation-building,
o dell’oppressione di un Moloch destinato a crollare su se stesso? Ai posteri
l’ardua sentenza.

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