«Forse la spiegazione è che
l’isola intera è la sua canoa (…) in cui navighiamo tutti noi Cubani grazie
alla sua protezione virginale.»
(Eusebio Leal Spengler)
Nel corso del mio primo viaggio a Cuba,
avevo ritenuto imprescindibile una visita al Santuario del Cobre, dove da quattro secoli il popolo cubano venera come sua celeste
protettrice la Vergine della Carità, la cui festa cade l’8 settembre, giorno
della Natività di Maria. Vale la pena di raccontare
brevemente la sua edificante storia, per la quale rimando al sito della
Conferenza dei Vescovi Cattolici Cubani, contenente una raccolta d’interessanti
documenti ufficiali al riguardo, ma soprattutto al recente libro “La Virgen de la Caridad del Cobre : Historia
y etnografía”, opera postuma del grande storico ed etnologo cubano Fernando
Ortiz, pubblicata nel 2008 a cura di José Antonio Matos Arévalos.
Tutto risale ad una mattina del 1612, quando
due fratelli indios, Juan e Rodrigo (o Juan Diego) de Hoyos, e lo schiavo negro
Juan Moreno, di appena dieci anni, furono inviati dal sovrintendente delle
Miniere del Cobre, presso Santiago, a raccogliere sale nella Baia di Nipe, poco
lontano da Barajagua. Sorpresi da una tempesta, pregarono la Vergine Maria che
facesse cessare la bufera. Il terzo giorno, allorché il tempo rasserenò, videro
venire verso di loro sull’acqua, nelle prime luci dell’alba, una statuetta
della SS. Madre di Dio su una tavola di legno, su cui era scritto “Io sono la
Vergine della Carità”. Era alta all’incirca mezzo metro, bianca di viso, teneva
in braccio con la sinistra il Divin Bambino reggendo un globo, mentre la destra
era alzata in atto benedicente; sotto i piedi recava una mezzaluna. Quando la
raccolsero nella loro barca, si accorsero che non era minimamente bagnata dalle
onde.
Fu subito portata nella chiesa
parrocchiale di Barajagua, e poi al Cobre, dove l’Amministratore Reale, Don
Francisco Sánchez de Moya, fece subito inviare una lampada di rame (in spagnolo
cobre) che ardesse continuamente
dinanzi alla Sacra Immagine. Tre anni dopo, una bambina, di nome Apollonia,
vide la statua su una roccia, non lontano dalle miniere di rame, nel sito ove
tuttora si trova. Questo prodigio, confermato dall’apparizione per tre notti
consecutive di una colonna di luce in quel medesimo luogo, spinse gli abitanti
del posto ad edificarvi un altare ed un eremo, situato grosso modo 24 km ad
ovest di Santiago de Cuba e 145 km a sudest di San Salvador del Bayamo, ai
piedi della Sierra Maestra.
Il primo custode del santuario fu Matías
Olivera, un veterano della Battaglia di Lepanto, che si era ritirato a condurre
vita eremitica presso Santiago. Dopo la sua morte, gli successe il portoghese
Melchor Fernández Pinto, che dopo essere stato catturato e derubato dai corsari
inglesi, aveva fatto voto di dedicarsi alla Nostra Signora dei Rimedi. A lui si
deve l’aggiunta di questo titolo a quella che era ormai chiamata Nuestra Señora la Virgen de la Caridad e de
los Remedios del Cobre, o, più semplicemente, la Virgen del Cobre. Già in questo periodo, la venerazione da parte
degli abitanti della regione fu molto intensa e fu ricompensata con numerosi
miracoli, come quello del fanciullo Domingo Luyala, affidato dal padre Agustín
all’eremita Melchor Fernández affinché curasse la sua istruzione religiosa. Una
sera, sceso al villaggio, senza licenza del suo tutore, non si accorse di un
carro che scendeva dal monte, carico di metallo, e ne fu investito, avendone il
volto schiacciato dalla ruota. Portato moribondo al santuario, l’eremita invocò
la Vergine e lo unse con l’olio della lampada di rame, guarendolo.
Nel 1687, il culto fu riconosciuto
ufficialmente dalla Chiesa. In quell’occasione, furono interrogati tra i testimoni,
anche Juan Moreno, ormai ottantacinquenne, il più giovane dei tre testimoni
dell’apparizione. All’eremita succedettero dei sacerdoti, a partire da Don
Onofre de Fonseca, che scrisse il primo libro sulla Virgen del Cobre nel 1703. Nel 1705, i due cavalieri Don Bartolomé
Girón e Don Manuel Portales Ríos lasciarono una donazione affinché fosse
costituita una cappellania e si celebrasse Messa regolarmente nella chiesa del
santuario, come confermato da atti ufficiali del 1738. Il santuario sopravvisse
ad un terremoto nel 1766.
Il suo culto si diffuse a Cuba e non
solo, e in tutta l’isola le furono elevati altari. Basti citare quelli
all’Avana, nella chiesa di S. Domenico a Guanabacoa, dove le fu dedicata una
confraternita, nella parrocchia del Monserrato nell’Avana Vecchia e nel
Santuario di Regla. Persino i seguaci dei culti pagani afrocubani la venerano,
sincretizzandola con Ochún, oricha
(divinità) dell’amore, della maternità e del matrimonio. Un suo intenso
propagatore, al di fuori dell’isola, invece, fu il francescano Fray José de la
Cruz Espí (morto nel 1838), che per un quarto di secolo assistette i lebbrosi
in Messico. Perciò, al posto dell’eremo, fu edificata una vera e propria chiesa
con altari di marmo e la statua della Vergine fu riccamente vestita, ammantata
ed adornata d’oro. Nel 1899, durante l’occupazione statunitense, fu rubata,
profanata e rotta per rubarne le pietre preziose ad opera di un messicano, ma
fu restaurata più bella e ricca di prima.
Nel 1851, l’Arcivescovo di Santiago, S.
Antonio Maria Claret, le aveva ufficialmente consacrato il suo gregge. Ormai
però la devozione era diffusa al punto che la Virgen era considerata un simbolo
religioso nazionale e come tale invocata e venerata con devozione dai mambises, i combattenti delle guerre
d’indipendenza contro la Spagna. Da ciò, deriva la denominazione di Virgen
Mambisa. Numerosi di questi veterani, grati dell’indipendenza conquistata sul
campo, si riunirono al santuario il 24 settembre 1915. In quell’occasione,
chiesero a Benedetto XV di elevare la Vergine della Carità a Patrona di Cuba, e
furono esauditi il 10 maggio successivo dal Santo Padre. Vent’anni più tardi
(20 dicembre 1936), sempre su licenza del Papa, avvenne la Coronazione solenne
della Vergine della Carità, da parte dell’Arcivescovo di Santiago Mons.
Valentín Zubizarreta. Nel frattempo era stato edificato, tra il 1926 e il 1932,
l’attuale santuario, elevato a Basilica nel 1977 da Paolo VI.
La Basilica si trova su una collinetta,
poco distante dalle miniere di rame del Cobre, oggi non più in uso. Da un lato
si entra nella chiesa, ad una sola navata, sovrastata dal massiccio altare
maggiore in marmo di Carrara, al culmine del quale, in un’edicola di vetro, è
custodita la Vergine della Carità. Dall’altro lato, da un ampio terrazzo
cintato si accede al santuario vero e proprio, ossia una cappella posta dietro
all’altare maggiore, ad un’altezza superiore rispetto alla chiesa, dove i
fedeli possono venerare direttamente la Virgen.
Questa è normalmente rivolta al santuario, ma viene girata verso la chiesa, in
occasione delle Messe. Alla Vergine della Carità i Cubani hanno continuato ad
affidarsi fino ad oggi, come è confermato dai numerosi pellegrinaggi al
santuario, da cui i pellegrini riportano, come ricordo, l’acqua benedetta e le
pietre di rame del Cobre. Né è raro vedere in casa o in auto, immaginette e
statuette che la raffigurano.
Questo vale anche per gli eventi politici
che segnano la vita della nazione cubana. Nel novembre 1959, in occasione del
Congresso Cattolico Nazionale, relativo agli eventi rivoluzionari, la Virgen fu
portata in processione fino all’Avana. Dopo oltre mezzo secolo, nel 2011, alla
vigilia del 400° anniversario del ritrovamento e del viaggio a Cuba di Papa
Benedetto XVI, è stata portata in processione per tutta l’isola, accolta da
folle festanti (100.000 persone solo all’Avana). Anche i numerosi ex-voto
testimoniano che alla Carità della Vergine sono state affidate le suppliche dei
dissidenti, così come la preghiera di Lina Ruz de Castro per i figli Fidel e
Raúl, durante la guerriglia nella Sierra. E così, da quattrocento anni, la
Regina di Cuba continua a vegliare e proteggere tutti i Cubani, suoi figli.
Pubblicato il 21 agosto 2013


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