In quest’opera Antonio Livi espone ciò che è alla base della
sua filosofia, ossia la definizione e il contenuto di ciò che viene chiamato senso comune. Per capire di cosa si
tratta e per sgombrare il campo dai vari fraintendimenti e dai preconcetti
filosofici che si sono accumulati nel corso dei secoli, la prima parte
dell’opera è un excursus storico sulle varie concezioni del senso comune,
mostrando come sia stato utilizzato tale termine e quale significato è stato ad
esso attribuito, per poterlo poi definire oltre ogni equivocità.
Nella seconda
parte viene invece spiegata la proposta dell’autore, come viene inteso il senso
comune e quali ne sono la natura e la portata; si definiscono così le sue
funzioni nei vari campi del sapere filosofico, per passare infine ad enunciare
quali sono i contenuti del senso comune, ossia non i principi primi, ma le
condizioni di possibilità di ogni giudizio, il presupposto nozionale di ogni
principio. L’autore ne elenca quindi il contenuto in cinque evidenze. Il termine
“evidenza” intende ciò che consente l’assenso ad un’ipotesi, perché la
riconosce dotata di adeguata giustificazione. Questi cinque contenuti del senso
comune sono la base stessa del pensiero, ciò che rendono pensabile tutto il
resto, e quindi ciò il cui opposto non può essere pensato coerentemente e
compiutamente. Si tratta di cinque punti collegati l’uno all’altro, e sono:
- l’esistenza di una pluralità di enti in movimento e in
divenire (esiste il mondo);
- l’esistenza dell’io individuale e autocosciente (esisto
io);
- l’esistenza, tra gli enti, di altri enti simili all’io
(esistono altre persone);
- l’esistenza di norme di comportamento tra le persone
diverse dalle leggi del mondo fisico (esiste la morale);
- l’esistenza di un fondamento trascendente ed immutabile
del mondo (esiste Dio).
Mons. Livi sa perfettamente che l’ultima tesi e l’ordine di
queste tra di loro non è un dato accettato da tutti, ma il resto del libro
mostra e dimostra come, per avere una qualsiasi pretesa di verità, la filosofia
non può non partire dal mondo (quindi contro il razionalismo cartesiano, del
quale se ne mettono in luce le diverse incongruenze) e non può fare a meno di
interrogarsi sulla causa prima e sull’Essere, il quale non è esperito, non se
ne conosce l’essenza (come vorrebbero gli ontologisti), ma la cui esistenza è
indubitabile.
Lo stile è quello tipico di un saggio, si procede
linearmente per giungere al cuore del libro, la dimostrazione dei contenuti e
della funzione del senso comune, e questo in particolare ha una caratteristica
che non tutti i libri filosofici hanno, ossia di dire qualcosa di concreto. Non
sono pochi i libri che fanno un giro di parole per indicare qualcosa che non
esiste o non viene mai definito; questo saggio invece parla chiaro, e soprattutto
è una continua pars costruens; non è stato perciò scritto per demolire un’altra
filosofia, ma per dare una base su cui costruire, la qual cosa nella mia
opinione è utilissima per capire quando un pensiero è incongruente, falso o
semplicemente stupido. Quelli elencati non sono solo i presupposti della
filosofia, ma anche della fede, la quale è una forma di sapere testimoniato, su
qualcosa di non direttamente esperibile; non a caso il sottotitolo del libro è
“logica della scienza e della fede”.

Complimenti Riccardo per l'articolo!
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