di Marco Mancini
“Cerchiamo malati terminali per
ruolo da attore protagonista”. Ecco la frase-chiave dell’ultimo spot prodotto
dall’associazione radicale Luca Coscioni per la sua campagna a favore della
legalizzazione dell’eutanasia. Cari
malati terminali, accorrete, partecipate alla nostra battaglia, anzi – come viene
detto nella frase successiva con (involontaria?) macabra ironia, “fatevi vivi”.
Che ad ammazzarvi ci pensiamo noi. E nel mucchio, sotto la categoria
“malati terminali”, finiscono un po’ tutti, senza nessuna distinzione tra le
variegate situazioni che rendono delicatissima e intricata questa materia. Qui
si taglia tutto con l’accetta: uccideteli
tutti, Dio (anzi, Pannella) riconoscerà i suoi.
(per chi avesse lo stomaco forte, sorbitevi pure il filmatino...)
Del resto, scrive il giornalista del “Corriere” imbeccato da Cappato, in Italia “c’è poca informazione sul
fine-vita”. Siamo perfettamente d’accordo. Sarà per questo che si fa ancora confusione tra rifiuto dell’accanimento
terapeutico e eutanasia. Sarà per questo che il filosofo Giovanni Reale,
sedicente cattolico, mostrò di fare fatica a comprendere la differenza tra “lasciar
morire” (let die), scelta legittima e
umana se compiuta in una situazione ormai senza speranza, come nei casi di
Giovanni Paolo II e del cardinal Martini, e “far morire” (make die), opzione che consiste invece nel compiere un gesto –
somministrare un’iniezione letale o staccare un respiratore – volto a causare,
direttamente o indirettamente, la morte della persona.
L’ignoranza, dunque, regna
sovrana. A volte, più che di ignoranza si tratta di malafede. Non so di cosa si
trattasse nel caso del giudice che prosciolse il medico di Piergiorgio Welby,
con la motivazione che accogliendo la richiesta del paziente e agendo
deliberatamente per provocarne la morte egli aveva adempiuto a un dovere (ed era
per questo non punibile, ai sensi dell’art. 51 del codice penale) e non invece –
come suggeriscono la logica, il buon
senso, il giuramento di Ippocrate e il precedente iter legale che aveva
respinto le richieste di Welby – violato l’art. 579 dello stesso codice, che
punisce chiunque “cagiona la morte di un uomo, col
consenso di lui”, cioè chiunque si macchi dell’omicidio
del consenziente. Figuriamoci, dunque, se
qualcuno si azzarderà a perseguire gli autori del nuovo spot radicale per
istigazione al suicidio o apologia di reato: del resto, da non giurista
mi rendo conto che magari in questo caso non ci sarebbero gli estremi.
Forse per questo, per evitare a qualche
altro magistrato l’imbarazzo di dover raccontare bestialità e scavare la
fossa persino al diritto positivo, i radicali hanno deciso di uscire dall’ipocrisia.
Non si tratta più di concionare in maniera subdola sull’accanimento terapeutico
o sul diritto di rifiutare un trattamento sanitario, legittimando le proprie
pretese con l’art. 32 della Costituzione e dando spazio alle capziose
interpretazioni di qualche giudice. Ora si
chiede, puramente e semplicemente, la legalizzazione dell’eutanasia. In
realtà loro, avanguardia rivoluzionaria di pochi eletti, lo fanno da sempre, ma
– come in ogni gnosi che si rispetti –
il popolino va trattato con cautela e così, infatti, hanno fatto fino ad ora i megafoni
del pensiero unico dominante. Adesso, dopo anni di strisciante propaganda, esso
è quasi pronto ad accogliere la lieta novella.
La
posta in gioco, una volta tanto, è molto chiara. Si tratta, come ha commentato l’on. Roccella, del confronto tra chi vuole aiutare a vivere e chi a
morire. Noi sappiamo da che parte stare:
ce lo indicano la fede, il diritto naturale, un qualche senso di umanità.
Pubblicato il 05 ottobre 2012
Ormai siamo allo sciacallaggio!!!
RispondiEliminaI malati terminali sono ormai uccisi, prima che dalle malattie, da chi non sa la differenza fra cure palliative, accanimento terapeutico ed eutanasia, da una medicina che vuol farsi onnipotente ed ogni morte la considera come una sconfitta e non come il naturale destino di ogni uomo. Da un'intera società che davanti alla sofferenza, invece di aprire le braccia della compassione (proprio nel senso di "patire-insieme"), chiude gli occhi sperando che sia tolto quanto prima il disturbo: una lapide tombale è in fondo più bella (e muta!) di un letto con un malato che vive e chiede vicinanza e comprensione!
...sempre per usare la "panza" dell'opinione pubblica, per muovere "emozioni" e compassione...
RispondiEliminaè il declino della ns civiltà, c'è poco da dire
LG