Il mondo è costituito dalle informazioni che ne abbiamo. Così ho scritto in un precedente post, e nel mentre che lo scrivevo una serie di riserve mi si sono affollate alla mente sulla legittimità di una simile affermazione senza le necessarie chiarificazioni. Ma ho dovuto resistere alla tentazione di affrontarle, altrimenti non avrei più parlato di quello di cui volevo parlare. Però mi sono proposto di tornarci. Perché anche questo fa, diciamo, notizia: che da ogni parte ci vengono date informazioni divergenti, con giudizi che vanno in un senso o nell’altro, che ognuno è sollecito o sollecitato a sottoscrivere. La notizia può essere allora la denuncia delle informazioni come fake news: che è già un giudizio, che richiede però un altro giudizio, su che cosa sia fasullo e come facciamo a dirlo. Ma questo esula dalla cronaca, per diventare riflessione sulla cronaca.
Il giornalismo pone un interessante problema epistemologico: esistono i fatti? Ricordo la grande ammirazione che c’era una volta da noi verso il giornalismo anglosassone, per la sua distinzione di fatti e opinioni. La cosa non mi convinceva del tutto, perché, pensavo, i fatti nudi e crudi non esistono, c’è sempre un’angolatura da cui vengono presentati. Un filosofo della scienza alquanto iconoclasta, Paul Feyerabend, argomentava negli anni settanta del secolo scorso che l’dea corrente del metodo scientifico – per la quale formuliamo teorie che sottoponiamo alla prova degli esperimenti – non risponde alla realtà della scienza. L’esperimento non è un terreno neutro al quale le teorie vanno raffrontate per vedere quale trovi rispondenza in esso, perché che cosa si trova nell’esperimento dipende da come questo viene configurato: il primo compito dello scienziato dunque è proprio quello di raffigurarsi l’esperienza necessaria a mostrare la realtà delle sue teorie, e descriverla in modo che altri la possano ripetere. Forse per questo ho sempre preferito il giornalismo non dico di opinione, ma di commento, che riporta i fatti nel mentre che ne enuclea il significato. Che è come dire, qualcosa è accaduto, ma che cosa?
In certi casi è relativamente facile dire, come in tutti quelli della cronaca nera, quando qualcuno ammazza qualcun altro (anche se pure qui si devono poi cercare i motivi che qualificano il fatto). Oppure, un fatto di non ricordo quanti anni fa, c’è uno tsunami, un’onda anomala investe l’isola di Sumatra ed altre località dell’Asia sud orientale provocando migliaia di morti. O ancora, è di pochi giorni fa, un uragano devasta le Bahamas (era poi atteso sulle coste delle Carolinas¸ ma su di questo non sono informato, di certo colpa mia). In effetti già qui le cose cominciano a farsi complicate, con chi dice che quel fenomeno naturale, naturale non è.
E questo ci porta a venerdì. Che cosa è successo? Dall’Australia agli Stati Uniti all’Europa, centinaia di migliaia (milioni?) di studenti sono scesi in piazza, per manifestare contro il climate change. Segue ora una conferenza ONU sullo stesso tema. Whao, che fatto! Si, ma che fatto?
Dipende da chi lo riporta. Ahiaiahi! Qui c’è un serio problema. Pare non ci siano più fatti, ma solo, come dicono gli Americani, “narrazioni”. Il che significa, il fatto cambia a seconda di come lo si racconta: grande manifestazione di presa di coscienza giovanile della minaccia incombente sul nostro pianeta; oppure, grande manifestazione dell’indottrinamento catastrofista a cui sono sottoposte le nuove generazioni. Come facciamo a giudicare? Oh beh, guardando ai fatti, come possiamo fare altrimenti? Non ovviamente a quello delle manifestazioni di cui vogliamo comprendere la natura, ma a quelli su cui esse vertono.
Il famoso climate change: c’è o non c’è? E se si, di che portata? E quale ne è la causa? La risposta agli esperti, nella specie i climatologi. E di nuovo ahiaiahi. Gli esperti, si presume tutti scienziati, divergono. Ci dicono che vi è un consenso del 97 sull’esistenza di cambiamenti climatici antropogenici, ma anche questo è un fatto ampiamente contestato, per non dire refutato. Non so come mai, mentre gli scienziati che sostengono il cambiamento climatico antropogenico sembrano rimanere nell’anonimità della statistica, quelli che lo negano emergono alla luce della ribalta (you tube) con tutti i loro titoli accademici e non, inclusi alcuni nobel. Sarà colpa mia, che non mi documento sufficientemente sulla catastrofe imminente, per la quale ci sono ragazzi che si sentono privi di futuro. A cominciare dalla osannata Greta Thumberg: protagonista o fantoccio portato avanti da persone interessate?
Pubblicato il 28 settembre 2019
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