di Giuliano Guzzo
Sabato non ero presente, a Roma, in piazza San Giovanni all’oceanica
manifestazione per la famiglia, né facevo o avevo fatto in qualche modo
parte del comitato organizzatore. Certo, appoggiavo e tutt’ora appoggio
senza titubanza alcuna ragioni e spirito dell’evento, ma la ragione per
cui trovo doveroso rispondere alle osservazioni su quella piazza
formulate ieri da don Mauro Leonardi su La Croce non è per
difendere qualcosa a cui non ho neppure preso parte, né per polemizzare
gratuitamente con un sacerdote dalla penna prolifica. No, il motivo per
cui credo sia giusto replicare alle critiche di don Leonardi è perché
queste, oltre ad essere espresse con pacatezza, risultano a ben vedere
di portata generale condensando punti di vista assai diffusi,
oggi, nel mondo cattolico. Le contestazioni mosse all’evento di piazza
San Giovanni e alle sue conseguenze sono essenzialmente tre.
La prima riguarda il fatto che dalla piazza sarebbe emersa una «logica dello schieramento: un “noi e loro”, un “assediati e assedianti”» che non gioverebbe «assolutamente né alla Chiesa né all’Italia in generale».
Ora, la critica sarebbe fondata se, in effetti, la manifestazione fosse
stata contro qualcuno o contro alcuni, mentre invece era contro qualcosa;
non c’era cioè alcun “noi e loro” e non solo perché è stato detto – e
scritto – fino alla noia, ma perché risultava dall’immensa scritta che
sormontava il palco dei relatori: STOP GENDER. Sappiamo che tanti non
ammettono l’esistenza dell’ideologia del gender, tuttavia tutti concordiamo su un fatto: il gender non
è una persona, ma un modo di interpretarla, una vera e propria
antropologia che più di qualcuno – a mio avviso a ragione – ritiene
autodistruttiva e da tenere lontano dai bambini. Nessuna «logica dello schieramento» dunque, ma solo fermo rifiuto di quello che Papa Francesco ha definito «sbaglio della mente umana».
«In seconda istanza – ha scritto don Leonardi –
desidero dire con chiarezza che non è impedendo ai gay di sposarsi –
anche se la Chiesa non è d’accordo col matrimonio omosessuale – o
negando le unioni civili che noi salveremo le nostre famiglie». Sacrosanto. D’altra parte nessuno ritiene la lotta all’ideologia del gender come il modo per salvare la famiglia italiana – che ha già tantissimi nemici, dal divorzio ora pure express al fisco vampiresco -, ma semmai come punto di non ritorno. E’ quindi vero che «la famiglia è in crisi non perché ci sono le persone omosessuali»
– cosa che del resto nessuno, tanto meno a Roma, ha mai insinuato -, ma
se consentiamo alle leggi di creare nuovi modelli familiari e se
permettiamo allo Stato di spiegarci che non esistono più padre e madre
ma solo genitore 1 e genitore 2, come sarà possibile ripartire? La
famiglia occidentale ora è come una casa in fiamme: proprio per questo
circondarla di materiale esplosivo non sarebbe una buona idea.
Rileva, infine, il sacerdote scrittore che «innegabilmente il
mondo laico ha identificato tutto il mondo cattolico con le posizioni
espresse sabato 20 in piazza San Giovanni […] Questo è un
grossissimo problema – se vogliamo è un problema di tipo “politico” –
perché è un ostacolo insormontabile a cercare alleanze anche con chi la
pensa diversamene ma su singole questioni può essere d’accordo e aiutare
a conseguire risultati concreti». Il problema, qui, è solo
interpretativo dato che lo stesso don Leonardi riconosce che l’evento
romano è stato anzitutto espressione di «quell’agire laicale in prima persona, tanto auspicato dal Concilio Vaticano».
Se poi si considera lo scetticismo – manifesto e preventivo – di parte
delle gerarchie ecclesiastiche nonché di interi movimenti su quanto
avvenuto sabato a Roma, è chiaro come il problema di chi identifica «tutto il mondo cattolico con le posizioni espresse sabato 20 in piazza San Giovanni» sia di ignoranza, e non può essere ricondotto alla manifestazione.
Senza dimenticare, per concludere, un aspetto forse amaro ma fondamentale:
il dialogo non è sempre possibile. E non perché non sia utile – lo è
certamente, come metodo -, ma perché non è bene assoluto. Un esempio
aiuterà a comprendere. Se «chi la pensa diversamene» esprime
dissenso sul fatto che i bambini all’asilo vengano fatti giocare troppo
con la palla e poco coi Lego, o perché alle scuole elementari, secondo
lui, vengono insegnate materie troppo complesse, è un conto: e qui,
evidentemente, il dialogo è possibile. Se però «chi la pensa diversamene»
non ritiene problematico che ai piccoli vengano instillati dubbi sulla
loro identità sessuale, che si faccia di tutto per neutralizzare le
differenze fra i sessi o che addirittura dei bambini possano essere
invitati alla masturbazione, non c’è dialogo che tenga. Questo legittima
la violenza? No: difatti sabato non ve n’è stata. Tuttavia ci sono
momenti in cui dei fermi no sono il solo modo per proteggere dei sì grandiosi: sì alla libertà educativa, sì alla famiglia, sì al miglior interesse dei figli.
http://giulianoguzzo.com/2015/06/24/perche-sabato-abbiamo-vinto-tutti-una-risposta-a-don-leonardi/
Pubblicato il 24 giugno 2015

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