di Giuliano Guzzo
L’intervento con il quale Papa Francesco, incontrando i partecipanti al Colloquio internazionale interreligioso sulla complementarietà tra uomo e donna, ieri ha ribadito che «i bambini hanno il diritto di crescere in una famiglia, con un papà e una mamma», è stato molto più significativo di quanto possa apparire e denso di implicazioni che ai più, curiosamente, sembrano essere sfuggite. Prima di esaminarle, è opportuno chiarire subito un equivoco: contrariamente a quanto osservato da alcuni, il Papa non ha affatto difeso la “famiglia tradizionale” riconoscendo invece – in antitesi a quanto i mass media continuamente tentano di far credere, basti pensare al recentissimo spot di una nota compagnia telefonica – che non esistono diversi modelli familiari equivalenti: «Non si può parlare oggi di famiglia conservatrice o famiglia progressista: la famiglia è famiglia!».
Tornando al diritto dei bambini «di crescere in una famiglia, con un papà e una mamma»
così come sottolineato dal Papa, le considerazioni una simile
constatazione comporta sono molteplici. La prima concerne il fatto che,
se i bambini hanno davvero diritto ad un padre ed una madre, non può non
esistere – a tutela di siffatto diritto – lo speculare dovere,
da parte di ogni comunità, di fare tutto il possibile affinché esso sia
pienamente rispettato. Ne consegue che laddove uno Stato non solo non
s’impegnasse affinché ogni bambino possa crescere «con un papà e una mamma», ma addirittura negasse a priori
questo diritto ad un minore, per esempio consentendo l’adozione a
coppie formate da persone dello stesso sesso, si assumerebbe una
responsabilità gravissima, oltretutto proprio nei confronti dei soggetti
più deboli.
Gli stessi lacunosi studi scientifici sbandierando i quali, ormai da
qualche anno, si tenta di rendere meno grave la privazione a dei bambini
delle figure materna e paterna non fanno che confermare questo dato,
configurandosi come maldestri tentativi – talvolta basati anche su
elementi puramente emozionali, si pensi all’indimenticabile cinguettio
virtuale di Barack Obama, «Love is love» – di oscurare un fatto altrimenti lampante.
Un altro aspetto non secondario, a proposito del diritto dei bambini «di crescere in una famiglia, con un papà e una mamma»,
concerne la sua collocazione giuridica. La tutela del fanciullo,
giuridicamente parlando, non è fenomeno affatto remoto: la “Convenzione
sull’età minima” della Conferenza Internazionale del Lavoro e la
Dichiarazione dei diritti del bambino, adottata dalla Quinta Assemblea
Generale della Società delle Nazioni, infatti, risalgono ai primi
decenni del Novecento.
Alla luce di questo non meraviglia che il diritto di ogni minore ad
avere un padre ed una madre non goda della visibilità normativa che pure
– tanto più oggi – meriterebbe, essendo il più delle volte
implicitamente ricavabile. Svista o ritardo culturale? L’ipotesi
maggiormente plausibile è che i non sovrabbondanti richiami espliciti al
diritto dei bambini a «crescere con un papà e una mamma», più
che una mancata evoluzione del diritto, rispecchino un’evidenza che il
Legislatore non ha storicamente avvertito la necessità di codificare
ritenendola già propria di una dimensione naturale, preesistente alla
stessa organizzazione statale. Del resto, la possibilità che un bambino
potesse crescere all’interno di una coppia di persone dello stesso sesso
era assai infrequente fino a pochi decenni or sono e prima che pratiche
come l’utero in affitto conoscessero l’attuale diffusione.
Un’ultima considerazione che merita di essere svolta riguarda il carattere di inalienabilità
che è doveroso riconoscere al diritto di ogni bambino ad avere un padre
ed una madre; non già per incoraggiare alcuna sorta di discriminazione,
bensì per evitarla. Non per alimentare ipocrisia, ma per scongiurarla.
Cosa sarebbe difatti più ipocrita di considerare da un lato non
necessario che un figlio cresca in una vera famiglia e, d’altro lato,
ritenere intoccabili diritti quelli dell’educazione e dell’istruzione?
Che senso avrebbe – al di là di una prospettiva meramente taccia e
menzognera – insistere sull’importanza, per i bambini, di frequentare la
scuola e gli amici una volta che si mettesse da parte la centralità del
loro diritto ad avere un padre ed una madre? Lo stesso insistere, per
quanto riguarda i bisogni dei bambini, sul primato assoluto dell’affetto
a scapito dei ruoli genitoriali prelude a tremende derive.
A tal riguardo suona drammaticamente convincente l’osservazione del
filosofo Fabrice Hadjadj, il quale fa notare come, se davvero tutto ciò
di cui hanno bisogno i figli fossero l’amore e l’educazione
astrattamente intesi, allora anche un orfanotrofio di alta qualità
potrebbe bastare; la famiglia non sarebbe quindi più necessaria. Ma
questo – quand’anche un giorno fosse approvato per legge o stabilito per
sentenza, ipotesi che purtroppo non possiamo escludere – costituirebbe
un intollerabile oltraggio alla ragione. Ne deriva l’obbligo morale di
non lasciare solo Papa Francesco, quando ripete una verità elementare
come quella del diritto che bambini hanno «di crescere in una famiglia, con un papà e una mamma».
In gioco c’è infatti la sopravvivenza della civiltà, altrimenti
destinata ad involvere sotto i colpi di una dittatura del desiderio che,
se a prima vista si presenta come del tutto neutrale ed anzi benefica,
non tarderà a presentarci un conto salatissimo per i nostri silenzi.
http://giulianoguzzo.com/2014/11/18/papa-e-mamma-un-diritto-inalienabile/ Pubblicato il 19 novembre 2014

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