di Fabrizio Cannone
E’ stato
già detto di tutto, e anche troppo, sul fatto inedito della canonizzazione di
due Sommi Pontefici, avvenuta ad opera di Papa Bergoglio, a Roma il 27 aprile
2014, con la presenza in veste di con-celebrante dell’emerito Papa Ratzinger.
Giovanni
XXIII (1958-1963), Giovanni Paolo II (1978-2005), Benedetto XVI (2005-2013),
Francesco I (2013-2014): 4 Papi diversi per storia, cultura, origine e sensibilità
teologica. Ma tutti e quattro Vicari di Cristo; tutti pertanto, benché uomini
non impeccabili e non esenti da limiti, da conoscere e da amare. Tutti da
rispettare e da riverire come si conviene alla somma autorità ecclesiastica.
Altrimenti si finisce, anche se non lo si dice, nel cosiddetto sedevacantismo, la tesi teologica secondo
cui, a partire dal 1965 e dalla promulgazione dei documenti del Concilio
Vaticano II, la Sede Apostolica sarebbe vacante, e gli ultimi Papi sarebbero
tali sono di nome e non realmente davanti a Dio. Questa tesi, sostenuta in
ambienti marginali del cattolicesimo, è stata giudicata da un teologo
equilibrato come don Pietro Cantoni come una tesi di scuola non assurda in
astratto, qualora appunto fosse verificata la presenza di eresie all’interno
del Concilio e nei documenti successivi della Chiesa (cf. Novus Ordo Missae e fede cattolica, Quadrivium, Genova, 1988). Ma
questo è il punto: i documenti del Concilio contengono eresie? Se non è il caso,
come a noi pare dopo studio e meditazione anche sui passi più problematici
dello stesso, allora cade quella tesi teologica, pur formulata con tutte le
sfumature e l’acribia scientifica di teologi del calibro del domenicano
francese p. Guérard des Lauriers (1898-1988).
Che
cosa si può aggiungere dunque ai fiumi d’inchiostro che si sono riversati sulla
stampa italiana, europea e mondiale, dando un’immagine più agiografica che
storica delle due notevoli figure di cattolici e di pontefici del Novecento?
Forse ciò che è mancato nei giornali e in tv, o che almeno è restato un po’ di
nicchia, è una presentazione diversa dei due Pontefici, alternativa a quella
mass-mediatica e di comodo. Sembra quasi che i due Vicari di Cristo siano stati
soltanto e unicamente i due Papi del Concilio, uno per averlo convocato e
l’altro per avervi partecipato attivamente e averlo messo in pratica anni dopo.
E questa, a vedere la biografia di entrambi, è già una palese contro verità.
Roncalli è nato nel 1881 e Wojtyla nel 1920: per entrambi è esistita una vita
precedente al Concilio che non casualmente è stata messa da parte, o peggio
riletta agiograficamente alla luce del poi.
In
due ottimi pezzi, pubblicati su questo blog, il giornalista Federico Catani ha già offerto una lettura“non progressista” della vita e del pensiero di san Giovanni XXIII, un Papa
assai fiero della Tiara pontificia dei Vescovi di Roma. Rimando il lettore più
interessato a una rilettura attenta dei due pezzi e se si volesse ampliare il
discorso rinvio ad un mio breve saggio pubblicato alcuni anni fa sulla rivista Nova Historica (F. Cannone, Pio IX nel pensiero di Giovanni XXIII, in Nova
Historica, n. 26, 2008, pp. 110-141) in cui si dimostra la stima di
Giovanni XXIII per l’ultimo Papa-Re e attraverso di essa la consonanza di Papa
Giovanni con i valori tradizionali rappresentati dal Mastai Ferretti. Anzi
rispetto a ciò che ha scritto l’amico Federico, si potrebbero notare altre cose
sulle idee sul cosiddetto Papa buono.
L’istituto per le scienze religiose di Bologna, tra non pochi aspetti negativi
(sintetizzati proprio nella loro visione filo modernista e filo protestante del
cattolicesimo), ha vari meriti dal punto di vista storiografico e documentale.
Tra di essi spicca la coraggiosa pubblicazione dei Diari e delle Agende che
tenne per oltre mezzo secolo Papa Giovanni; un materiale vasto che occupa molti
volumi e che offre, una volta per tutte, un’immagine molto diversa del
pontefice bergamasco rispetto a quella creata ad arte già durante il suo
pontificato e poi soprattutto al tempo del Concilio. Oltre al notissimo Giornale dell’anima, già pubblicato, i
bolognesi hanno reso disponibile le carte giovannee di altre fasi della vita di
Giovanni XXIII, da quando era Delegato Apostolico in Oriente, agli anni della
Nunziatura a Parigi, fino alle agende del lustro del pontificato.
Non
ho lo spazio per citare tutti i brani, numerosissimi, in cui Roncalli appare
all’opposto del “papa buono” inteso nel senso del progressismo. Le note
simpatie “premoderne” di Papa Giovanni e la sua predilezione per la liturgia in
latino vi trovano riscontro come anche l’elogio per la Chiesa della
Controriforma, per le figure di Pio IX e di Pio X, per l’uso della talare, la
sintonia con il “maschilismo” cattolico, l’antipatia per le riforme liturgiche
degli anni ’50, per le “nuove chiese” e la nuova sensibilità artistiche e
culturali. Tra altre cose, Roncalli critica la massoneria, il risorgimento, il
comunismo, l’antifascismo (fino a commuoversi per l’uccisione dei gerarchi del
regime…), esprime stima per i conservatori, i patrioti, etc.
Anche
la lettura di san Giovanni Paolo II è stata tutta all’insegna del conformismo e
dell’unanimismo. Ciò è avvenuto sia nei mass media laici che in quelli
cattolici. Qualche giornalista laico ha avuto almeno il coraggio di ribadire
che le posizioni del Papa polacco erano antitetiche a quelle della modernità
laica e progressista; ma nessun grande organo di sentore cattolico ha fatto lo
stesso. Sarebbe stato bene ricordare invece le forti opposizioni che ebbe Papa
Wojtyla fin dall’elezione e poi nei momenti forti del suo governo, specie
quando da Roma si enunciavano delle verità dogmatiche ed etiche giudicate come
superate dall’ala marciante del cattolicesimo europeo e americano. Vogliamo
citare le varie petizioni di teologi “cattolici” contro il Papa quando questi
ribadì la dottrina del sacerdozio unicamente maschile? E cosa accadde quando
Wojtyla promulgò la Dominus Jesus,
siglata da Ratzinger? Tutta questa esaltazione mediatica per un Pontefice che
in vita, in un periodo di acceleratissima secolarizzazione (1978-2005), si
scagliò contro il marxismo e il liberalismo, l’usura e il primato dell’economia
sulla politica, l’aborto e il divorzio, gli anticoncezionali e le nozze gay, appare
ancor più superficiale e anzi del tutto strumentale. Si veda, sempre a titolo
di esempio, e sempre sul tema spinoso delle differenze e delle somiglianze tra
i Papi, un saggetto in cui si dimostra la stima di Papa Wojtyla per san Pio X ed
anche per il suo anti-modernismo (cf. F. Cannone, San Pio X visto da Giovanni
Paolo II, nell’attuale dibattito sul modernismo, in Nova Historica, n. 34-35, 2010, pp. 83-97).
Certo
Giovanni Paolo II fu anche il Papa di Assisi (1986), delle GMG, dell’ecumenismo
e del dialogo interreligioso. Ma non si può mettere sulla bilancia una prassi pastorale, come tale contingente
e non dogmatica (in quanto prassi),
con la dottrina definitiva e universale ribadita da Roma ex cathedra. Si può, a titolo di esempio, trovare non esente da
rischi la riunione interreligiosa di Assisi o la prassi dei colloqui alla pari con le chiese separate, ma non
è lecito mettere in dubbio il magistero del Pontefice fondato sul costante,
universale e sicuro insegnamento cattolico, come quello espresso dalle grandi
encicliche del Pontificato (Evangelium
vitae, Veritatis splendor, Fides et ratio).
Mi
voglio limitare ad un solo punto della dottrina tipica di san Giovanni Paolo II
per fare delle considerazioni non svolte dai grandi mezzi di comunicazione: la
dottrina del Pontefice sulla democrazia. L’ho approfondita in un libretto a cui
rinvio il lettore più interessato (F. Cannone, La democrazia in GiovanniPaolo II, Fede & Cultura, 2008). Il paradosso, almeno in apparenza, è
il seguente: nessun Pontefice ha tanto parlato di democrazia quanto Giovanni
Paolo II ma la sua visione della democrazia è antitetica e incompatibile con
quella delle Costituzioni laiche e moderne. Il termine, di per sé ambiguo e
poco chiaro, di democrazia, compare infatti
letteralmente migliaia di volte nei tomi che raccolgono il suo corposo insegnamento
(cf. Insegnamenti di Giovanni Paolo II,
LEV, 1979-2006). Ma ad un’analisi più attenta si vede bene che il concetto di democrazia che aveva il Pontefice venuto
dall’Est era così lontano dalla sua comune accezione, da esserne una
contraddizione perfetta. Il sottoscritto ha coniato un’espressione, forse poco
felice, ma almeno chiara: il papa era per una “democrazia antidemocratica”.
Espressione discutibile ma verissima, sia secondo vari studiosi di sentore
cattolico come il sottoscritto, sia soprattutto (e questo è un merito di
obiettività) secondo l’analisi scientifica di vari politologi del campo avverso
(come Gustavo Zagrebelsky e Paolo Flores d’Arcais).
La
democrazia, che Giovanni Paolo II auspica e difende, è la partecipazione dei
cittadini ad un ordine già dato, ad una realtà sociale e politica che nelle sue
linee di fondo è stabilita una volta per tutte dal Creatore dell’universo; non
ammette dunque nessuna sperimentazione di ingegneria sociale di taglio democratico-totalitario,
liberale o progressista. L’uomo non può decidere, secondo il magistero di Wojtyla,
che cosa sia il matrimonio o la famiglia o l’educazione o la libertà o il bene
comune poiché questi concetti basilari sono già decisi pro semper dalla Rivelazione cristiana. Lo sforzo dello Stato allora
starà tutto nel realizzare quanto già noto per via della Rivelazione divina
(per le società cristiane) o attraverso le vie più impervie della ragione (per
le società extra cristiane, pre-cristiane o post-cristiane come la nostra). Giovanni
Paolo II ha dichiarato tante volte, per esempio nell’Evangelium vitae, che una legge contraria alla legge naturale non
soltanto è erronea: questo potrebbe essere visto come una opinione
“democratica” accanto ad altre opinioni pari e contrarie; ma è del tutto priva
di valore giuridico. Dunque, la teoria della teocrazia cattolica, nel senso
dell’autorità che deriva dall’alto e limita il potere umano, per il Papa è
ancora in vigore e lo sarà sempre. Stanti questi postulati teorici quale
democrazia aveva in mente il Pontefice? Una democrazia nei limiti della ragione
e della Rivelazione. Si inverte così il dogma laico-moderno della “religione
nei limiti della ragione” (Kant) e della “Chiesa nei limiti dello Stato”
(Cavour, Lamennais). E’ la religione che limita e stabilisce e non il
contrario. E’ la legge civile a dover obbedire alla legge naturale (proposta
dalla Chiesa).
Abbiamo
fatto solo alcuni brevissimi esempi per dimostrare l’abissale distanza tra il
magistero dei Pontefici canonizzati quest’anno e la loro presentazione comune.
Questa distanza reale, ma non apparente a prima vista, ci dice molto circa la
crisi della fede che tutti denunciano, ma che nessuno pare in grado di
risolvere.
Concludo
con una citazione del cardinal Dziwisz, storico segretario di Giovanni
Paolo II e ora arcivescovo di Cracovia: “Il giorno in cui beatificò Giovanni
XXIII e Pio IX, papa Wojtyla fece osservare che la santità si vive nella storia
e che dunque i santi non sono preservati dai limiti e dai condizionamenti
propri all’umanità del loro tempo. E’ una considerazione che vale anche per lui
[e per Giovanni XXIII]”.

Grazie. Molto interessante Luca da Torino. Sempre nel cuore la gmg 2000.
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