Visualizzazione post con etichetta vocazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vocazioni. Mostra tutti i post

12 novembre 2019

Non preti, ma preti santi

di Giorgio Enrico Cavallo
Nella Chiesa, da quanto l’aridità delle vocazioni ha palesato l’urgente necessità di rimpinguare i seminari, la soluzione che da più parti viene proposta per invogliare i giovani al sacerdozio è quella di togliere l’ingombrante celibato dei preti. E va bene, a dirla tutta non è proprio un’idea contemporanea, ma il Sinodo Amazzonico l’ha posta all’attenzione urgente della Chiesa universale. Tutto si può dire del Sinodo che passerà alla storia per la carnevalata neopagana delle Pacahamama e per aver ulteriormente picconato l’edificio storico della Cattolicità. Ma ormai demolire la Chiesa di Cristo è lo sport preferito in Vaticano, ed è inutile commentare ulteriormente. Semmai, è bene soffermarsi sulla convinzione profonda e condivisa da molti in buona fede, che il celibato ecclesiastico scoraggi i seminaristi e che aprendo le porte ai preti sposati vi sia un meraviglioso ritorno di fiamma, con centinaia – ma che dico? – migliaia di vocazioni in più. Una Nuova Pentecoste.

Anche con il Concilio Vaticano II dicevano le stesse cose, e abbiamo visto che la sua applicazione ha prodotto effetti diametralmente opposti a quelli che erano attesi dai padri conciliari. Ammesso, naturalmente, che molti di essi non fossero già appassionati giocatori dello sport di cui sopra. Karl Rahner ebbe a sostenere che il celibato dei sacerdoti non sarebbe sopravvissuto all’ingresso della Chiesa nella modernità. Si tratta di un’affermazione sbagliata, perché la stessa Chiesa non è sopravvissuta alla modernità, come mostra il deprimente quadro contemporaneo di una cattolicità tiepida, sbandata, dissolta. In questa cattolicità si parla dunque di preti sposati. Ma c’è davvero qualcuno, in Vaticano, che crede che i moderni cattolici da operetta possano decidere di fare il prete se verrà loro concesso di sposarsi? D’accordo che il lavoro a tempo indeterminato è allettante, ma di un lavoro si tratta; e buona parte dei parroci di oggi tutto fanno fuorché il loro lavoro di parroci. Hanno trasformato il sacerdozio nell’amministrazione delle parrocchie, nell’accompagnare i ragazzini alle gite ed all’Estate ragazzi, nell’aprire e chiudere i saloni parrocchiali per mostre di dubbio gusto e riunioni di condominio. Poi, in mezzo, c’è anche la Messa. Onore a chi celebra con convinzione e con consapevolezza; ma stendiamo un velo sui sacerdoti che fanno della Messa un divertissement, con tanto di varianti ecumeniche e neopagane, fino all’assurdo di stralciare il credo perché «io al credo non ci credo». Infine, vi è l’aspetto “pubblicitario”: nemmeno il faccione sorridente di Bergoglio può nascondere la profonda inquietudine della Chiesa contemporanea, palesemente sperduta e dilaniata da un progressismo centrosocialaro. Ora, con tutta la buona volontà: ma chi può scegliere di fare il sacerdote in una Chiesa così?

«Eh, ma mancano le vocazioni… le proviamo tutte… magari questa volta va bene». La sensazione è che qualcuno in Vaticano e dintorni davvero la pensi così. Ma sì, facciamo i preti sposati. E poi anche le pretesse, va’. Magari funziona. E se non funziona facciamo le Messe in videoconferenza, con l’eucaristia 2.0 recapitata via posta elettronica. La verità è che non servono più preti. La storia insegna che il cristianesimo non si fa con i numeri, ma con la qualità. All’inizio, i discepoli erano 12. Ma erano determinati, innamorati, sostenuti dallo Spirito Santo. Non servono più preti, ma preti santi. Servono nuovi don Bosco e nuovi Curati d’Ars. Servono nuovi san Benedetto capaci di far rifiorire il monachesimo. Servono esempi. Serve gente che ci crede. E chi ci crede davvero non ha bisogno della strada comoda o degli escamotage. Dall’attuale gerarchia ecclesiastica, nella quasi totalità palesemente dimentica del proprio ruolo, troppo spesso tiepida, talvolta nemmeno cattolica, non possiamo attenderci una svolta positiva. La possiamo soltanto chiedere a Cristo. Susciti nel cuore degli uomini una santa vocazione; perché senza preti e suore santi, saremo costretti a subire una Chiesa sempre meno cattolica e sempre più luterana o pagana, quando non musulmana o dichiaratamente massonica. Una Chiesa che, per perseverare nel suo sport preferito, finirà per demolire fin l’ultimo mattone del Sacro Edificio eretto in due millenni. E allora, altro che preti sposati.

 

20 aprile 2017

Cattolici nel mondo e in Europa: qualche statistica


di Fabrizio Cannone

La Chiesa cattolica, da sempre (e quindi ben prima del caso Galileo), crede nella scienza oltre che in Dio. Credere nella scienza, se non si è maniaci del razionalismo dogmatico, come i positivisti ottocenteschi, significa semplicemente sapere che l’universo materiale ha delle leggi proprie che ne regolano il corso e il funzionamento. E chi crede che Dio sia un essere intelligente e intelligibile, e che sia lui l’autore del mondo visibile, non può che credere che la realtà rifletta, pur misteriosamente, la perfezione della sua prima Causa.
Lo testimoniano altresì una infinità di opere teologiche, filosofiche e comunque di alta cultura che vanno sotto i nomi di Patrologia greca e di Patrologia Latina. Si tratta di due collezioni ottocentesche, dovute allo zelo di un curato di campagna, l’abbé Jacques-Paul Migne (1800-1875) che raccolgono, in modo mirabile e in oltre 300 volumi a stampa, centinaia di testi dei teologi e dei vescovi cattolici dei primi secoli dell’era cristiana.
D’altra parte, la luminosa età medievale (come Giotto, Dante e Tommaso d’Aquino), vide la nascita o la rinascita di molte discipline scientifiche come l’astronomia, la medicina e l’ottica, e la fondazione delle prime università quali centri superiori del sapere e della ricerca: si pensi alla Sorbona, fondata nel 1253 dal canonico Robert de Sorbon, confessore del re san Luigi IX e alla Sapienza, eretta da Bonifacio VIII nel 1303 come Studium Urbis.
Ma le stesse cattedrali gotiche o le abbazie romaniche che riempirono dei loro marmi luminosi, nazioni come l’Italia, la Francia, la Spagna o la Germania, mostrano bene che lo studio della Bibbia, la prima occupazione dei dotti dell’età di mezzo, non si opponeva in nulla all’ottima conoscenza delle regole dell’architettura, della pittura, della scultura, dell’idraulica e dell’acustica. Idem dicasi per le scienze musicali e del canto, a partire dal pentagramma, nota creazione del monaco Guido d’Arezzo (991-1033 circa).
Oggi la Chiesa di Roma usa prudentemente tutte le conoscenze ‘profane’ per meglio inserirsi nel contesto della cultura tecno-scientifica contemporanea, e tra esse, viene costantemente impiegata la statistica. La fede nel mondo e l’incidenza reale della religione nei cuori non rientrano in nessun tipo di calcolo e di ragionamento, certo. Ma la religione è anche un fatto sociale e pubblico, e se in Italia fino a 50 anni fa, la gran maggioranza dei cittadini si sposava in chiesa e ora non più, qualcosa ciò starà pur a significare. Lo stesso dicasi per molti atti esterni, e come tali valutabili e misurabili: la quantità di battezzati ogni 100 nati, l’andamento dei divorzi tra i cattolici, la proporzione degli studenti che si avvalgono dell’ora di religione, e così via.
Così pochi giorni fa, è stata annunciata in Vaticano la pubblicazione di due strumenti importanti e sovente misconosciuti: ovvero l’Annuario Pontificio del 2017, ed il meno noto Annuarium Statisticum Ecclesiae 2015.
L’Annuario Pontificio è una sorta di repertorio sistematico della gerarchia cattolica universale, di tutte le diocesi del mondo (con indirizzi, numeri di telefono, etc.) e di tutti gli uffici e le congregazioni della Curia romana. Vi sono anche menzionati tutti i cardinali, gli istituti religiosi, le rappresentanze e il corpo diplomatico accreditato presso la Santa sede. E’ quindi un importante strumento di collegamento inter-ecclesiale e di comunicazione, il quale risalirebbe addirittura al 1716 e che, pur con alterne vicende, è stato stampato quasi ogni anno fino ai giorni nostri. Notoriamente, esso si apre con la lista cronologica dei 266 Sommi Pontefici, da s. Pietro a papa Francesco, non esclusi neppure gli antipapi. Nell’ultimo anno preso in conto, il 2016, si parla così della erezione di 4 nuove sedi episcopali, di una eparchia, 2 esarcati apostolici e un ordinariato. L’indice accuratissimo dell’Annuario lo rende un utilissimo vademecum della cattolicità.
Quanto all’Annuario Statistico, esso è ben più complesso, meno descrittivo e compilativo, e se vogliamo più scientifico. Contiene il trend del cattolicesimo mondiale degli ultimi 5 anni (2010-2015: gli ultimi 2 di Benedetto XVI e i primi 3 di Francesco), sia come sintesi complessiva, che per singole aree del mondo.
La cosa più significativa sta forse nell’andamento delle vocazioni sacerdotali e religiose, che come noto è al ribasso nelle zone di più antica cristianità, tra cui l’Italia. Così, con una proporzione di cristiani cattolici assai stabile in rapporto all’insieme dell’umanità, i sacerdoti cattolici sono aumentati in Africa (+ 1.133 unità) e in Asia (+ 1.104 unità), restando stabili in America (+ 47 unità) e in Australia (+ 82 unità). E sono calati drasticamente in Europa, madre e cuore della Chiesa universale (- 2.502 unità in un solo anno!). Un calo simile si è registrato anche per i religiosi (non sacerdoti) e per le religiose, specie per quelle di vita attiva, e non di clausura. Un calo ancora maggiore si è avuto, nell’ultimo lustro, per i seminaristi europei e un parallelo aumento degli abbandoni del sacerdozio e dei consacrati a vario titolo.
Come spiegare questo trend negativo proprio nel continente europeo, evangelizzato degli stessi apostoli e nel cuore del mondo ecclesiale in cui sorge Roma, capitale mondiale della cattolicità?
Due cose appaiono certe e strettamente collegate tra loro. L’andamento rilassato e lassista di moltissimi cattolici, succubi della cultura laica e mondana della contemporaneità, ha spento in tanti giovani le idealità per cui prima alcuni erano attratti dal sacrificio del celibato, del convento, del seminario e della stessa clausura. Parallelamente, come dimostra in modo inoppugnabile il sacerdote spagnolo Angèl Pardilla (La realtà della vita religiosa. Analisi e bilancio di 50 anni 1965-2015, Libreria editrice Vaticana, 2016, pagine 704), la crisi di fede del post-Concilio ha condannato alla sterilità il sacerdozio e la vita religiosa, maschile e femminile. Soprattutto negli ambienti segnati dal progressismo e dal modernismo più spinto. Non pochi istituti invece, riportati come esempi dal teologo clarettiano, sorti proprio nell’ultimo mezzo secolo, ma con un’identità forte e chiara, hanno registrato e registrano quel rinnovamento e quella espansione che sono i segni migliori della fedeltà al carisma e al Vangelo.
Esistono infatti una serie di comunità religiose che, sorte solo alcuni decenni fa, si caratterizzano per una continua espansione, di anno in anno. A titolo di esempio vediamone due, emblematiche di un mondo poco noto ma sempre più vivace. Nel 1970 l’arcivescovo Marcel Lefebvre fondò in Svizzera, con l’approvazione del vescovo locale, la Fraternità sacerdotale san Pio X. Oggi se ne parla molto perché Papa Francesco, non proprio un ‘tradizionalista’, sta cercando di risolvere il dissidio canonico che si aperto con la consacrazione che Lefebvre fece nel 1988 di 4 vescovi, contro la volontà di Giovanni Paolo II. Mettiamo da parte però l’aspetto canonico-giuridico. La Fraternità, sorta nel post-Concilio, in un momento in cui molti ordini religiosi iniziavano a perdere vocazioni religiose a decine o a centinaia (come i gesuiti), conta oggi 613 sacerdoti, presenti in tutti i continenti. Ed anche 215 seminaristi, oltre 200 suore, etc. La Fraternità ha fondato e dirige oltre 100 scuole (dall’asilo al liceo), e due istituti universitari riconosciuti dallo stato, uno a Parigi e uno in America. La particolarità dei cosiddetti cattolici-tradizionalisti, e il loro carisma specifico, è di usare i sacramenti secondo le norme precedenti alle riforme di Paolo VI (1963-1978). In latino dunque, e nella messa, con il prete rivolto all’altare, e non al popolo. E tuttavia questo “ritorno al passato” non ha impedito la costituzione di 6 seminari floridi e di moltissime case religiose nel mondo, anzitutto in Francia, ma anche in Africa, in America, nelle Filippine, in Italia, etc.
Nel 1988, 12 membri della Fraternità di Lefebvre, non volendo accettare la rottura col Vaticano, fondarono la Fraternità san Pietro, di fatto con lo stesso spirito di restaurazione cattolica. E Giovanni Paolo II li eresse subito, con il permesso di celebrare secondo il modo antico. Ebbene anche la Fraternità san Pietro, ben più giovane della società di Lefebvre, conta oltre 250 giovani sacerdoti. E questo vale per molti altri piccoli istituti con il carisma della messa in latino, diffusi in mezzo mondo. Tutti fondati nel post-Concilio e tutti caratterizzati dal gusto della Tradizione: sacerdoti con abiti riconoscibili, bei paramenti nel culto, pratiche devozionali classiche (rosario, adorazione eucaristica, etc.) e soprattutto fedeltà alla verità cristiana senza sconti e accomodamenti.
Nei prossimi anni ne vedremo delle belle. Davanti ad una “apostasia silenziosa dell’Europa”, come la chiamò profeticamente Giovanni Paolo II, c’è l’avanzata dell’islam e del laicismo, del New Age e delle religioni orientali e neo-pagane. Esistono però delle “minoranza creative” cristiane (Ratzinger), in forte espansione, che non si arrendono ai mala tempora, e hanno la pretesa di rievangelizzare il continente. Chi vivrà vedrà.

(uscito con modifiche su La Verità del 18 aprile 2017)
 

27 giugno 2013

"Primavera” della Chiesa? Una riflessione a cinquant’anni dal Vaticano II

di Giorgio Mariano

L’elogio funebre di don Andrea Gallo da parte del presidente della CEI, mons. A. Bagnasco, e il silenzio della gerarchia ecclesiastica dinanzi l’atto sacrilego compiuto il 1° maggio davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano, durante il noto concertone, rivelano l’insapore di una gerarchia ecclesiastica che non ha più niente da dire: né difendere la Verità né condannare il peccato.