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06 ottobre 2026

Premio Brian? L'UAAR se la canta e se la suona

di Marco Begato 

Dopo aver scritto una riflessione sull’ultimo film insignito del Premio Brian, ho deciso di fermarmi brevemente ad approfondire la natura di tale evento, giunto nel 2026 alla sua ventunesima edizione.

Il Premio Brian è un riconoscimento conferito dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR) per il miglior film presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

I criteri della premiazione, secondo gli organizzatori, tengono in considerazione il film “che meglio promuova una visione laica del mondo e che, attraverso le lenti degli scopi sociali dell’Uaar, evidenzi i valori associati al laicismo, cioè la razionalità e il pensiero scientifico, la democrazia, il pluralismo, l’autodeterminazione, le libertà di coscienza, di espressione e di ricerca, il principio di pari opportunità nelle istituzioni pubbliche per tutti i cittadini, senza discriminazioni di sesso, identità di genere, orientamento sessuale e concezioni filosofiche o religiose, nonché l’opposizione diretta a teocrazie e fondamentalismi su base confessionale” (Qui la pagina).

Parrebbe insomma un’iniziativa a sostegno della ragione e compattamente protesa a sconfiggere i dogmatismi di ogni tipo, ma qualcosa non convince.

Anzitutto, che i valori proclamati stiano bene insieme andrebbe dimostrato: per esempio, come si fa a sostenere l’assenza di “discriminazioni”, quando si appoggia l’”opposizione diretta a teocrazie”? 

Inoltre, la scelta di campo anti-religiosa, in cui si decide a priori che il bene sta dal solo lato laico o laicista, identifica una ideologia e toglie universalità al valore del premio.

Da un punto di vista scientifico, una simile prospettiva risulta fragile perché esposta a fenomeni quali il confirmation bias, la tendenza a cercare o privilegiare informazioni che confermano ciò che già pensiamo; o come il myside bias, che porta a ragionare e costruire argomenti a favore della propria posizione. Propriamente si va anche oltre, perché nel myside bias rileviamo di solito un atteggiamento poco incline a elaborare seriamente gli argomenti contrari, mentre il premio Brian parte dal presupposto che alcune posizioni contrarie non vadano elaborate per nulla.

Il titolo stesso del riconoscimento sembra confermare quanto ora esposto, in quanto richiama il celebre film satirico dei Monty Python “Brian di Nazareth”, di fatto un aggressus alla cultura religiosa e in ispecie un affronto a quella cristiana: quale che sia il film vincitore, il cappello ornamentale porta sempre con sé la satira cristianofoba.

Ma quali sono stati i film effettivamente premiati? Di che trattavano? Andando a ispezionare le trame, risulta che dieci di esse toccano (attaccano?) proprio il credo cristiano o questioni etiche tipiche della società cristiano-cattolica; quattro quello islamico; uno denuncia pratiche legate ai Testimoni di Geova; uno può riferirsi in senso lato alla cultura ebraica (indaga la vita in una casa di riposo, forse non la prima ragione di allarme in Medioriente oggi); le trame dei restanti vincitori avrebbero carattere più neutro rispetto al discorso religioso, sebbene tre di esse siano collocate in una cornice narrativa che richiama e critica ancora una volta contesti e società comunemente identificati con la cultura cristiano-cattolica. 

Infine merita un piccolo appunto il fatto che tale premio annoveri tra i criteri valorizzati l’“opposizione diretta a teocrazie”: siccome non è storicamente evidente che le teocrazie siano o abbiano fatto peggio di tante democrazie o governi laici di ieri e di oggi, cosicché un simile criterio rende la premiazione per definizione divisiva, allontanandola di conseguenza da quelle manifestazioni che contribuiscono a costruire la pace. Non il miglior distintivo per un evento culturale.

In sintesi, il Premio Brian si presenta come un’iniziativa generalmente nemica dei dogmatismi, principalmente avversa alla religione e specificamente ostile al cattolicesimo; si caratterizza per una prospettiva povera di strumenti autocritici e con ciò stesso incline a generare nuovi dogmatismi inconsapevoli; abbonda di elementi ideologici che comportano elementi di criticità e divisività a danno della pace.

A mio avviso l’UAAR dovrebbe cambiare stile e iniziare a prendere in considerazione crescente la valorizzazione di film che si aprano alla disamina critica del pensiero laico e laicista, o più semplicemente all’illustrazione dei successi e ideali di questo, lasciando da parte la contrapposizione ideologica al religioso. 

Tale strategia risulterebbe certamente più efficace, perché l’aggressione e l’irrisione dell’avversario pagano sempre meno rispetto alla dimostrazione delle proprie qualità e meriti, a patto di averne.