di Giorgio Vedovati
Non occorre stracciarsi le vesti
alla vista dell’immagine: non voglio parlarvi dell’ennesima scenetta blasfema
di chissà quale intellettualoide radical-chic, né del solito para-storico
saltato fuori per “dimostrare” che N.S. Gesù sarebbe stato in realtà una donna.
Punto di partenza di questo contributo è il film “Kreuzweg. Le stazioni della
fede” del regista Dietrich Brüggemann, uscito da poco in Italia e che ha
sollevato – volutamente – diverse polemiche.
La trama, semplicissima, racconta
l’avvicinarsi alla Cresima della quattordicenne Maria e si focalizza sulla sua
ricerca del Paradiso, in una sorta di parallelismo con la Passione di Cristo:
nel susseguirsi delle scene, scandite dalle didascalie delle stazioni della Via
Crucis, la ragazza sopporta le incomprensioni e le provocazioni della
quotidianità sviluppando dentro di sé il desiderio di offrire la propria vita a
Dio, soprattutto come sacrificio di espiazione della sua inadeguatezza e nella
speranza di poter ottenere la grazia della guarigione del fratellino malato
Johannes. Viene descritta, insomma, una santa, pienamente consapevole della
missione cristiana, del pericolo del peccato, della necessaria purificazione
per potersi conquistare il Paradiso.
Tutto perfetto, quindi? No,
perché l’intento del film vuole essere una demonizzazione della fede. Maria e
la sua famiglia, infatti, appartengono a una fantomatica Congregazione di San
Paolo (ovviamente di orientamento tradizionalista), diffidano dei cristiani
tiepidi, seguono un catechismo approfondito e dottrinalmente corretto, vanno
alla Messa in latino e si confessano, cercano di vivere con serietà e coerenza
la vita quotidiana secondo la loro Fede: tutte cose presentate in una luce negativa,
retrograda e repressiva. Per dare un tocco di ulteriore follia a questa misera
famiglia cristiana, la madre – prostrata dalla prova enorme di un figlio
afflitto da una misteriosa malattia che gli impedisce di parlare – è presentata
come una psicopatica[1], che inveisce
ripetutamente contro la stessa figlia e governa il focolare domestico con un
piglio dittatoriale, tanto che persino il marito appare totalmente succube. Per
non parlare dell’ossessione che questa comunità dimostra verso la musica profana,
considerata uno strumento demoniaco: una condanna totale e perentoria, che non
ammette sconti e contribuisce a ostacolare la relazione tra Maria e il suo
compagno di scuola Christian. Al di là dell’invito a diffidare da messaggi
spesso anticristiani, voi avete mai sentito un qualsiasi tradizionalista
cattolico, anche dei più fondamentalisti, perdere completamente le staffe al
solo sentir parlare della musica soul o pop? Semplicemente, siamo di fronte al
solito trucco: per screditare l’avversario, se ne esasperano i tratti
descrivendolo come un folle fondamentalista, incapace di dare spazio ai
sentimenti e totalmente accecato dalla propria ideologia. Così che la pellicola
diventa una condanna alla religione cattolica, colpevole della morte della
ragazza, del clima di costante repressione e delle psicosi dei personaggi.
Questo, almeno, l’obiettivo del regista.
In realtà, se ci accostiamo al
film senza paraocchi, possiamo trarne anche spunti ben diversi. Anzi, potremmo
arrivare non solo ad ammirare la protagonista per il suo sacrificio eroico, ma
anche a interrogarci su noi stessi, riflettendo sulle nostre debolezze e
tiepidezze quotidiane. Percorrendo tutte le quattordici stazioni, non c’è alcun
insegnamento – espresso da padre Weber o da Maria – che abbia pecche dottrinali.
La mancanza maggiore dei membri della Congregazione di San Paolo, semmai, è un
troppo debole realismo, restando inevitabile affrontare un mondo contemporaneo
fortemente scristianizzato e avverso ai valori spirituali più profondi. Inoltre
l’accuratezza con la quale sono descritti questi “tradizionalisti” permette un
qualcosa di straordinario: la trasformazione del canale cinematografico in
strumento di evangelizzazione, perché tutti possono ascoltare lezioni di
catechismo di grande precisione e profondità (per esempio sul valore dei
Sacramenti) e seguire diverse formule liturgiche e preghiere (si rappresenta il
rinnovamento delle promesse battesimali dei cresimandi e viene recitata
interamente un’Ave Maria). Si può
addirittura assistere alla Confessione di Maria a padre Weber (scena quinta),
ammirandone la profondità e l’autenticità: il sacramento richiede l’espiazione
dei peccati tramite il tentativo di rimediare agli errori (la ragazza, che ha
raccontato una bugia alla madre, dovrà dirle la verità e proprio così farà),
non si risolve in uno sbrigativo lavaggio superficiale della coscienza cercando
giustificazioni. Senza svelare troppi altri dettagli, merita una citazione
anche la fantesca Bernadette, mite e saggia, dotata di una fede sincera e che
costituisce agli occhi della protagonista un vero e proprio modello di vita,
benché non riesca a capire fino in fondo il sacrificio di Maria e cerchi di
convincerla a non lasciarsi morire.
Ci sono poi tutta una serie di
frecciate che, involontariamente, il regista lancia alle pratiche più o meno
degenerate dei cattolici contemporanei. Ne è un esempio l’interessante scambio
di battute sulle modalità della Comunione tra Maria, fermissima sui propri
principi e impegnata nel tentativo – non troppo convinto – di comunicarli agli
altri, e Christian, mentre stanno svolgendo i compiti in biblioteca durante la
terza scena:
Maria: «Noi
riceviamo l’Ostia direttamente sulla lingua».
Christian:
«Assurdo…».
Maria: «Sì,
sì, assurdo… Tutti quanti dicono che è assurdo; invece toccare il Sacramento
con le mani come se fosse un pezzo di pane… quello è molto peggio!».
Forse non il grande pubblico, ma
noi siamo sensibili a questi temi e senz’altro non ci viene da scherzarci
sopra, bollando la convinzione della protagonista come inutile paturnia. La
stessa posizione generale dell’autore, in realtà, è più complessa di come
potrebbe sembrare: il sacrificio di Maria sembra infatti riuscire gradito a
Dio, che scioglie la lingua a Johannes e lo fa iniziare a parlare proprio nel momento
in cui la sorella muore, suscitando negli spettatori interrogativi che restano
aperti.
Più del film in sé, mi interessa però
qui la recezione della critica italiana, che ha presentato la pellicola come la
denuncia di ogni fondamentalismo (non si sa su quali basi) e come adatto
addirittura a un pubblico di atei (che non capirebbero la maggior parte dei
concetti espressi). Se non c’è da stupirsi di fronte al pullulare di opinioni
anticlericali, talvolta radenti la comicità (è il caso di Goffredo Fofi su
“Internazionale”[2]),
la vera perla è fornita dal prof. regista don Roberto Di Diodato su “Famiglia
Cristiana”[3], che ci
ricorda quanto rancorosi siano lo “Spirito del Concilio” e la “Chiesa della
misericordia”. Secondo costui, peraltro un esperto di cinema, emergerebbe «un
astio nei confronti della Chiesa cattolica che appare fuori dal tempo», ma –
oso sommessamente notare – si rivela maggiore la sua avversione verso la
Tradizione e i suoi umili seguaci. Maria, infatti, sarebbe addirittura «una vittima innocente, uccisa da una
fede disumana. Una “Passione di Giovanna d’Arco” capovolta, dove
Giovanna non è condannata da un tribunale, ma dalla propria intransigenza».
Tralasciando il giudizio sul gesto, che deriva unicamente dalla speranza di
poter aiutare il fratello malato e di ottenere il Paradiso (si sa, del resto,
che molti storcono il naso al solo sentir parlare di penitenze, sacrifici e
Giudizio), questo viene ricondotto a una criminale opera di circonvenzione di
incapaci compiuta dalla setta tradizionalista: «Maria è fortemente spinta
a professare una fede cattolica tetramente calvinista. Il prete della chiesa
(padre Weber) e sua madre sono i principali ministri di questa pozione
venefica». Peccato che la madre non contempli nemmeno l’ipotesi che la malattia
di Johannes possa avere l’“approvazione” divina, tanto da arrabbiarsi
fortemente con Maria quando questa prova ad affrontare il mistero della
malattia ricollegandolo all’insondabilità della volontà di Dio, e rimproveri
costantemente la figlia perché non si cura a sufficienza della propria salute.
Non solo: Padre Weber, sia nel colloquio dopo il catechismo della prima scena
sia durante la Confessione, cerca di distogliere Maria dal suo proposito,
ricordandole che «Dio ha bisogno di noi sulla terra, soprattutto di coloro che
lo amano più di tutti»[4].
Don Di Diodato però insiste: «Quello che è davvero inquietante in questo
film è che la causa della morte è la fede cattolica. Una fede ossessionata dal
peccato e dal demonio, implacabile verso i sentimenti, insensibile alle
fragilità, senza nessuna misericordia, votata al sacrificio e all’autopunizione».
Ecco qua: è la solita presunta contrapposizione tra la misericordia (quella
tanto celebrata in Papa Francesco) e la fredda intransigenza che ancora si
preoccupa del male e dell’Inferno. È colpa della Congregazione di San Paolo, di
padre Weber o di Maria se il mondo contemporaneo ha cancellato la nozione di
peccato, spandendo a larghe mani i fiori di un vuoto buonismo che troppo spesso
finisce per acconsentire all’errore pur di non creare divisioni e scontenti? Ma
niente, è il solito disco rotto: «Dietrich
Brüggemann traccia il ritratto di una Chiesa cattolica che non esiste più, se
non nella sua mente. Tira fuori della soffitta una Chiesa
incartapecorita e arteriosclerotica, che non ha riscontro nella realtà di oggi.
Una Chiesa che vive la sindrome dell’accerchiamento e che continua ad adoperare
la lingua latina come una barriera contro le ondate furibonde del male». Il
paradosso è proprio questo, con tanto di conferma solenne: non esisterebbe più
la vera Chiesa cattolica, nata e sviluppatasi nei secoli grazie a una costante
interpretazione chiara di Sacre Scritture e Tradizione e giustamente attenta ad
arginare l’inevitabile perversare del demonio sul mondo terreno, di cui è
principe. Tutto vecchio, tutto falso! L’obiettivo pare essere diventato il godimento
della vita terrena, perché quella di Maria, invece, «è una via crucis che porta
l’uomo alla morte più assurda e insensata». Non c’è più una trascendenza, non
c’è più una concezione della vita come cammino per ottenere la vera pienezza
nella vita eterna, non c’è più la paura dell’Inferno e l’umile ambizione al
Paradiso. Siamo solo noi, malati bigotti ossessionati dal latino (strano, non
hanno citato i merletti!), che vogliamo difenderci dagli assalti del male: il
male non esiste più, lo ha sconfitto il Concilio Vaticano II!
Per carità, va sicuramente evitata
l’esasperazione della contrapposizione agli altri fedeli, anche se meno
consapevoli, e alle forze demoniache, ma l’unico personaggio veramente
ossessionato nel film è la madre e l’unica esagerazione è quella sulla musica.
Per il resto emerge, da parte dei protagonisti, un giusto richiamo a una vita
coerente e attenta, capace anche – senza alcuna costrizione – di scegliere dei
sacrifici. Prendiamo l’esempio della bellissima prima scena, in cui i sei
giovani cresimandi sono riuniti per una lezione di catechismo e ascoltano, con
attenzione e sincera partecipazione, le ispirate parole di padre Weber, il
giovane sacerdote ovviamente in talare. Citando i Cristeros messicani e i molti
giovani martiri, si esorta sì a essere soldati di Gesù Cristo, ma si ribadisce
con forza che la battaglia da combattere è soprattutto all’interno del proprio
cuore e che occorre amare sempre il prossimo, accostandosi con il sorriso sulle
labbra anche quando si riprende un errante che ci appare come nemico:
l’obiettivo dev’essere sconfiggere Satana, il vero nemico, salvando più anime
possibile. Costituiscono pertanto un pericolo i tanti cattolici tiepidi, di cui
anche noi vediamo costantemente troppi esempi, che creano confusione e
favoriscono l’avanzata del Nemico. È qui che padre Weber, benché sempre con
bonomia e senza soffermarsi sulle colpe individuali, inserisce l’unica breve
filippica del film di tono vagamente lefebvriano (si tratta pur sempre di un
accenno semplificativo all’interno di un discorso ben più ampio): «Perché il
Papa e il Vaticano hanno girato le spalle a duemila anni di Tradizione
cattolica. Celebrano la Messa davanti al popolo, hanno abolito il latino e
negano addirittura l’esistenza di Satana e dell’Inferno. […] ma con il Concilio
Vaticano II i nemici sono riusciti a raggiungerla [: la Chiesa] e a scavare una
breccia nelle sue mura. Il demonio in persona s’è introdotto nella Chiesa». Al
di là della menzione del Pontefice, sulla difficile interpretazione dei cui
pronunciamenti e gesti soprassediamo sospendendo il giudizio con devozione
filiale, sono questi sentimenti diffusi ben oltre gli ambienti tradizionalisti,
ricollegandosi, del resto, a quanto disse già quel pericolosissimo estremista
di Paolo VI.
Sarebbe insomma curioso chiedere
a don Di Diodato cosa ne pensa del Beato Rolando Rivi, che, pur potendo evitare
il martirio e conservare la vita, ha scelto di non rinnegare la propria fede
venendo trucidato dalla furia partigiana, o delle tantissime vergini martiri
dei gloriosi primi secoli dell’era cristiana o dei tanti Santi bambini. O
ancora chiedergli se, almeno, nota la differenza tra il fondamentalismo
islamico, che spinge a uccidere altre persone, e questo sacrificio cattolico,
vissuto come dono a Dio della sola propria vita in vista del bene (proprio, in
vista della salvezza, e altrui, se si ottengono delle grazie). Non arriviamo a
pretendere un commento sulla stoccata contro l’errato ecumenismo, che Brüggemann
ha messo in bocca – per screditarla – alla madre ormai delirante mentre sta
scegliendo la bara della figlia nella tredicesima scena: già troppi,
all’evangelico «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se
muore, vivrà» (Gv 11,25), si brigano
di aggiungere un «tranquilli, va bene anche se non credete: siete comunque
invitati all’aperitivo interreligioso per la pace nel mondo!».
Come affermò più volte il
Cardinale Ratzinger, «il ritenere che vi sia realmente una verità, una verità
vincolante e valida nella storia stessa, nella figura di Gesù Cristo e della
fede della Chiesa, viene qualificato come fondamentalismo»[5]. Pertanto,
senza curarci troppo delle opinioni altrui, guardiamo pure il film “Kreuzweg” e
lasciamo pure che i protagonisti vengano etichettati come fondamentalisti: traiamone
quanto di positivo esso può dare, soprattutto a noi che ci picchiamo di
masticare qualcosa di Cattolicesimo.
[1] Il personaggio della madre,
senz’altro quello più negativo (e meno realistico) del film, costituisce una
sorta di macchietta del fondamentalista, estraniato dal mondo e incapace di
capire le ragioni dell’altro, benché anch’essa sappia dimostrare talvolta le
proprie debolezze, svelando, al di là della rigidezza e della freddezza
esteriori, il suo profondo dolore interiore e l’attaccamento ai figli.
[2] Vd. http://www.internazionale.it/opinione/goffredo-fofi/2015/11/03/kreuzweg-film-recensione,
dove si arriva a dire che «è certo che Maria muore perché vittima di
un’educazione intransigente e crudele (il giovane prete e sua madre sono figure
antipatiche, anzi odiose)», prima di avventurarsi in analisi ecclesiologiche a
dir poco approssimative. Molto più equilibrato, invece, è il parere di Gianluca
Bernardini per le sale di distribuzione cattoliche (vd. http://www.sdcmilano.it/parliamone-con-un-film/in-kreuzweg-le-stazioni-della-fede-br-viene-messo-in-discussione-br-ogni-fondamentalismo-religioso-1.117252),
che coglie l’ineludibilità di molte domande suggerite dal film ai credenti
circa il loro modo di vivere la fede cattolica.
[4] Il sacerdote, tuttavia, non può
negare l’esempio di tanti Santi e deve riconoscere che solo Dio può decidere se
accettare o meno il sacrificio che la ragazza è disposta a compiere.
[5] J. Ratzinger, Fede, verità, tolleranza, Cantagalli
2003, p. 124. Sulla stessa linea si è segnalato anche l’ottimo Marcello Pera,
secondo il quale al giorno d’oggi «il vero non esiste più, la missione del vero
è considerata fondamentalismo, e la stessa affermazione del vero fa paura o
solleva timori» (Marcello Pera – Joseph Ratzinger, Senza radici, Mondadori 2005, p. 36).

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