Donald Trump
ha letteralmente scardinato l’asfittico panorama politico della
società americana, che nonostante l’uscita dalla recessione e la
sostenuta crescita economica, sta vivendo una fase di profonda crisi
identitaria, specialmente a destra. I due mandati di Obama sono
riusciti nel capolavoro di radicalizzare l’elettorato repubblicano.
Questo fa certamente aggio ai democratici, che come un Vauro
qualsiasi non si fanno scrupolo di ricorrere al mantra del fascismo.
D’altro canto, la lotta senza quartiere al politicamente corretto,
che Trump ha intrapreso, raccoglie una marea di consensi in quella
parte del popolo americano che in questi anni ha dovuto ingoiare
troppi rospi: la riforma sanitaria, il matrimonio gay, le
liberalizzazioni delle droghe, la strumentalizzazione delle tensioni
etniche, la stigmatizzazione delle forze dell’ordine, le prese di
posizione del Presidente sulle armi, lo scandalo Planned Parenthood.
L’ultima
sortita del miliardario newyorkese, che nei sondaggi per le primarie
del GOP ha ormai staccato di parecchi punti i suoi concorrenti, come
da copione ha messo in moto la filiera mondiale del buonismo. L’idea
di sbarrare le frontiere americane ai musulmani è però condivisa
dai due terzi dei sostenitori del Partito Repubblicano. Poco importa
che a Cassius Clay/Mohammed Alì non piaccia. Pazienza se Mark
Zuckerberg compatisce gli islamici, che affrontano la paura della
persecuzione – magari un giorno il fondatore di Facebook, cui la
manodopera a basso costo degli immigrati può far sempre comodo, si
ricorderà pure dei martiri cristiani.
La reazione
scomposta della destra americana e il successo di Trump negli Stati
del Sud sono la conseguenza di un’umiliazione lunga quasi otto
anni. A ciò si aggiungono gli insuccessi di Obama nella politica
estera, che per gli statunitensi nutriti da patriottica fierezza è
un tema di rilevanza centrale.
La malattia
dell’America si chiama politically correct. Ben più che in
un’Europa pure deturpata dal “dirittocivilismo”, la retorica
umanitarista, femminista, egualitarista, progressista e agnostica
negli USA dilaga sui media, tra gli esponenti politici e, manco a
dirlo, nel settore accademico, che ha ormai assunto atteggiamenti
psicopatologici: autori classici censurati in quanto sessisti o
razzisti, cattedre di “gender studies” con funzione
propagandistica, persino il preside di una facoltà cacciato a furor
di popolo per non aver redarguito con sufficiente severità presunti
gruppi razzisti e antisemiti. Lo stesso Obama, nel mese di settembre,
aveva dovuto redarguire una deriva che in fondo, fatti i dovuti
distinguo, è iscritta nel codice genetico di una nazione dalle
radici puritane.
Dinanzi
a questa involuzione, la sfacciataggine con la quale Donald Trump
dissacra gli idoli della sinistra svolge una sana funzione
terapeutica. È la medicina giusta. Ma è la cura sbagliata. Perché
Trump non è più solo un eccentrico milionario, che si permette di
costruire un grattacielo per fare ombra al palazzo dell’ONU, dice
quello che gli passa per la testa e rintuzza, con le sue
provocazioni, un dibattito pubblico talmente sterile da prendersela
pure con la bandiera confederata. Trump sarà con ogni probabilità
il candidato Presidente del Partito Repubblicano. Dalla sua ha il
denaro e, nell’era dell’antipolitica, la posizione di uomo
anti-establishment. Da leader politico credibile, però, deve essere
medico, non farmaco: deve promuovere una piattaforma tanto innovativa
quanto realistica, deve offrire un’alternativa esaustiva e
lungimirante, deve saper assumere nella forma e nella sostanza
l’onere immenso di essere uno dei potenti della Terra. Gli
americani meritano riscatto ma anche serietà; vogliono davvero
ritornare grandi, come recita il motto della campagna per le
primarie, ma hanno bisogno di una terapia somministrata con
intelligenza, prudenza, scaltrezza e non solo livore. Queste doti
strategiche sembrano mancare a Trump, oltre la cortina polemica che
lo mette sotto i riflettori. In tal senso, il milionario newyorkese
pare distante anni luce dall’ultimo vero gigante della destra
americana, Ronald Reagan. Anche di lui si prendevano tutti gioco per
via del passato da attore di serie B. Ma Reagan aveva fatto politica
a lungo, godeva di una solida preparazione culturale e aveva
investito un capitale politico già ai tempi di Barry Goldwater,
sedici anni prima di essere eletto alla Casa Bianca. Che Trump possa
reggere il confronto è ancora tutto da dimostrare.
Pubblicato il 12 dicembre 2015

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