L’autorevolezza del Compendio di teologia morale di p. Eriberto Jone è garantita dall’imprimatur che un tempo veniva concesso, dall’autorità competente, unicamente alle opere meritevoli. Essendo poi non un romanzo o un testo di semplice spiritualità, ma un riassunto di teologia morale scritto in primis per il clero, certamente il libro sarà stato ben vagliato dalla commissione che lo ha giudicato, nel periodo e sotto la guida magisteriale del grande Pio XII. L’edizione di cui disponiamo è quella del 1955, curata dai celebri editori pontifici Marietti. Nella presentazione, padre Ilarino da Milano ofm ricorda che l’opera “non cessa di raccogliere consensi”, tanto è vero che essa è giunta nella pubblicazione originale tedesca alla XVII edizione. In Italia questa del 1955 è la IV edizione. In fiammingo si era alla VII edizione (con 26.000 copie stampate), in francese alla XII. Si segnalano pure la traduzione in portoghese e quella in spagnolo. Secondo padre Ilarino, “il presente compendio eccelle per il duplice pregio e vantaggio di una selezionata completezza della materia, disposta in una chiara e concisa esposizione, e di una casistica di applicazioni bastevoli per le occorrenze ordinarie” (p. VII).
Un altro pregio
rispetto a celebri manuali allora in uso, come quello del Prùmmer, è l’uso
della lingua italiana. “L’accessibilità naturale della lingua, che elimina lo
sforzo mentale di tradurre lo stesso apprendimento nella prassi della
volgarizzazione e dell’applicazione, sembra rendere più accessibile il
contenuto di principi, norme, decisioni, problemi, soluzioni, casi pratici, che
ci vengono esposti in quelle stesse formulazioni o espressioni con cui si
ascolta, si interroga, si esamina nel confessionale o si insegna dal pulpito”
(pp. VI-VII).
Un altro pregio del
Manuale sta nel fatto che la sua facilità espositiva favorirà “la conoscenza
della teologia morale, finora rimasta piuttosto chiusa nelle aule
ecclesiastiche e monastiche sotto la chiave di un latino tecnico” (p. VII). Al
contrario, “La coscienza contemporanea si mostra desiderosa di riprendere
contatto con la scienza teologica, tanto dommatica come morale; molti sono i
laici colti, che superando il dissidio creato dal laicismo tra le scienze
positive e filosofiche e la teologia, amano provvedersi direttamente di una
cultura morale, che non può essere riservata in monopolio ai sacerdoti maestri
o confessori” (p. VII). Tutto chiaro e condivisibile anche oggi, 60 anni dopo
le parole di padre Ilarino.
Vediamo quel minimo di
nozioni di teologia morale che padre Jone ci dà per impostare bene la questione
del cosiddetto male minore, ignorata o fraintesa, in nome di un massimalismo
che non ha nulla né di tomistico, né di tradizionale, né di ortodosso. Chi per
esempio dice, ripetendo una formula, che non si può fare il male affinché ne
venga un bene, dice qualcosa di giusto, ma sembra ignorare che le intenzioni,
le finalità e le circostanze possono cambiare la natura morale di un’azione. E
le eccezioni sono la norma della teologia morale. Vediamone alcune prima di
entrare nella parte più teorica.
Uccidere un uomo è
peccato grave. Ma uccidere per difendersi non lo è (cf. Jone, p. 166 e ss.).
Come mai? La guerra è un male, ma se giusta, può divenire un bene, senza alcuna
contraddizione. Jone: “La guerra – calamità spaventosa – sia difensiva che
offensiva può essere lecita, quando vi è un motivo giusto tanto grave da
permettere mali gravissimi quali sono quelli connessi con la guerra stessa” (p.
169, n. 220). La guerra di liberazione per esempio: uccidere è male, ma è un male certamente minore rispetto
alla perpetua schiavitù di un intero popolo, colonizzato e depredato da un altro.
Tra i due mali (restare in schiavitù per decenni o imbracciare le armi e
combattere, rischiando di uccidere anche degli innocenti…) posso scegliere il
minore: ma questo male minore della violenza è legittimato dal
bene maggiore della libertà e dell’onore.
“L’uccisione di un
innocente è sempre illecita” (p. 162, n. 213). Ma, “in guerra, si può
bombardare una città, anche se molti innocenti abbiano a perdere la vita” (p.
163, n. 213). La morte dell’innocente, pur inevitabile, non la si vuole, ma si
vuole la sconfitta del nemico: il che ricorda la correzione della legge
abortista con una legge restrittiva che permetta meno aborti. La morte degli
innocenti permessa dalla legge più restrittiva non la si vuole affatto, ma si
vuole la salvezza di coloro che saranno salvaguardati dalla nuova legge. Si
permette però che degli innocenti siano uccisi, pur senza volerlo e senza
essere causa formale della loro infame uccisione (come insegna il Magistero
della Chiesa nell’Evangelium vitae, ripresa anche su questo punto da
Benedetto XVI).
Suicidarsi è peccato
grave. Ma è lecito ad una donna “gettarsi giù da un punto alto (…) per
liberarsi dalle mani di un male intenzionato, che voglia afferrarla e
violentarla” (p. 159, n. 209). Addirittura, “è lecito in guerra far saltare una
fortezza, una nave ecc. per danneggiare il nemico, anche se si prevede che si
incontrerà la morte” (ibid.). Quindi si causa la morte di un innocente (cioè di
se stessi) il che è un male, per un bene maggiore: la libertà della patria, la
salvezza del maggior numero, l’onor militare.
“La mutilazione di
solito è peccato grave” (p. 169, n. 211). Ma essa è permessa “per salvare la
vita”, “in caso di cancro, di avvelenamenti ecc.” (ibid.).
“L’uccisione diretta
[del feto] è sempre gravemente colpevole, è un omicidio” (p. 163, n. 214). Si
nega, rigorosamente, la falsa teoria secondo cui sarebbe lecita “l’uccisione
diretta del bambino nel seno materno per salvare la madre” (p. 164, n. 215).
Tuttavia, ed è ciò che non capiscono certi saputelli ventenni, “in caso di
malattia letale, una madre può lecitamente prendere una medicina, la quale non
solo operi la guarigione, ma causi pure l’aborto, supposto però che non vi sia
alcun’altra medicina contro il male e che la guarigione non derivi dall’aborto”
(p. 164, n. 215). “Similmente è lecito estirpare l’utero ammalato gravemente,
anche se con ciò viene pure eliminato il feto [ovvero il bambino innocente],
supposto che questa sia l’unica via per salvare la vita della madre” (p. 164,
n. 215). “Si possono pure usare medicine che soltanto raramente causano
l’aborto, anche se non esiste alcun grave ed imminente pericolo di vita [per la
madre]” (p. 165, n. 215).
Chissà se anche padre
Eriberto condivideva la “morale democristiana e anticristiana del male minore”…
Il castigo corporale “è
lecito soltanto ai superiori competenti” (p. 171, n. 222). Ovvero ai genitori e
in generale all’autorità pubblica. Ma non si può escludere che, “in alcune
circostanze [qui purtroppo imprecisate] un privato possa lecitamente percuotere
un altro in modo ragionevole, per migliorarlo” (p. 171, n. 222). Ciò che di per
sé è peccato, come il percuotere, in un certo cotesto, con certe circostanze e
con certe finalità (“per migliorarlo”) può divenire lecito.
Infiniti casi di
eccezione circa la purezza dei costumi. Ci limitiamo ad un solo esempio, per
far capire cos’è l’arte del discernimento. “Leggere libri cattivi (…) di solito
è peccato grave, perché ciò contribuisce molto a eccitare il piacere sessuale”
(p. 185, n. 240). Se è peccato non si deve fare, giusto? “Tuttavia tale lettura
può essere lecita per l’acquisto delle cognizioni necessarie” (ibid.).
Il furto è peccato.
Grave o leggero in base al contesto e alle circostanze. Comunque è peccato. Ma
ancora una volta, contro i neo-tuzioristi, ci sono eccezioni. “In caso di
estrema necessità è lecito appropriarsi quel tanto di roba altrui che è
necessario per liberarsi dalla necessità estrema (…). Ciò vale pure per salvare
un terzo dall’estrema necessità” (p. 272, n. 334). I neo-tuzioristi
manderebbero all’inferno il povero mendicante che ruba delle mele al mercato,
ma padre Jone e credo lo stesso Gesù hanno una mentalità un po’ diversa… “Non è
lecito, invece, agire così nella necessità soltanto grave. Però un povero
potrebbe appropriarsi qualche cosa di poco valore, quando così egli potesse
liberarsi da necessità grave e chiedendo non ottenesse nulla” (pp. 272-273, n.
334). Altro caso di “furto lecito”, è la cosiddetta “compensazione occulta”
(cf. p. 273-274, n. 335).
Elementi minimi di
teologia morale.
“Un atto liberamente
compiuto dicesi morale in quanto viene considerato conforme alla norma morale
(…). Principi della moralità: sono tutti quegli elementi di un’azione umana, i
quali hanno relazione con la norma morale; e precisamente l’oggetto, le
circostanze e il fine” (p. 22, nn. 39-40).
Jone dedica ampio
spazio alla nozione di coscienza, definita come “un giudizio della ragione
pratica sulla bontà o colpevolezza di un’azione” (p. 47, n. 86). La coscienza,
in tal senso, può essere vera o falsa, certa, dubbia, probabile, perplessa,
delicata, lassa, scrupolosa. La coscienza certa, la quale “pronuncia il suo
giudizio senza timore di errare” (p. 47, n. 86), deve essere sempre seguita,
“sia che comandi, sia che proibisca qualche cosa” (p. 49, n. 88). Con la coscienza
perplessa, “uno, posto fra due obbligazioni, crede di peccare in ogni caso, sia
che si risolva per una parte sia che scelga l’altra” (p. 48, n. 86). In questo
caso, secondo padre Eriberto, “bisogna fare ciò che ad uno sembra minor
peccato” (p. 50, n. 90).
Lo Jone presenta poi
una bella sintesi dei diversi sistemi morali esistenti: il tuziorismo assoluto,
il tuziorismo moderato, il probabiliorismo, l’equiprobabilismo, il sistema di
compensazione, il probabilismo e il lassismo. Solo il tuziorismo assoluto e il
lassismo sono stati condannati dalla Chiesa. “Gli altri sistemi sono tutti
permessi” (p. 55, n. 96). La Chiesa quindi ammette un grande spazio alla
libertà di giudizio, proprio quella libertà che è in odio a certi puristi
odierni. Un immenso moralista come s. Alfonso era per il probabilismo (letto
sempre alla luce dei Padri e di san Tommaso), e non per il sistema più rigido.
Al contrario i tuzioristi incoscienti di oggi credono che con un errore – il
tuziorismo assoluto – si combatta un altro errore, come il lassismo in voga.
Scriveva di sé s. Alfonso: “mi sono proposto di tenermi nel giusto mezzo tra il
lassismo e il rigorismo” (cf. Enciclopedia Cattolica, vol. I, col.
868). Un altro democristiano?
Secondo padre Jone,
“Consigliare un peccato minore di quello che l’altro vuol commettere, in genere
è lecito, se altrimenti l’altro non può essere trattenuto in modo alcuno da un
peccato grave. E’ certo che questo è lecito, quando il peccato minore è già
contenuto nell’altro peccato, per es. limitarsi a derubare uno mentre lo si
voleva anche uccidere. Secondo alcuni autori, è pure lecito consigliare a uno
un peccato più piccolo, benché egli non fosse ancora disposto a farlo, per es.
derubare Tizio invece di ucciderlo” (pp. 102-103, n. 146).
Se la cooperazione
formale al peccato è illecita, la cooperazione materiale può essere lecita, “se
l’azione, che si compie nella cooperazione, è buona o almeno indifferente e vi
è un motivo proporzionatamente grave” (p. 105, n. 149). Padre Jone è più aperto
dei puristi odierni: secondo lui, se è illecito cantare e pregare al culto
protestante, è lecito però “vendere banchi, tavoli, tappeti, lampade ecc. per
il culto degli acattolici” (p. 106, n. 150). Inoltre, un politico cattolico
“può lecitamente approvare, nell’interesse della concordia religiosa, anche
l’uso dei mezzi pubblici per la costruzione di chiese protestanti” (p. 106, n.
105). Allo stesso modo si possono dare elemosine in denaro per la costruzione e
il mantenimento di scuole e orfanatrofi acattolici. Si possono anche finanziare
“gruppi socialisti (socialdemocratici) o liberali”, quando “hanno per scopo il
sostegno dei poveri, dei malati, ecc.” (p. 107, n. 151). D’altra parte,
“Mandare (…) regolarmente articoli buoni a un giornale cattivo, come
collaboratore, è un notevole favoreggiamento del medesimo; è permesso quindi
solo per un motivo estremamente grave, per es. perché altrimenti non si avrebbe
il necessario sostentamento per sé e per i familiari” (pp. 107-108, n. 152).
Che pensare allora di chi scrive articoli ottimi sui quotidiani vicini al
centrodestra come Libero, il Foglio, il
Giornale, favorevoli alla 194, al divorzio, alle nozze gay, con inserzioni
oscene, etc.? Secondo me questi giornalisti cattolici sono pienamente scusati
dalle circostanze, mentre per i puristi oggi non si potrebbe né scrivere, né
leggere alcunché!
Per padre Eriberto vale
sempre la logica del minor male. Tipo: “Chi eseguisce, organizza, rende
possibile col suo denaro o invita a rappresentazioni e a danze gravemente
peccaminose, pecca gravemente” (pp. 108-109, n. 153). I musicisti che cooperano
a danze disoneste peccano gravemente, “eccetto che ne siano scusati da un
motivo grave”; i poliziotti e i soldati che dovessero intervenire per ordine
pubblico sono scusati (male minore è in questo caso intervenire, piuttosto che
essere licenziato e mandare la famiglia sul lastrico…). Chi compra giornali
gravemente cattivi pecca gravemente, tuttavia “può una persona di servizio
comprare libri o giornali cattivi per i suoi padroni o portare quelli comprati”
(p. 109, n. 154). Per i puristi odierni dovrebbe invece perdere il lavoro per
salvare l’anima…
La conclusione sta in
un punto decisivo che giustifica pienamente la ricerca del male minore in
presenza di un male più grande che non si riesce a sconfiggere. Si ascolti
attentamente e se non si è d’accordo si critichi la teologia morale
tradizionale e non il sottoscritto che la vuole seguire sine glossa.
“La cooperazione nell’approvazione di una legge cattiva è peccato. Si fa
eccezione soltanto quando i deputati, con la loro cooperazione, possono
impedire qualche male peggiore” (p. 155, n. 206).
Da: www.libertaepersona.it
Pubblicato il 02 dicembre 2014

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