di
Alessandro Rico
Dai
tempi tristissimi del governo Monti si fa gran parlare di spending
review, anglicismo che
da subito è sembrato una copertura per la volontà di lasciare
intatto il calderone della spesa pubblica. Finché Carlo Cottarelli,
ex dirigente del Fondo Monetario Internazionale e ora commissario
alla spending
review,
è partito in quarta: esuberi per 85.000 dipendenti statali. Non
lasciamoci intimidire dai sermoni keynesiani della CGIL, ma evitiamo
anche di gongolare di fanatismo liberista. Anzi, poiché gli
statolatri del sindacato si stanno facendo il vuoto intorno, urge
soprattutto placare i bollenti spiriti dei fan del mercato. E cercare
di capire cosa c’è di buono e cosa c’è di cattivo nel progetto
del Cottarelli.
Si
segnala, innanzitutto, il proposito serio di intervenire
incisivamente sulla pubblica amministrazione, chiudendo la stagione
del posto statale come ammortizzare sociale. Lodevole è anche
l’obiettivo di bissare gli obblighi di rigore assunti in sede
europea, risparmiando, nel 2016, 34 miliardi contro gli 8,9
necessari. Tuttavia, pur partendo da un punto di vista liberista, ho
qualche dubbio sull’opportunità di intervenire draconianamente sui
dipendenti statali. È certo che Cottarelli non ha in mente
licenziamenti di massa; fatto sta che tra blocco totale dei turn
over, pre-pensionamenti e mobilità, sono a rischio circa 85.000
lavoratori del settore pubblico. Veniamo allora ai liberisti
indiavolati. Molti di loro invocano un consistente sfoltimento della
pubblica amministrazione, fino al 50% del totale dei dipendenti dello
stato. Il mantra è che, come accadde in Inghilterra e negli USA
nell’era Thatcher e Reagan, si imprimerebbe uno scossone
all’economia e si avvierebbe un processo di riallocazione delle
risorse dal settore pubblico a quello privato. Francamente, mi sembra
una follia. Capisco il livore degli imprenditori vessati dal fisco,
ma sforziamoci di essere realisti: semplicemente, non siamo
l’Inghilterra e gli Stati Uniti di fine anni ’70. Non
scordiamoci, ad esempio, le conseguenze sociali delle misure della
Thatcher contro i minatori, peraltro sacrosante; un’Italia che esce
da tre anni di sacrifici e in cui Grillo prende il 20%, è una
polveriera. D’altronde, non è il pareggio di bilancio a stimolare
gli investimenti privati. Ci vuole un consistente taglio delle tasse,
lo stesso che permise all’America reaganiana di spiccare il volo,
non senza due anni di crisi fisiologica e un costante incremento del
debito pubblico, ingrossato dall’iniziale diminuzione delle entrate
e dal corrispettivo aumento della spesa militare, in piena guerra
fredda. Che ne direbbe l’Europa, se ingrandissimo lo stock di
debito e il suo rapporto con il PIL, considerato che mentre l’aumento
del primo sarebbe immediato, quello del secondo sarebbe sicuramente
più lento? Non abbiamo neppure l’extrema
ratio della leva
monetaria, controllata dalla BCE, mentre USA e Inghilterra avevano le
loro banche nazionali – fermo restando che la Thatcher esordì con
misure deflazionistiche. Per non parlare delle condizioni della
domanda interna, falcidiata dalla crisi e sulla quale una strage di
lavoratori del pubblico impiego avrebbe effetti devastanti, anche di
natura meramente psicologica. Sarebbe difficile giocarsi tutta la
partita sull’export,
in un sistema in cui la Germania è andata incontro a una procedura
d’infrazione per eccessivo surplus sulla bilancia commerciale.
Insomma,
ben venga una riorganizzazione della pubblica amministrazione, ben
venga il suo sfoltimento, purché graduale e anche ispirato a criteri
di equità: perché a mio avviso, se un ufficio non funziona, la
parte di colpa più grande spetta a chi ha responsabilità e
stipendio più alti. Fuggiamo ogni antistorico arroccamento su
posizioni assistenzialistiche, favoriamo la formazione di una classe
di produttori contro una casta di burocrati, ma allontaniamo pure il
liberismo utopistico. È invidia sociale pure questa, mica solo
quella di Landini. Io tifo per il mercato perché voglio la gente più
ricca, non i lavoratori in mezzo a una strada.
Pubblicato il 19 marzo 2014

Ce una soluzione, pagali in contanti fino al 70% dello stipendio medio statale in contanti ed il resto in BOT serie speciale da riscattare con il superavit dello stato.
RispondiEliminaSono d'accordo al 90%!
RispondiEliminaDavvero un bell'articolo. Il liberismo "totale" è un'utopia (e pure poco redditivo per una società ed uno stato).
Però l'assistenzialismo... per me non è fonte di spreco ma una forma di carità verso il prossimo.
Non vedo nulla di male nelle pensioni sociali nè negli aiuti per i poveri.
85.000? Ma non manca almeno uno zero?
RispondiEliminaDue osservazioni:
RispondiElimina1) tutte le proposte delle scuole di economisti più liberisti (Chicago ed austriaci), in Italia, sono sempre state più temperate che altrove. Intendo dire che dalla Tatcher a Craxi ci sono anche delle vie intermedie. Oscar Giannino (per quanto criticabile, anche dal punto di vista delle proposte etiche) con la sua lista percorreva esattamente questa strada: liberista ma moderato.
2) una volta che la storia e la realtà ci richiamano con i piedi per terra e palesano la follia di uno stato che si occupa di tutto e che è eccessivamente invasivo, direi che sia la volta buona di approfittarne per ridimensionarlo.
Gli snobbismi verso il "normale", verso quello seduto a fianco che tutto sommato la pensa simile a me, mi danno sui nervi.
Se vi piace la burocrazia, se vi piace pagare più della metà dello stipendio in tasse, e perché no?, l'educazione gender della scuola pubblica e gli spettacoli contro la Chiesa nei teatri pagati dal comune... bé allora continuate a proporre di aumentare la spesa per sostenere la domanda.