Oggi è l’8 marzo. E il fatto che
il mio compleanno passi in secondo piano rispetto alla Giornata della donna mi infastidisce molto. Per questo approfitto dell’occasione per intervenire
su una questione che in questi giorni ha riempito le prime pagine dei giornali,
come se non avessimo problemi abbastanza seri a cui dedicarci: la questione
della parità di genere nelle liste elettorali.
Come è noto, l’Italicum, cioè il
nuovo modello di legge elettorale nato dall’accordo tra Renzi e Berlusconi, è
in discussione in Parlamento. Il progetto prevede ancora liste bloccate, per
quanto più corte rispetto al Porcellum, e una quota del 50% di donne in ogni
lista. La controversia sorge su come distribuire questo 50%: a discrezione dei
segretari di partito, con il “rischio” che le donne finiscano tutte in coda e
non vengano quindi elette, o secondo un criterio di alternanza tra i generi, il
quale farebbe salire la percentuale di donne in Parlamento molto vicino alla
metà?
La Boldrini, tutte le parlamentari, “Repubblica” e la Corte dei miracoli del politicamente
corretto sono per la seconda ipotesi; molti parlamentari uomini, invece,
propendono per la prima (più che il maschilismo, è un più concreto istinto di
sopravvivenza a farla da padrone). E siccome gli uomini sono ancora la
maggioranza nelle aule parlamentari, l’esito della partita non è affatto
scontato. Da qui le patetiche “riunioni” organizzate dalla Boldrini, gli
accorati appelli di “Se non ora quando?”, gli hashtag rilanciati su Twitter:
insomma, la mobilitazione di massa (si fa per dire) allo scopo di mettere
pressione sul Parlamento e ottenere le tanto agognate quote. Insomma, per l'8 marzo non si chiedono più mimose, ma poltrone sicure.
“La metà della popolazione è
costituita da donne”, piange la sconsolante Boldrini. Ma questo personaggio conosce il significato
dell’espressione “rappresentanza politica”? Sa che la concezione moderna di
rappresentanza è ben diversa da quella, corporativa e “privatistica”, tipica
del Medioevo? Forse la Boldrini vuole istituire una Camera dei generi, sulla
falsa riga della Camera dei Fasci e delle Corporazioni? Ma poi, perché fermarsi
al sesso, dandogli tutta questa importanza? E le quote per i dipendenti
pubblici? E per gli operai? Trasformiamo il Parlamento in una riproduzione
statistica perfettamente fedele del Paese?
Ma poi, non ci avevate detto che
maschile e femminile non esistono più? E le quote per i transessuali e gli
altri generi intermedi? Le contraddizioni interne dell’ideologia del gender: 50 ai maschi e 50 alle femmine,
però in realtà i generi sono 7 o 8, ma la somma fa sempre 100. Poche idee ma
confuse.
Andiamo avanti. Il punto è che,
se metà della popolazione è donna, di sicuro non valo lo stesso per chi è impegnato in politica. Come politologi e sociologi sanno bene, i processi di socializzazione
politica coinvolgono molto di più gli uomini che le donne: ne discende una
differenza chiara nel tasso di partecipazione politica, come dimostra qualsiasi
dato sul numero degli iscritti ai partiti. Se (relativamente) poche sono le
donne che partecipano attivamente alla politica e che si fanno strada nei partiti, non
si capisce per quale motivo debbano essere inserite a forza nelle liste
elettorali. Il rischio è quello di ripetere esperienze imbarazzanti come quelle
del PD veltroniano, che alle politiche del 2008 riempì le bozze provvisorie delle
liste siciliane con generiche “Donna DS" e “Donna Margherita” (pochi se lo
ricordano, ma accadde
veramente). Insomma, gente inserita a caso nelle liste elettorali sulla
base della doppia appartenenza di genere e di partito.
Dove esistono le preferenze, per
la verità, la realtà torna di tanto in tanto a prendersi la rivincita
sull’ideologia. Alle ultime elezioni regionali sarde, per esempio, la legge
elettorale imponeva che almeno 1/3 dei candidati di ogni lista appartenesse a
uno dei due generi. Nella circoscrizione di Cagliari, ad esempio, 7 dei 20
candidati del PD erano donne. Eppure, scorrendo l’elenco
dei più votati, per trovare la prima donna bisogna arrivare all’undicesimo
posto. Nel complesso, su 60 consiglieri eletti figurano appena quattro donne. E’
un bene? Un male? E’ la realtà, peraltro frutto anche delle scelte
dell’elettorato femminile.
Se questa è la realtà, avrà
pensato qualcuna, occorre non solo che le donne siano inserite in lista in gran
numero, ma anche che abbiano l’elezione garantita in Parlamento: si proceda a
liste alternate per genere, dunque! Un’assurdità logica e politica, un
clamoroso vulnus al tanto sbandierato
principio della meritocrazia, ma anche e soprattutto alla libertà di scelta non
tanto degli elettori, già frustrata dalle liste bloccate, quanto dei partiti, i
quali saranno costretti a (non) selezionare la propria classe dirigente quasi
esclusivamente attraverso il criterio di genere. Un’idiozia che dovrebbe
offendere in primis tutte quelle donne che intendono farsi largo con le loro
capacità, anche all’interno della gerarchia dei partiti, e non essere
catapultate in Parlamento grazie a corsie preferenziali. Una scempiaggine di
proporzioni gigantesche, ma – come sempre – nessuno ha il coraggio di alzarsi
in piedi e proclamarlo apertis verbis:
in questa orwelliana dittatura del politicamente corretto, l’accusa di
maschilismo e, perché no, femminicidio, è sempre dietro l’angolo. Tocca,
dunque, sperare nel voto segreto dei parlamentari che vogliono salvare la
poltrona.
Del resto, dobbiamo
effettivamente riconoscere che le donne sono sfavorite e faticano ad emergere
per colpa di un diffuso pregiudizio maschilista. Se ci pensate bene, quasi mai è
capitato di vedere donne che facessero carriera solo per la loro vicinanza,
diciamo così, al potente di turno. Le Brambilla, le Biancofiore, le Carfagna,
le Maria Rosaria Rossi ed altri fulgidi esempi di statiste, per esempio, non
rientrano certo in questa categoria, ed è quindi sacrosanto che si battano in
prima persona, come fanno, per un giusto riconoscimento delle pari opportunità.
Come in politica, tutto questo non accade mai neanche nel mondo del lavoro, o
in quello accademico, men che meno a scuola, figuriamoci. Né si sottovaluti il bisogno
di figure istituzionali come le Consigliere di parità, che i più superficiali
potrebbero giudicare inutili carrozzoni mantenuti col denaro dei contribuenti, simili a tanti altri che servono a foraggiare associazioni femministe e fancazzisti vari ed
eventuali. Si tratta invece di figure estremamente opportune e nominate secondo
criteri davvero meritocratici, come insegna per esempio il caso abruzzese.
Fuor d’ironia, esistono campi in
cui le donne eccellono e prevalgono sugli uomini: è il caso, per esempio, dei
concorsi pubblici. Ma allora ci chiediamo: perché non inserire una bella quota
del 50% pure qui? Noi maschietti non vorremmo ritrovarci a essere nel giro di
qualche anno un’infima minoranza, costretti in una specie di riserva indiana. Vogliamo
“pari opportunità” anche nella pubblica amministrazione, perbacco.
Tutto sommato, però, non sarebbe
giusto. Rassegniamoci, il tempo degli uomini è finito: siamo, come scrivono i rotocalchi alla moda, i perdenti della società post-industriale. La speranza è che sotto la ginecocrazia
prossima ventura le future generazioni di maschi possano trovarsi bene: magari
gli epigoni dell’ex sesso forte riusciranno a sfruttare il vantaggio di avere
tante donne ai posti di comando per ritagliarsi qualche strapuntino. Saranno
loro i nuovi Brambilla e Carfagna. E’ già una consolazione.
Pubblicato il 08 marzo 2014

Sostanzialmente d'accordo con l'articolo. Tuttavia trovo discutibile l'affermazione: "la concezione moderna di rappresentanza è ben diversa da quella, corporativa e “privatistica”, tipica del Medioevo" Se l'osservazione è puramente posta sul dato di fatto politologico, d'accordo. Se è un giudizio di valore, negativo, sulle modalità di rappresentanza vigenti in alcune realtà istituzionali e in alcuni periodi del cosiddetto medio-evo, molto male. Poi: poco apprezzabile l'ironia (ma è ironia?) sulla "Camera dei Fasci e delle Corporazioni". Fu un esperimento interessante e generoso, anche se reso quasi ininfluente dalle contingenze storiche, politiche e istituzionali. E persino pallidamente evocato nelle istituzioni "repubblicane" con il CNEL.
RispondiEliminaA prescindere da ciò, i miei migliori auguri di buon compleanno al bravo Mancini e la mia solidarietà per l'infausta coincidenza. Gli auguro che nessuno si sogni di regalargli delle mimose.