di Marco Begato
Ha fatto discutere qualche settimana fa la réclame di Sky, nella quale i simboli liturgici cristiani sono stati usati per sponsorizzare le partite di campionato. Ovviamente tra le reazioni indignate non poteva mancare una petizione su Change .
Mi ha colpito il ricorrere nelle lamentele dell’argomento relativo alla rottura degli argini: “Dove siamo arrivati!? Che altro ci attende!?”. La realtà dei fatti a mio avviso è più prosaica e “banale come tante”, per rubare un verso a Guccini.
La strumentalizzazione del messaggio sacro ai fini della propaganda consumistica è infatti cosa per nulla nuova, bensì più che rodata.
Prendere consapevolezza di questa sfumatura è utile, non tanto per mollare la presa e smettere di difendere il sacro, ma per evitare di enfatizzare il senso di persecuzione e di sconfitta che qua e là emerge e che non giova per nulla alla causa della difesa del bene e del buon senso.
A tal fine ci aiuterà riprendere alcuni passaggi di una celebre reazione indignata, quella di Pasolini che nel 1973 attaccò sul Corriere della Sera lo slogan blasfemo dei Jeans Jesus. Ne riporto i passaggi principali.
Pasolini da par suo si era già accorto della potenza comunicativa del mondo pubblicitario, oggi peraltro esplosa nel sistema social e la vergava così:
“La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte”.
In tale alveo si muove ugualmente anche la propaganda che si appropria del veicolo religioso:
“Coloro che hanno prodotto questi jeans (cfr. Jeans Jesus) e li hanno lanciati nel mercato, usando per lo slogan di prammatica uno dei dieci Comandamenti, dimostrano - probabilmente con una certa mancanza di senso di colpa, cioè con l’incoscienza di chi non si pone più certi problemi - di essere già oltre la soglia entro cui si dispone la nostra forma di vita e il nostro orizzonte mentale”.
L’analisi di Pasolini è molto ficcante:
“C’è, nel cinismo di questo slogan, un’intensità e una innocenza di tipo assolutamente nuovo, benché probabilmente maturato a lungo in questi ultimi decenni (per un periodo più breve in Italia). Esso dice appunto, nella sua laconicità di fenomeno rivelatosi di colpo alla nostra coscienza, già così completo e definitivo, che i nuovi industriali e nuovi tecnici sono completamente laici, ma di una laicità che non si misura più con la religione”.
Che dire di queste righe, se non che stupisce la loro grande attualità? Del resto siamo per molti aspetti esattamente al punto di 50 anni fa, solo in una modalità ultra-potenziata a livello tecnologico e operazionale.
Evito allora di perdermi in considerazioni scontate, e piuttosto decido di concludere raccogliendo una provocazione molto dura dell’autore, rivolta in tal caso alla Chiesa stessa:
“Lo slogan di questi jeans non si limita a comunicarne la necessità del consumo, ma si presenta addirittura come la nemesi - sia pur incosciente - che punisce la Chiesa per il suo patto col diavolo”.
Non conosco adeguatamente il pensiero religioso di Pasolini, ma concordo dal mio punto di vista con la profondità teologica implicita in questa sua osservazione. E proprio essa può fornirci una indicazione strategica più feconda di tante lamentele, petizioni e controversie.
Molti fenomeni del mondo contemporaneo infatti sono sostanzialmente forme di castigo divino e cioè, al netto della terminologia che si vuole usare, conseguenze più o meno dirette di condotte inadeguate degli uomini. Ciò vale anche per gli uomini di Chiesa.
La tesi di Pasolini è che certi slogan blasfemi la Chiesa se li sia meritati. Perché negarlo? Ma perché fermarsi a questo?
In fondo tale evidenza si presta alla riflessione uguale e contraria e ci suggerisce che, qualora si operasse in positivo sforzandosi di riformare il culto, l’operato e la cultura cattolica, se ne vedrebbero i benefici anche in termini di restaurazione dell’ordine sociale. Certo, non tutto si spiega così: c’è anche una parte di aggressus diabolico nella storia, che va a colpire direttamente gli innocenti. Va bene, a questo pure bisognerà sforzarsi di resistere, sapendo che a volte è possibile persino vincere “col digiuno e la preghiera”.

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