di Giuliano Guzzo
Nelle scorse ore a Colorado Springs, negli Stati Uniti, è avvenuto un
fatto molto grave: un uomo è entrato armato in una clinica abortista di
Planned Parenthood uccidendo tre persone, ferendone una decina e
tenendone per cinque ore in ostaggio oltre un centinaio. Le motivazioni del gesto – subito condannato dai movimenti pro-life
americani – non sono ancora chiari, tanto che anche Vicki Cowart,
presidente e amministratore delegato di Planned Parenthood Rocky
Mountains, ha dichiarato di non ritenere che il centro sia stato
specificamente preso di mira né al momento vi sono elementi che associno
il cinquantasettenne Robert L. Dear – questo il nome del killer – agli
ambienti antiabortisti diversamente da una delle vittime, l’agente di
polizia Garrett Swasey, noto per essere attivista pro-life
oltre che cristiano praticante e vice pastore della chiesa della propria
comunità. Ciò nonostante sui social network più di qualcuno sta
dipingendo il gesto di Dear come l’inevitabile sbocco a cui
condurrebbero i “fondamentalismi” pro-life.
Rispetto a questo non si può non osservare come la gran parte dei
media italiani – smarcandosi dalla prudenza adottata da quelli
statunitensi su questa vicenda – abbia scelto di riferire l’accaduto senza specificare che
il killer che ha tenuto sotto assedio quella clinica a Colorado Springs
non sia un attivista pro-life né facendo il minimo accenno al fatto che
la multinazionale Planned Parenthood, da diverso tempo, è al centro di
uno scandalo in conseguenza del quale sta perdendo diversi finanziamenti
pubblici perché si è scoperto che le sue cliniche vendevano pezzi di
bambini abortiti, cosa che negli Stati Uniti ha suscitato grande
indignazione ma che da noi è stata prontamente silenziata e che neppure
dopo quanto commesso da Robert L. Dear – un orrore da condannare con
fermezza e che in nessun caso ammette giustificazioni – è stata
minimamente spiegata. Ciò nonostante non si può neppure liquidare
l’accaduto senza fare i conti con una domanda: esistono
“fondamentalisti” pro-life?
La risposta credo debba essere onesta e diretta: sì, esistono, ma non girano col kalashnikov. I “fondamentalisti” pro-life
– coloro cioè che ritengono sacrosanto il diritto di ogni bambino di
venire al mondo – hanno infatti come riferimenti non gentaglia
scriteriata ma uomini come Jérôme Lejeune (1926-1994), il genetista che
appena trentatreenne scoprì la causa della sindrome di Down e al quale
alla Facoltà di medicina di Parigi creò appositamente la cattedra, prima
inesistente, di genetica e che arrivò ad attaccare le posizioni
abortiste dell’OMS pubblicamente e consapevole di quello che gli costò: «Oggi pomeriggio ho perduto il premio Nobel»,
disse alla moglie per esempio dopo un intervento contro
l’Organizzazione Mondiale della Sanità tenuto all’ONU. I
“fondamentalisti” pro-life, ancora, hanno come faro Madre Teresa
(1910-1997), lei che un Nobel – quello per la Pace – lo vinse davvero ma
andando a ritirarlo gelò tutti con un discorso col quale affermò di
ritenere l’aborto «il più grande distruttore della pace» in quanto «guerra diretta, un’uccisione diretta, un omicidio commesso dalla madre stessa».
I “fondamentalisti” pro-life hanno inoltre come riferimento
San Giovanni Paolo II (1920-2005), che da un lato condannò ogni minaccia
alla dignità del figlio concepito e, dall’altro, spese straordinarie
parole di apertura – per dirla con un termine di tendenza – per le donne
ricorse all’aborto: «Un pensiero speciale vorrei riservare a voi,
donne che avete fatto ricorso all’aborto. La Chiesa sa quanti
condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non
dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisione sofferta, forse
drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s’è ancor
rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente
ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non
abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è
verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l’avete
fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni
misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel
sacramento della Riconciliazione. Vi accorgerete che nulla è perduto» (Evangelium Vitae, n.99).
Ecco, questi sono i padri del “fondamentalismo” pro-life.
Altro che Robert L. Dear e i giornalisti che, ricostruendo con
approssimazione quanto commesso da costui – che rimane un gesto, lo si
sottolinea ancora a scanso di equivoci, da condannare senza
tentennamento alcuno – lasciano intendere, almeno in Italia, che la
lotta armata rientri fra le opzioni alla fine contemplate dai movimenti pro-life
i cui militanti, anche se con accenti talvolta difformi, agiscono
accomunati da un solo principio: il rispetto di ogni vita umana. Un
principio che quel cinquantasettenne della North Carolina brutalmente
ignora ma che Planned Parenthood – nelle cui cliniche, come
detto, non solo si praticano innumerevoli aborti ma le cui relative
procedure vengono «alterate» per ottenere più organi fetali «intatti» e
quindi meglio commerciabili – certo non può insegnare. E’ bene ribadirlo
perché la causa pro-life è qualcosa di troppo importante e
decisiva per essere infangata da chi agisce in modo criminale e quanti,
con finalità non molto più nobili, colgono al volo ogni occasione pur di
presentare al mondo i movimenti per la vita come califfati de noantri
composti da estremisti pronti a uccidere. Anche perché purtroppo c’è
sempre qualcuno che ci crede.
giulianoguzzo.com Pubblicato il 30 novembre 2015

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