di Giuliano Guzzo
A meno di un anno dalla “Carta del coraggio”, con la quale alcuni ragazzi dell’Agesci,
la più grande realtà scoutistica del Paese, la scorsa estate lanciarono
un’accorata richiesta di rinnovamento alla Chiesa, è stato formulato
un nuovo appello – ancora una volta da parte di giovani, ben 138 per
l’esattezza, fra i 18 ed i 35 anni, e tutti attivi nelle strutture della
diocesi di Padova – contenente lo stesso auspicio: quello di un
aggiornamento dottrinale, in particolare alla luce del recente
referendum irlandese sulle nozze gay e con esplicito riferimento ad «alcuni diritti civili» delle «persone omosessuali» che sarebbe doveroso riconoscere e che non sarebbero in contrasto, viene assicurato, con il «matrimonio cristiano» e «la famiglia tradizionale».
Ora, a parte che il problema non sono «alcuni diritti civili» delle «persone omosessuali»
– del tutto garantiti dal nostro ordinamento e che nessuno,
giustamente, discute – mentre lo è quello del riconoscimento pubblico
delle unioni fra persone dello stesso sesso, che è cosa ben diversa, e
posto che il solo parlare di «famiglia tradizionale» –
espressione non solo opinabile, ma che stupisce venga impiegata da chi
si dichiara cattolico – è da rigettarsi dal momento che legittima l’idea
che vi sarebbero pure famiglie “non tradizionali” ma pur sempre
famiglie, il punto sul quale vale la pena riflettere, in questo caso, è
un altro. E sarebbe quindi sciocco limitarsi alla questione delle unioni
civili, che altro non è che la punta dell’iceberg.
Dal tono di quell’appello – che ha trovato spazio su “Avvenire”, il
quotidiano della Conferenza episcopale italiana – vi sono difatti ottime
ragioni almeno per supporre come molti, se non tutti, quei 138 giovani
padovani abbiano qualcosa da ridire anche rispetto alle posizioni della
Chiesa in fatto di condanna dell’aborto procurato, dei rapporti
prematrimoniali, del divorzio, della fecondazione extracorporea e via
discorrendo; e con loro anche altri attivi nelle strutture
della diocesi non solo di Padova, e magari pure qualche sacerdote e
vescovo. Ne consegue come il nocciolo della questione, per così dire,
non siano affatto «alcuni diritti civili» delle «persone omosessuali»
e neppure i giovani attivi nella diocesi padovana. Magari: qui il
problema è più serio. E, soprattutto, immensamente più vasto.
Lo è perché non concerne il modo in cui i cristiani dovrebbero
guardare alle persone con tendenze omosessuali bensì, più in generale,
il modo in cui coloro che in quest’epoca si professano cristiani
intendono poi, di fatto, vivere il Cristianesimo. Se infatti da un lato è
certamente vero che il Cristianesimo, in quanto tale, è molto più di
una semplice morale, dall’altro è fuori discussione come, se non si vive
da cristiani – o neppure ci si provi – sia difficile definirsi credibilmente
tali. Ci vuole cioè, senza illudersi che sia facile o che il peccato
non esista, un legame, un collegamento che non sia solo spirituale ma
oggettivo e visibile fra l’identità cristiana e l’azione cristiana.
Trattasi di un aspetto confermato dall’esperienza. Già nella celebre
Lettera a Diogneto, testo cristiano del II secolo, vi sono righe
meravigliose proprio riguardo alla differenza dello stile di vita dei
cristiani rispetto agli altri: «Vivono nella loro patria, ma come
forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono
distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni
patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non
gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono
nella carne, ma non vivono secondo la carne». Ora se i cristiani delle origini, non “quelli delle gerarchie ecclesiastiche”, erano così diversi
dagli altri – diversità verosimilmente non temuta o nascosta, ma
vissuta come doverosa testimonianza del messaggio cristiano –, com’è
possibile, oggi, dirsi cristiani ma al tempo stesso pensare e vivere
come chi non lo è?
E rispetto alle tante richieste d’aggiornamento dottrinale, un dubbio
prevale su tutti: che ne è dell’amore per la Chiesa, dinnanzi a tanta
smania di rinnovarla? Un innamorato che pretendesse di spedire la
propria amata dal chirurgo plastico o dallo psicologo, molto
probabilmente non sarebbe poi così innamorato. E allora sorge il dubbio
che tanti di coloro che chiedono rinnovamenti per la Chiesa lo facciano
in realtà non per compassione verso le persone con tendenze omosessuali o
per le donne che hanno abortito o per i poveri, bensì perché non
riescono più ad amarla, la Chiesa; ma se le cose stanno così, di chi è
il problema: della Chiesa o loro? Perché dunque chiedere agli altri di
capire meglio il Vangelo quando si è i primi a farlo poco e male? No,
queste domande non sono un processo alle intenzioni di quei 138 giovani
cattolici padovani.
Queste domande sono rivolte a tutti coloro che, spesso senza
rendersene conto, confondono la fede con la demoscopia, il fondamento di
un principio col suo gradimento, la verità con la popolarità. Se un
simile errore è frequente, fa tuttavia specie che oggi si diffonda –
sempre più – proprio fra i cristiani, fra coloro cioè che riconoscono
Dio non in qualcuno che ha messo tutti d’accordo ma in Gesù, uno che non
ha saputo farsi preferire neppure ad un delinquente come Barabba e che è
riuscito a farsi tradire per tre volte consecutive da Pietro, il
prescelto per la continuazione della sua missione. Se dimentichiamo
questo aspetto fondamentale – che la verità “merita” la croce – cosa
resta del Cristianesimo? Quando s’inizia ad accantonare la verità con la
paura che gli altri non la capiscano ancora, si finisce con il
rifiutarla con la certezza di non capirla più.
http://giulianoguzzo.com/2015/06/09/che-cosa-resta-del-cristianesimo/ Pubblicato il 09 giugno 2015

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